Nell'isola di Sicilia pur i Papi aveano in usanza crear questi Legati; e si legge[358] che sin da' tempi di Gregorio I avesse questo Pontefice creato Massimiano Vescovo di Siracusa Legato di Sicilia, concedendo questa prerogativa alla sua persona, non già alla Cattedra[359]. Nemmeno ne furono esenti quest'istesse nostre province, ancorchè tanto a Roma vicine; poichè nella Cronaca di Lione Ostiense[360] si legge, che Niccolò II, dopo aver fatto Cardinale Desiderio celebre Abate Cassinense, lo creò ancora suo Legato in tutta la Campagna, nel Principato, nella Puglia e nella Calabria, se bene la sua autorità fossegli stata ristretta sopra tutti i monasteri e Monaci di quelle province come si scorge dalle parole del privilegio, che rapporta ivi l'Abate della Noce.

Urbano II adunque, volendo in questi tempi, ciò che i suoi predecessori avean prima fatto, rinovar l'usanza di crear in Sicilia un Legato, vi nominò il Vescovo di Traina. Non ben s'intese da' Siciliani questo fatto, e molto più se n'era offeso il Conte Ruggiero, il quale essendosi così ben distinto per tanti segnalati servigi prestati alla Santa Sede, con aver discacciati i Saraceni infedeli da quell'isola, tolte tutte le Chiese al Trono costantinopolitano, con restituirle al romano, e soccorsa la Chiesa nelle maggiori sue calamità, riputava non dover meritare questa ricompensa. In questo Congresso tenuto in Salerno se ne dolse col Papa, e fecegli comprendere assai liberamente quanto ciò eragli dispiaciuto, e ch'egli era determinato a non punto soffrirlo.

Ma Urbano che si sentiva cotanto obbligato a questo Principe, e dal quale si prometteva maggiori ajuti per la Sede Appostolica, riputandolo il più abile istromento in questi tempi, ove potesse appoggiare tutte le sue speranze contro gl'Imperadori d'Occidente, non tralasciò sì bella occasione per maggiormente obbligarselo. Non solamente su questo punto gli diede tutta la soddisfazione, annullando in quell'istante la Legazione, che avea data al Vescovo di Traina, ma con raro esempio trasferì al G. Conte medesimo tutta quella autorità che come suo Legato avea data a quel Vescovo, creando lui ed i suoi legittimi eredi e successori Legati nati della Sede Appostolica in quell'isola, promettendogli di non mettervi giammai alcun altro contra suo grado, e che tutto ciò ch'egli era per fare per un Legato, fosse fatto per lui, e suoi successori. Ne fu tosto spedito in Salerno per mano di Giovanni Diacono della Chiesa romana il privilegio, nel mese di luglio, il settimo dell'Indizione, e l'undecimo del Ponteficato di Papa Urbano II.

Questo avvenimento in cotal guisa lo narra Malaterra, il quale insieme porta la Bolla d'Urbano, Scrittore gravissimo, e di que' tempi, il quale qui termina i quattro libri della sua Latina Istoria; e di cui Orderico Vitale[361] antico Scrittore delle cose normanne scrive: De quorum (idest Ducis Roberti Guiscardi, et Comitis Rogerii) probis actibus, et strenuis eventibus Gotifredus Monachus cognomento Malaterra, hortatu Rogerii Comitis Siciliae elegantem libellam nuper edidit.

Questa scrittura sì notabile meritava, che si fosse rapportata tutta intera; ma riguardando la politia di quel Reame, non del nostro, ci siamo contentati d'averne recato con nettezza ciò che contiene, tanto più, che non mancano Scrittori[362], che la rapportano intera, e ben negl'istessi Annali del Baronio potrà leggersi.

Questo è il fondamento della cotanto famosa Monarchia di Sicilia, per cui i successori di Ruggiero, e sopra tutti i Re d'Aragona, che signoreggiarono da poi quel Reame con lunga serie d'anni, si sono mantenuti nel possesso di questa sì nobile ed illustre prerogativa contro tutti i sforzi, e' dibattimenti surti sopra questo punto in processo di tempo. Non riputandosi cosa impropria, e strana d'essersi potuto a' Principi concedere tal facoltà di Legato della Sede appostolica, quando i Papi stessi reputarono queste persone, come sacrate, essendosi già introdotto il costume di ungersi col sacro olio, e non come all'intutto laici, ma partecipi ancora del Sacerdozio gli riputarono; e se non stimarono incompatibile alle loro persone di creargli Canonici di S. Pietro, con ammettergli coi sacri abiti al Coro, e rendergli consorti in tutte le altre funzioni, e celebrità sacre; non dovrà parere strano che possano ancora ritener queste prerogative, che finalmente si raggirano intorno alla ecclesiastica giurisdizione, non già intorno all'ordine.

Secondo le massime del dritto Canonico, e la pratica della Corte di Roma si è in più occasioni veduto, che nel diritto la potenza della giurisdizione è distinta dalla potenza dell'ordine, e che quest'ultima è attaccata all'ordine medesimo, e non può essere comunicata a quelli, che non l'hanno per loro carattere. Non si può commettere ad un Prete per far l'ordinazione; nè ad un Diacono per consecrare, o per assolvere; poichè la facoltà dell'ordinare è attaccata al carattere episcopale, ed il potere di consecrare e d'assolvere all'ordine presbiterale: ma per ciò, che riguarda la potenza della giurisdizione, ella può essere comunicata a persone, che non sono negli ordini, ancorchè s'eserciti sopra quelli, che vi sono, o anche negli ordini più elevati, che non sono quelli a chi si è accordata questa giurisdizione. Li Papi non hanno fatto difficoltà di praticarla in più occasioni, nominando Legati, i quali erano semplici Diaconi per giudicare materie di fede, e cause di Vescovi, anche per tenere il loro luogo ne' Concilj, e dando privilegi ad Abati e Monaci per esercitar la giurisdizione episcopale; e ciò ch'è più stonante, anche alle Badesse, che danno dimissorie, hanno Archidiaconi, ed altri Officiali, ed esercitano tutto ciò, che appartiene alla giurisdizione episcopale; ed in quest'istesso nostro Regno oggi giorno veggiamo, che la Badessa del Monastero di Conversano esercita sopra i suoi Preti giurisdizione, ed ha privilegio di valersi di Mitra, e di Pastorale, come i Vescovi fanno. E Carlo II d'Angiò nella Chiesa di S. Nicolò di Bari ebbe luogo in quel Coro sopra gli altri Canonici, e fu riputato come di lor corpo, ed ebbe giurisdizione sopra que' Preti, come diremo al suo luogo.

Non è del nostro istituto entrare in que' dibattimenti, che da poi sursero intorno a questo punto, e nelle cose che sono state scritte da' Spagnuoli, e da altri diversi Autori, come materia lontana dal nostro proposito. Ma non posso tralasciar di dire, che il Cardinal Baronio con molta importunità, e poca verità ardì d'impugnarla negli ultimi tempi, da poi che quel Regno n'era stato in possesso per tanti secoli. Stampò egli al principio dell'anno 1605 il suo tomo XI, degli annali ecclesiastici, e venendo di rapportar questo fatto, inserì nella sua Istoria un discorso lunghissimo contra la Monarchia di Sicilia, ove con isforzati, e lividi argomenti non trascurò di movere ogni macchina per abbatterla. Ma ciò che non deve condonarsi alla memoria di quell'uomo, si è d'aver pieno quel suo discorso di tanta maldicenza ed acerbità contra molti Re d'Aragona di celebre memoria, e spezialmente contro Ferdinando il Cattolico, riputandogli Tiranni, e che sotto questo nome di Monarchia abbiano voluto in quel Regno introdurre la tirannide, che capitato il libro in Napoli ed a Milano, fu da que' Ministri regi proibito, ed ordinato, che non si vendesse, nè tenesse, per rispetto del loro Principe Filippo III, che allora regnava, i cui progenitori paterni erano stati da quel Cardinale sì indegnamente trattati.

Ma mostrò il Baronio sì gran risentimento di questa proibizione del suo libro, che avendone avuto l'avviso quando per la morte di Clemente VIII, era la sede vacante, fece unir tosto il Collegio de' Cardinali, dai quali fece far un'invettiva contro que' Ministri, e non bastandogli aver offeso quel Principe in quella guisa, volle toccarlo in un altro punto non men geloso di sua regal giurisdizione; poichè in quella apertamente biasimavansi que' Ministri, come nel proibir il suo libro avessero posto mano nell'autorità ecclesiastica, quasi che a' Principi non fosse lecito per quiete dello Stato far simili proibizioni. E dopo creato il Pontefice Paolo V fece scrivere al Re Filippo sotto li 13 Giugno di quest'istesso anno una lunga lettera con grave doglianza, che in vilipendio dell'autorità ecclesiastica, li Ministri regj in Italia avessero proibito il suo libro, quando ciò al Papa solamente s'apparteneva. Però la prudenza di quel Re giudicò meglio di rispondere coi fatti, e lasciò correre la proibizione pubblicata da' suoi Ministri.

Ma il Cardinale non si potè contenere, che nel 1607 stampando il XII tomo non inserisse poco a proposito un discorso di quest'istessa materia, con molta acerbità e livore declamando contro i Principi, che voglionsi impacciare a proibir libri, non ritenendosi ancora di dire, che lo fanno perchè i libri riprendono le loro ingiustizie. Il Consiglio di Spagna con la solita tardanza e irrisoluzione vi procedè con lentezza; non si mosse nemmeno per questa terza offesa, ma lasciò scorrere altri tre anni, e nel 1610 il Re fece un editto, condennando, e proibendo quel libro con maniera così grave, che destramente tocca il Baronio, così bene com'egli avea toccato li Re suoi progenitori. E per dargli maggior riputazione e forza, fu l'editto fatto pubblicare in Sicilia, con decreto e sottoscrizione del Cardinal Doria, e mandato per lo Mondo in istampa. In Napoli fu mandato l'editto al conte di Lemos, che si trovava allora Vicerè, il quale a' 28 febbrajo dell'anno seguente 1611 fece pubblicar Banno con molta pubblicità, col quale si condennava il libro. La corte di Roma restò sbigottita tanto per l'editto, quanto per l'esecuzione fatta dal Cardinale, e del Banno pubblicato a suon di tromba in Napoli. Però in Spagna non si mossero punto, e l'editto resta oggi giorno nel suo vigore.