Il primo che di tal coronazione, seguita con tanta celebrità per mano di quattro Arcivescovi, ci dasse riscontri fu il Fazzello[455], da cui forse il Sigonio l'apprese. Ma questi con tanta incoerenza unisce insieme molte cose, che non ci dee far molta autorità. Altri per dar credenza a questo racconto, allegano una Cronaca[456] non ancor impressa d'un tal Maraldo Monaco Cartusiano; ma non dicono di quanta antichità fosse; nè Maraldo fa menzione che d'una sola coronazione. Per questi argomenti, e perchè tutti gli Antichi la tacciono, nè d'essa fanno alcuna memoria, il Pellegrino porta opinione che Ruggiero non si fece coronare se non una sol volta, e ciò per autorità di Anacleto, ch'egli in quello scisma riputava, come lo riputavano allora non solo i suoi Regni, ma gran parte d'Italia, ed i Romani stessi, vero Pontefice, come colui che ebbe la maggior parte de' Cardinali che lo elessero, se bene Innocenzio un poco più prima di lui fosse stato eletto dalla minor parte. So che Inveges non acquetandosi a questi argomenti del Pellegrino, porta opinione contraria; narra, che Ruggiero, essendosi coronato per propria autorità, eletto che fu Innocenzio, avessegli richiesto, che con sua Bolla gli confermasse questa coronazione; ma che poi non avendo potuto ridurre Innocenzio a confermarla, abbandonando il partito d'Innocenzio, fosse ricorso ad Anacleto, il quale volentieri gli compiacque. Che che ne sia, o fosse stata questa la prima, ovvero la seconda coronazione di Ruggiero, egli è certo che questo Principe reputò non bene, nè stabilmente o legittimamente poter assumere quel titolo, nè ergere i suoi Stati in Reami, se non vi fosse stato il permesso, o conferma di Anacleto ch'egli reputava vero Pontefice, al quale avea renduti i suoi Stati tributari, e de' quali i suoi maggiori ne aveano ricevute l'investiture.
§. I. Investitura d'Anacleto data a Ruggiero I Re di Sicilia.
Allora fu che Anacleto, cui tanto premeva l'alleanza ed amicizia di Ruggiero, oltre ad averlo costituito Re, ed ordinato a tutti i Vescovi ed Abati de' suoi dominj, che lo riconoscessero per tale, e gli giurassero fedeltà, concedè a questo Principe una più ampia investitura, che i suoi predecessori Duchi di Puglia non aveano potuto mai ottenere: poichè oltre ad investirlo della Sicilia, della Puglia e della Calabria, gli diede ancora l'investitura del Principato di Capua, e quel che parrà strano, altresì del Ducato napoletano, come sono le parole della Bolla[457], e come eziandio rapporta Pietro Diacono[458].
Che glie le dasse del Principato di Capua, ancorchè pure fosse cosa molto strana, che nell'istesso tempo, che quello veniva posseduto da Roberto, il qual n'era Principe, volesse investirne altri; poteva però sostenersi il fatto, ed era scusabile, perchè avendo i Principi di Capua suoi predecessori da' Papi ricevuta l'investitura di quel Principato, tal che venivano riputati ancor essi Feudatari della Sede Appostolica, non altrimenti che i Duchi di Puglia e di Calabria, ed avendo voluto quel Principe seguitare il partito di Innocenzio suo inimico, avrebbe potuto forse così colorirsi e darsi al fatto comportabile apparenza. Ma del Ducato napoletano, ch'era dall'Imperio d'Oriente dipendente, e che in forma di Repubblica si governava dal suo Duca, che in quel tempo era Sergio, con qual appoggio potesse farlo Anacleto, non si sa veramente comprendere; e se pure i Napoletani, ciò che lor s'imputava, seguivano il partito d'Innocenzio, ciò non recava a lui ragione di disporre di quel Ducato, che per niuno pretesto poteva appartenergli. Ma tutte queste considerazioni niente impedivano allora a' Pontefici romani di far ciò che poteva ridondare in maggior loro grandezza: erano già avvezzi d'investire altrui di paesi che essi non possedevano, e sopra de' quali non vi avean che pretendere, come fecero della Sicilia e di quest'altre nostre province.
Nè a Ruggiero molto premea d'andar esaminando cotali diritti, bastava con ciò aver un minimo appoggio, affinchè quel che il Papa gli concedeva colla voce e colle scritture, potesse egli conquistarlo con le armi; credendo così giustificare le sue conquiste, siccome ben seppe fare poco da poi, che discacciato Roberto da quel Principato, e mossa guerra a' Napoletani, si rese padrone così dell'uno, come dell'altro Stato.
Ma potrebbe per avventura recar maraviglia come in questa occasione non fosse stato investito Ruggiero anche del Principato di Salerno. Ciò avvenne perchè i Pontefici romani pretendevano che quel Principato interamente s'appartenesse alla Chiesa romana, se bene non si sappia per qual particolar ragione. Perciò Gregorio VII, perciò tutti gli altri suoi successori lo eccettuaron sempre nell'investiture, come abbiamo osservato. Ed in fatti quando Lotario, avendolo tolto a Ruggiero se ne rese padrone, e volle appropriarselo, Innocenzio se ne offese, ed acremente se ne dolse, dicendo, che quello s'apparteneva alla Chiesa romana, ciò che fu motivo di discordia fra il Papa e Lotario, come rapporta Pietro Diacono[459]. L'investitura fu data a Ruggiero, a' suoi figli, ed eredi di quelli jure perpetuo. Ed il censo fu stabilito di seicento schifati l'anno[460].
CAPITOLO I. Papa Innocenzio II collegatosi coll'Imperador Lotario move guerra al Re Ruggiero. Il Principe di Capua, ed il Duca di Napoli s'uniscono con Lotario, sono disfatti, e Ruggiero occupa i loro Stati.
Intanto Innocenzio, vedendo che il partito d'Anacleto, a cui Ruggiero erasi unito, era più potente del suo, e che egli dentro Roma non poteva contrastargli la Sede, come quegli, ch'era figliuolo di Pier Lione, ricco e potente cittadino romano, erasi partito nascostamente da Roma con que' Cardinali, che l'avevano creato Papa, ed andossene a Pisa, ove fu da' Pisani come vero Pontefice ricevuto con tutti i segni di stima e d'ossequio. Pisa in questi tempi, infra le città d'Italia, erasi molto distinta per la potenza e valore de' suoi cittadini, ma molto più per le forze ed armate marittime che manteneva; onde Innocenzio, imbarcatosi di là ad alcun tempo su le lor galee, se ne passò in Francia per indurre il Re Lodovico a prender la sua protezione contro agli sforzi del suo rivale. Quivi giunto ragunò un Concilio nella città di Rems, ove scomunicò Anacleto e tutti coloro, che seguivano la sua parte; ma vedendo, che il Re di Francia non poteva somministrargli quegli aiuti, de' quali allora avea bisogno, proccurò impegnar Lotario Imperadore alla sua difesa, nel quale trovò maggior disposizione e prontezza che in Lodovico. Aspirava egli di togliere a Ruggiero queste province, che credeva essergli state usurpate da questo Principe; e con tal opportunità di indurre ancora il Papa a concedergli le cotanto contrastate investiture. In effetto la prima cosa che cercò ed ottenne da Innocenzio furono le investiture, le quali tosto le furono accordate, come scrive Pietro Diacono[461] Autor contemporaneo. Il Baronio dando una mentita a questo Scrittore, dice, che avendo Lotario ciò preteso, gli fu fatta resistenza da Bernardo Abate di Chiaravalle, il quale consigliò Innocenzio, che non v'assentisse, e che secondo il suo consiglio Innocenzio ne l'avesse escluso, allegando lo Scrittore della vita di questo Santo, che fu Bernardo di Bonavalle Scrittore di tempi più bassi.
Che che ne sia, Innocenzio dispose l'Imperadore a calar tosto in Italia, e giunto in Roma insieme con lui, trovandosi occupata la chiesa di S. Pietro da Anacleto, Innocenzio albergò nel Palagio di Laterano, e l'Imperadore con suoi soldati s'attendò alla chiesa di S. Paolo. Frattanto al partito d'Innocenzio eransi aggiunti molti Baroni della Puglia mal soddisfatti di Ruggiero. I più segnalati fra gli altri furono Rainulfo Conte d'Airola e d'Avellino, Roberto Principe di Capua e Sergio Duca di Napoli. Rainulfo ancorchè cognato del Re, come quegli che teneva per moglie Matilda sua sorella, erasi disgustato con Ruggiero per cagion, che trattando egli troppo severamente la moglie, obbligò Ruggiero a togliergliela, e fattala venire a lui, l'inviò in Sicilia con un figliuolo di lei, e del Conte chiamato Roberto; ed avendo intimata al Conte la guerra gli tolse Avellino e Mercogliano, ed oltre a ciò, venuto in suo potere Riccardo fratello di Rainulfo, il quale parlava baldanzosamente contro di lui, gli fece cavar gli occhi e tagliar il naso. A Rainulfo unissi Roberto Principe di Capua mal soddisfatto degli andamenti del Re, il quale apertamente aspirava a togliergli il suo Principato, del quale, non ostante che Roberto ne fosse in possesso, si fece da Anacleto dar l'investitura. In questi medesimi sospetti per le medesime cagioni era entrato Sergio Duca di Napoli, il quale se bene (se deve prestarsi fede all'Abate Telesino, poichè l'Arcivescovo Romualdo, e Falcone beneventano non fanno in questo tempo menzione alcuna di tal fatto) dimorando il Re in Salerno dopo la vittoria ottenuta sopra gli Amalfitani, atterrito dalla sua potenza ed estremo valore, venisse a sottoporre la città di Napoli al suo dominio; nulladimanco tale sommessione, se vi fu, non ebbe alcun effetto, poichè da poi volle sostenere con tutto lo spirito la libertà della sua città, e fugli fiero inimico congiurandosi insieme con Roberto e Rainulfo in favore del partito d'Innocenzio; e non bastando a questi tre aver infra di loro fermata questa lega, sollevarono ancora molte altre città della Puglia, e trassero con loro molti Baroni, che ribellando contro il lor Sovrano presero le armi contro chi men doveano e contro il proprio Principe le rivoltarono, ponendogli sossopra queste province di qua del Faro. E maggiore fu la baldanza di questi congiurati, quando seppero che Lotario insieme con Innocenzio in quest'anno 1133 era entrato in Italia, e giunti a Roma, ad una nuova e più vigorosa spedizione contro Ruggiero si apparecchiavano; onde per accelerar l'impresa tosto si portarono in quella città il Principe Roberto, il Conte Rainulfo e molti altri Baroni di queste province insieme con molta altra gente per discacciar Ruggiero affatto da tutta la Puglia.
Accadde allora nel mese di giugno di quest'anno 1133 la coronazione di Lotario seguita in Roma con molta pompa per le mani d'Innocenzio, nella cui celebrità essendo concorsi molti Duchi, Marchesi e altri Baroni d'Italia, fu data occasione a Lotario, siccome i suoi maggiori solevano fare in Roncaglia, di stabilire a loro richiesta alcune leggi feudali, onde dopo Corrado il Salico, fu egli il secondo, che su i Feudi promulgasse leggi scritte; e fu allora da lui confermata la celebre legge di Corrado intorno alla successione de' nepoti e de' fratelli, della quale si fece da noi menzione ne' precedenti libri, quella appunto che vedesi registrata nel secondo libro de' Feudi[462], e che malamente fu dal Molineo e dal Pellegrino attribuita a Lotario I, dando occasione all'errore, per vedersi per incuria degl'Impressori in luogo d'Innocenzio esservi stato posto il nome d'Eugenio, come avvertì saggiamente Cujacio. Nè dovea moversi l'avvedutissimo Pellegrino a credere, che non potesse tal costituzione essere di questo Lotario poichè nell'iscrizione che porta, si legge: Constitutiones Feudales Domini Lotarii Imperatoris, quas ante januam B. Petri in Civitate Romana condidit: quasi che non potesse sentirsi di questo Lotario, il quale non potè con Innocenzio stabilire queste leggi ante januam B. Petri, quando siccome narra Ottone Frisingense[463], il Palazzo di S. Pietro veniva allora occupato da Anacleto; poichè, o l'iscrizione è viziata, siccome in vece d'Innocenzio fu per ignoranza ancora posto Eugenio, o pure non è incredibile, che Anacleto avesse ciò permesso a Lotario, quando ciò niente dovea importargli; tanto maggiormente che presso appurati Scrittori si legge[464], che giunto Lotario in Roma per mezzo d'uomini saggi e religiosi ebbe molti trattati con Anacleto di levare così grave scisma nella Chiesa, e ben potè in questo mentre seguire quella celebrità avanti la porta del Palazzo di S. Pietro.