Erasi mantenuta la città di Bari insino a questi tempi sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente, e come capo di quella provincia riteneva ancora la sede de' primi Magistrati greci; anzi in questi tempi gl'Imperadori di Costantinopoli l'aveano innalzata ad esser metropoli d'un nuovo Principato, che di Bari fu detto, ed era prima chiamato Ducato, poichè vi aveano costituito Argiro per Duca, ed anche secondo il solito fasto de' Greci, Ducato d'Italia lo appellarono. In questa città essi tenevano raccolte tutte le loro forze, ed il maggior loro presidio; per la qual cosa per molti anni era stata la sorgiva delle sedizioni contra i Principi normanni, ed un asilo sicuro per li sediziosi: il che fece meditar per lungo tempo al Duca Roberto il disegno d'assediarla.
Ma avvisati appena i Baresi de' disegni di questo Principe, ne mandarono tosto la novella in Costantinopoli all'Imperadore, il quale stimolato anche da Gocelino, mandò tosto per difesa della città un nuovo Catapano, Stefano Paterano, ovvero Sebastoforo nomato. Questi venuto in Bari si dispose ad una forte difesa, ed intanto Roberto avendo unito il suo esercito, non reputandolo allora sufficiente per l'assedio di quella capitale, andava scorrendo i luoghi vicini, e prima di portarlo in Bari, lo mise in Otranto, e tanto afflisse questa città insino che gli venne resa[290]: indi avendo fatto venire molti vascelli dalla Calabria, accresciuto il suo esercito d'altre truppe, si dispose finalmente in quest'anno 1067 a cingere Bari di stretto assedio per mare e per terra[291]. Fu quest'assedio assai memorabile, e pieno d'azioni gloriose così per l'una, come per l'altra parte, che l'istituto della mia opera mi costringe a doverle tralasciare, come fo volentieri, non mancando Scrittori, che minutamente le rapportano[292].
Durò quest'assedio, come narrano Guglielmo Pugliese[293] e Lione Ostiense[294], poco meno che quattro anni, e fu guerreggiato con estremo valore ed ugual ferocia. La difesa che fece il nuovo Catapano fu ostinata e valorosa, siccome gli aggressori intraprendenti ed arditi; ed avrebbe l'impresa de' Normanni sortito infelice esito, se non fosse stata soccorsa l'armata di Roberto da Roggiero suo fratello, il quale resosi padrone di buona parte della Sicilia, mandogli di là un'altra armata in soccorso. Vinse alla perfine Roberto l'ostinazione degli assediati, e gli constrinse a render quella importantissima Piazza; onde nel mese d'aprile dell'anno 1070 gli furono aperte le porte, dandosi senz'alcuna condizione in potere della sua clemenza e valore[295]: il Duca Roberto entrato nella città, trattò i Baresi con tutta umanità: onorò il Catapano, al quale pose in suo arbitrio se volesse coi suoi Greci rimaner in Bari, che sarebbero stati da lui bene impiegati, ovvero tornarsene liberi in Costantinopoli, siccome risolvettero di fare; e dopo essersi fermato per molti giorni nella città spendendogli in pubbliche feste ed allegrezze, se ne partì dopo tre mesi con un'armata di 58 vascelli, che condusse seco in Sicilia all'espugnazione di Palermo[296].
Ecco come il famoso Roberto trionfò di Bari, città la quale dopo essersi mantenuta sì lungamente sotto il dominio de' Greci, e per varie vicende ora tolta, ed ora ripresa, finalmente in quest'ultima volta uscì dalla loro dominazione, e con essa la speranza di più riaverla; poichè senz'essere mai più ritornata in lor potere, ancorchè altre volte avessero tentato di ricuperarla, ma sempre inutilmente, si mantenne sotto il dominio di Roberto, che la tramandò a' suoi posteri. Ed ecco come il Ducato di Bari da' Greci passò a' Normanni sotto Roberto, il quale per amministrarlo vi creò un nuovo Duca, sotto il quale si reggeva. Così tratto tratto s'andavan unendo queste province in una sola persona, come poi fortunatamente avvenne al Conte Roggiero, ch'ebbe la gloria di porre unita sopra il suo capo la Corona di Sicilia e del Regno di Puglia.
CAPITOLO II. Conquiste de' Normanni sopra la Sicilia.
Intanto essendo accaduta in Firenze nell'anno 1061 ne' principj di luglio la morte di Papa Niccolò II, che per due anni e mezzo tenne il Ponteficato[297], insorsero in Roma i soliti disordini e tumulti per l'elezione del successore. Il famoso Ildebrando per sedargli, unitosi co' Cardinali e con la Nobiltà romana, dopo tre mesi, elessero finalmente il Vescovo di Lucca di patria milanese, che Alessandro II appellossi. Nell'elezione non vi fecero aver parte alcuna all'Imperadore, il quale perciò fortemente sdegnato, fece eleggere il Vescovo di Parma suo Cancelliero per Papa, che Onorio II chiamarono per opporlo ad Alessandro; e non bastandogli questo, lo mandò in Roma con molte truppe per discacciarne il suo Competitore. Cominciarono quindi le discordie tra i Pontefici romani, e gl'Imperadori d'Occidente a prorompere in manifeste guerre e fazioni, e ciascheduno si studiava d'ingrossare il suo partito. Nè mancarono dalla parte dell'Imperadore gl'istessi maggiori Prelati della Chiesa, e' più insigni Teologi di quell'età, che sostenessero la sua causa; ma contro tutti questi con inaudita arditezza e vigore faceva testa l'intrepido Ildebrando, il quale, perchè l'Arcivescovo di Colonia avea ripreso Alessandro, che senza il consenso di Cesare contro ciò ch'erasi dinanzi praticato, aveva avuto l'ardire di ricevere il Ponteficato: egli con tutto il vigore ed intrepidezza, gli rispose in faccia, che quella era una corruttela dannabile e cattiva più tosto, che consuetudine, contro i canoni della Chiesa; e che nè il Papa, nè i Vescovi, nè i Cardinali, nè gli Arcidiaconi, nè chi si voglia altro potevan farlo: essere la Sede Appostolica libera, e non serva: che se Niccolò II l'aveva fatto, stoltamente portossi, nè per l'umana stoltizia dovea la Chiesa perdere la sua dignità: che non si sarebbe mai per l'avvenire sofferta tanta indegnità, che i Re di Alemagna potessero costituir i Pontefici romani.
Crebbero perciò, e maggiormente s'esacerbarono le contenzioni, ma cresciuto il partito d'Alessandro per la accortezza e vigore d'Ildebrando, restò depresso quello d'Onorio, il quale in quest'istesso anno, che s'intruse nel Ponteficato, fu da quello deposto e condennato nel Concilio di Mantua, ma però non volle mai deporre l'insegne pontificali.
Nel Ponteficato d'Alessandro II, per l'accordo poco prima fatto col suo predecessore, non vi furono occasioni di contese tra lui, e' Principi normanni; anzi Alessandro confermò a Roberto ciò, che gli avea conceduto Niccolò II, e mandò al Conte Roggiero, nel mentr'era per accingersi all'impresa di Sicilia, lo stendardo per la conquista di quella; essendo allor costume, come narra il Baronio[298], che i Papi quando volevano eccitare alcun Principe cristiano alla conquista d'un nuovo Regno, di mandargli lo stendardo, dichiarandolo Gonfaloniere di Santa Chiesa. I Normanni perciò proccuravano i loro vantaggi nell'istesso tempo, che mostravano avere tutto il rispetto alla Sede Appostolica; nè mancavano intanto lasciar di loro monumenti di pietà e di munificenza verso le Chiese, e precisamente verso il monastero di Monte Cassino, nel quale presidendo l'Abate Desiderio, Riccardo Principe di Capua gli fece donazioni sì larghe e generose, che narrano Lione e Pietro Diacono, non essere mai stato miglior tempo e più accettabile per quei Monaci[299]. Questo Principe, oltre di molti castelli e luoghi vicini a quel monastero, gli donò il castello dì Teramo, che per la fellonia del Conte, essendo stato prima secundum Longobardorum legem, com'ei dice nel Diploma riferito dal P. della Noce[300], aggiudicato al Fisco, passò a quel monastero. Molte altre Chiese donò al medesimo, essendo allora le Chiese in commercio e fra l'altre quella di Calena posta nel Gargano vicino la città di Vesti; poichè secondo la divisione fatta in Melfi, Siponto col Monte Gargano a Riccardo toccò in sorte. Perciò Desiderio, Abate, ancorchè di sangue longobardo, s'attaccò ai Normanni e fu loro dipendente, nè molto curavasi della depressione de' Principi longobardi, ancorchè prima mostrasse per la sua Nazione contrari sentimenti.
Ma questo Principe Riccardo, sentendo i progressi che i Normanni della stirpe di Tancredi d'Altavilla, aveano fatto nella Puglia e nella Calabria, e che ora facevano in Sicilia, imputando a sua codardia il non corrisponder egli a quel valore, punto da sì acuti stimoli, non fu contento del Principato di Capua, che avea tolto a Pandolfo, ma ad imprese più generose e grandi si volle accingere. Egli pensava profittare delle gravi discordie, che passavano tra 'l Papa e l'Imperador Errico per le cagioni esposte, e per ciò non ebbe alcuno ritegno d'invadere la Campagna di Roma, e di avvicinarsi presso Roma istessa per prevenire ad Errico, che intendeva doversi portare a quella città per ricevere dalle mani del Papa la corona imperiale[301]. Com'egli fu avvicinato presso Roma, tentò tutti i mezzi co' Romani, perchè gli dessero il Patriziato, ch'era un sommo onore, e che soleva precedere all'altro dell'Imperio; ma Errico avendo avuta tal notizia, non perdè un momento di tempo a calar tosto in Italia con grand'esercito, portandosi ancora in suo soccorso Goffredo Marchese di Toscana. I Normanni, conosciutisi di impari forze, furono costretti abbandonar l'impresa, e ritirarsi dalla Campagna: e dopo alquante scaramucce, finalmente essendovisi frapposto Papa Alessandro, Riccardo accordossi con Goffredo, e fece a Capua ritorno.
Il Papa essendo poco da poi stato invitato dall'Abate Desiderio per consecrar la Chiesa di M. Cassino, da lui magnificamente rifatta, vi si condusse con Ildebrando e molti Cardinali, ove con solenne cerimonia e grande apparato, celebrò la funzione, intervenendovi dieci nostri Arcivescovi, e 43 Vescovi. E per renderla Desiderio più magnifica v'invitò anche tutti i nostri Principi così normanni, come longobardi che tenevano allora queste province, come ancora i Duchi di Napoli e di Sorrento. Vi venne Riccardo Principe di Capua con Giordano suo figliuolo, e col fratello Rainulfo. Fuvvi Gisulfo Principe di Salerno co' suoi fratelli: ma ciò che dovrà notarsi al nostro proposito sarà, che in questa celebrità, come narra Ostiense[302], intervenne anche Landolfo Principe di Benevento, confermandosi per l'ocular testimonianza di Lione che vi fu presente e trovavasi Bibliotecario di Monte Cassino, quel che scrisse l'Anonimo Beneventano nella Cronaca de' Duchi e Principi di Benevento, che Landolfo fu restituito al Principato di Benevento, nè se non molto tempo da poi s'estinse il Principato dei Longobardi, passando la città sotto il Papa ed il resto di quello sotto i Normanni. V'intervenne ancora Sergio Duca di Sorrento; poichè Sorrento erasi distaccato dal Ducato di Napoli, al quale prima era sottoposto, come molto tempo prima avea fatto Amalfi; e questi due Ducati, essendo Amalfi già passata sotto i Principi di Salerno, in forma di Repubblica co' loro Duchi e Consoli si governavano ancorchè dependenti dall'Imperio greco[303]. Furonvi anche i Conti di Marsi, e molti altri Baroni longobardi e normanni, de' quali fin da questi tempi era un buon numero in queste province.