Fu questa contesa rinovata con modi assai più forti negli ultimi nostri tempi, quando Papa Clemente XI vedendo il Regno di Sicilia caduto in mano del Duca di Savoja, credette tempo opportuno di profittare sopra la debolezza di quel Principe; e ridusse la cosa in tale estremità, che nell'anno 1715 non si ritenne di pubblicar una Bolla, colla quale abolì la Monarchia, stabilendo in un'altra in quel Reame una nuova ecclesiastica Gerarchia; ma riuscirono vani tutti questi sforzi, poichè nè le Bolle ebbero alcun effetto, nè niuna mutazione o novità s'introdusse in quell'isola; e molto meno quando poi quel Regno fece ritorno sotto l'Augustissima Famiglia Austriaca.
Scrisse con questa nuova occasione a difesa della Monarchia il celebre Teologo di Parigi Lodovico Ellies Dupino, dove fece vedere quanto insussistente e vano sia ciò che il Baronio avea sostenuto in contrario, e quel che il Papa avea ordinato in quella sua Bolla. Uscì questo suo libro nell'anno 1716 dove si narrano minutamente l'origine ed i progressi di questa contesa, ed i successi di questa briga, con tanta diligenza e dottrina, che bisogna riportare il Lettore a quanto egli ne scrisse intorno a questo soggetto.
La Bolla di Urbano fu dirizzata al Conte Ruggiero, e suoi successori, e non comprendea che i suoi Stati che possedeva allora, cioè la Sicilia ed alcune Piazze che e' teneva in Calabria, onde perciò s'intitolava M. Comes Calabriae, et Siciliae.
Ma non meno del Conte era benemerito il Duca Ruggiero della Sede appostolica; ond'era di dovere, che Urbano al Duca di Puglia, ch'era presente, dispensasse suoi favori; ond'è da credere, che a questo tempo fosse a' Duchi di Puglia conceduto quel privilegio, di cui l'antica Glossa Canonica, e molti de' più vecchi Scrittori rapportano intorno alla collazione dei beneficj del Regno.
In questi tempi per togliere l'investitura da' Principi secolari eransi ragunati frequenti Concilj, e per ultimo nel Concilio romano celebrato da Urbano nell'anno 1099 poco prima di morire, erasi di nuovo sotto terribili anatemi vietato agli Abati, a' Propositi delle chiese, ed a tutti gli Ecclesiastici di ricevere beneficj dalle mani de' laici. Con tutto ciò pretesero sempre i Principi non dover essi reputarsi in ciò puramente laici, nè potersi loro togliere quelle prerogative, delle quali per lungo tempo n'erano stati in possesso. Che era ben di ragione, che avendo essi fondate le chiese ed arricchitele del loro patrimonio, essi ne dovessero aver le investiture; che siccome prima nell'elezione de' Ministri della chiesa v'avea parte il popolo, non dovea parere strano, se i Principi, a' quali fu trasferita ogni potestà, potessero ora farlo per se soli[363]. Che ciò facendo, niente davano agl'investiti di spiritualità, ma la lor concessione si restringeva alla temporalità, ancor che nell'investirgli si valessero, secondo era il costume, dell'anello e della verghetta. Ciò che con maggior ragione lo pretendevano i nostri Duchi di Puglia, i quali aveano in queste province molte chiese sin da' fondamenti erette, e dotate di molti loro beni per la lor somma pietà inverso il culto della Religion cristiana. Si aggiungeva ancora d'aver debellati gli infedeli Saraceni, e d'aver restituite tutte le chiese al Trono romano, che prima gli erano state tolte dal Patriarca di Costantinopoli.
I Pontefici romani per non contendere su questo punto co' Principi amici e ben affezionati, a' quali senza recarsi pregiudizio volevano gratificare, sovente usavano di conceder loro per privilegio ciò ch'essi pretendevano per giustizia: i Principi badando solo all'effetto, nè curandosi d'altro, l'accettavano. All'incontro i Papi credevano maggiormente così stabilire i loro diritti, acciocchè secondo che le congiunture portavano, potessero o rivocargli, o contrastargli. Quindi è che gli antichi Re di Sicilia investivano de' beneficj ecclesiastici in tutte le Chiese del Regno di Puglia, siccome ne rende a noi fedel testimonianza l'antica Chiesa Canonica[364], la quale se contro i canoni stabiliti in tanti Concilj osservò che i Duchi di Puglia davano l'investiture de' beneficj, disse che ciò lo facevano per privilegio del Papa, il quale poteva a' laici concedere questa preminenza; e lo testimoniano ancora tutti i nostri più antichi Scrittori del Regno, come Marino di Caramanico, Andrea d'Isernia, ed altri[365]. E per questo privilegio si difendeva Federico II quando se gl'imputava, che a suo modo dava le investiture delle chiese di queste province[366]: anzi egli si doleva che i Papi tentavano di diminuire le ragioni, che i Re di Sicilia aveano nell'elezione de' Prelati, non ostante il lor privilegio, il quale da Innocenzio III non poteva moderarsi, come fece con Costanza, quando egli era ancor fanciullo. Ma di ciò più opportunamente ci tornerà occasione di favellare quando della politia ecclesiastica tratteremo.
§. I. Concilio tenuto da Urbano in Bari, e sua morte, seguita poco da poi da quella del Conte Ruggiero, e d'altri Principi.
Intanto Urbano dopo essersi in Salerno trattenuto con questi Principi, se ne passò in Bari, ove avea intimato un Concilio di Padri greci e latini per determinare il Dogma della processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figliuolo, nel che i Greci non convenivano[367]. Intervennero in questo Concilio 185. Vescovi, e volle assistervi anche S. Anselmo Arcivescovo di Cantorberì, che per affari della sua Chiesa si trovava allora in Italia. Vi furono perciò tra' Greci e Latini grandi dibattimenti; ma furono da S. Anselmo coloro convinti, e determinato secondo ciò che teneva la Chiesa latina; ma non per questo finì lo scisma, che sostenuto con ardore da ambe le fazioni per lungo tempo tenne divise queste due Chiese, che non valse umana diligenza per riunirle.
Spedito Urbano da questo Concilio portossi in Roma, ove dopo esser intervenuto al Concilio romano, del quale poc'anzi si disse, non passarono molti mesi, che in questo medesimo anno 1099 finì in quella città i giorni suoi. Meritò questo Pontefice essere annoverato tra i più grandi Papi ch'ebbe la Chiesa romana; egli tenendo questa Sede poco men che dodici anni, adoperò molte eroiche azioni, e si rese celebre al Mondo per la spedizione de' Crociati, essendone stato il primo autore, Egli sopra tutti gli altri Pontefici fu il più ben affezionato a' nostri Principi normanni, nè con essi ebbe occasion alcuna di disturbo, ma gli amò come padre i propri figliuoli, e per quanto s'apparteneva a lui, proccurò i loro maggiori vantaggi. Per la di lui morte fu eletto Papa l'Abate Rainerio di Toscana, che Pascale II appellossi; ed in questo medesimo anno i nostri presero Gerusalemme, e ne fu eletto Re il famoso Goffredo Buglione, al quale dopo la sua morte succedette Balduino suo fratello, avendo intanto Boemondo presa Antiochia, e fattosene Principe, che la trasmise a' suoi posteri.
La morte di Urbano fu non molto tempo da poi seguita da quella del Gran Conte Ruggiero: egli essendo già molto avanzato in età, trovandosi in Calabria, rese chiara al Mondo la città di Melito ove morì nel mese di Luglio dell'anno 1101[368]. E non a bastanza pianto da' suoi, fugli nella maggior chiesa di quella città edificata da lui, eretto un sepolcro, ove ancor oggi si conservano le sue gloriose ossa. Egli visse settanta anni, avendone regnato sedici dopo la morte di Guiscardo suo fratello. Ebbe più mogli, dalle quali avea avuti molti figliuoli, ma tre soli maschi a lui sopravvissero, nati dalla sua ultima sposa Adelasia, la quale prese il governo degli Stati immantenente dopo la morte del marito con Roberto di Borgogna suo genero[369]. Questi tre figliuoli furono Simone, che morto poco dopo il padre, non ebbe la sorte di succedergli nel Contado di Sicilia[370]. Goffredo soprannominato di Ragusa, di cui l'istoria non ci somministra alcun riscontro: alcuni[371] credono che fosse nato dalla prima moglie Erimberga, e che insieme col fratello Giordano fosse al padre premorto. Ruggiero II fu quegli al quale lasciò i suoi Stati in una situazione così illustre e vantaggiosa, che poco da poi gli possedette con titolo e Corona di Re, e che la fortuna l'innalzò ad unire nel suo capo le due Corone di Puglia e di Sicilia, e che con titolo regio signoreggiò ancora queste nostre province, come qui a poco diremo. Lasciò ancora il Conte Ruggiero due figliuole, Matilda ed Emma: Matilda fu moglie di Rainulfo Conte d'Avellino. Per la qual cagione ne' disturbi che accaddero da poi tra il Re Ruggiero, con l'Imperador Lotario II ed il Papa Innocenzio II fu da Innocenzio, Rainulfo costituito duca di Puglia contro Ruggiero suo cognato nell'anno 1137. Fu questa Matilda quella che persuase ad Alessandro Abate Telesino di scrivere l'Istoria di Ruggiero suo fratello, com'e' testifica nel primo libro della medesima. Emma altra figliuola fu moglie di Rodolfo Maccabeo Conte di Montescaglioso[372]; non facendo allora questi Principi difficoltà di dare le loro figliuole, o sorelle per ispose a' loro Baroni, i quali per la maggior parte erano dell'illustre sangue normanno o longobardo, e potenti per molti ampi Stati, e ricche Signorie. Coloro che fanno Costanza moglie d'Errico Imperadore figliuola di questo Ruggiero, errano di gran lunga; fu ella nipote, non già figliuola del Gran Conte Ruggiero, come nata dal Re Ruggiero suo figliuolo, come diremo.