Ma quantunque l'Ufficio di Viceprotonotario si fosse ristretto a queste tre sole incumbenze: portando la creazione de' Notari e de' Giudici, il visitare i loro privilegi e protocolli, grandi emolumenti: sursero gravi contese fra i Gran Protonotarj, che pretendevano quelli a loro doversi, ed i Viceprotonotarj, che come destinati dal Re, tutti ad essi se gli appropriavano: intorno a che Marino Freccia[644] rapporta una fiera lite, che a' suoi tempi per ciò s'accese fra il Duca di Castrovillari Gran Protonotario, ed il famoso Cicco Loffredo Viceprotonotario. Presentemente tutte queste contese son finite, poichè il Viceprotonotario non riconoscendo da altri, che dal Re quella carica, se l'appropria solo, ed ora l'Ufficio di Gran Protonotario è rimaso a sol titolo d'onore, senza soldo e senza emolumenti; ritiene però gli onori di vestire di porpora, e di sedere ne' Parlamenti nella parte destra del Re dopo il Grand'Ammiraglio.

Ma egli è ben da avvertire, che i Notari d'oggi, la creazion de' quali s'appartiene al Viceprotonotario, non hanno conformità alcuna con que' Notari, delli quali si parla nel Codice Teodosiano, e di cui parla Cassiodoro, i quali, come si è detto, aveano più somiglianza con gli Ufficiali della Secretaria, o Cancellaria del Re, li quali hanno il pensiero degli atti, e delle scritture del Re, che co' Notari presenti, la cui incumbenza si raggira agl'istromenti, ed atti de' privati, ancorchè il lor Ufficio pubblico fosse. Hanno costoro più coerenza co' Tabellioni degli antichi Romani, l'Ufficio de' quali era a questo somigliantissimo; con una sola differenza, che nella persona dei Notari d'oggi si vedono uniti insieme l'Ufficio dei Tabularii, e quello de' Tabellioni.

Presso i Romani coloro, ch'erano destinati ad aver la custodia de' pubblici Archivj, ove si conservavano i pubblici istromenti, ed i monumenti delle cose fatte, si chiamavano Tabularii, poichè il luogo, dove quelli si serbavano, era appellato Tabularium; ed i Greci lo chiamavano Grammatophylacium, ovvero Archium[645]; e sovente la cura di questi luoghi era commessa ai servi pubblici, cioè comprati con pubblico denaro delle città, o delle province; e questi Tabularj, perchè pubblici, non solo per la Repubblica, ma anche per ciascheduno privato potevano intervenire e stipulare, acquistare, e in lor nome prender anche la possessione[646]. L'Imperador Arcadio poi discacciò dal Tabulario i servi pubblici, e comandò che i Tabularj fossero uomini liberi[647], i quali come persone pubbliche potessero stipulare per altri, non altrimenti che il Magistrato[648]. Ma l'Ufficio di questi Tabularj non era altro, che custodire nell'Archivio i pubblici istromenti e monumenti delle cose fatte, e come persone pubbliche di poter intervenire e stipulare per altri.

Li Tabellioni erano quelli, i quali avanti a' Tabularj dettavano e scrivevano i testamenti, e stendevano i contratti, facendone pubblici istromenti[649], che si davan poi a conservare a' Tabularj. Questi Tabellioni erano ancora chiamati Nomici cioè Juris studiosi, perchè in quelli per concepir bene, e dettare gl'istromenti, ovvero testamenti, vi si ricercava ancora qualche perizia delle leggi[650]. Altri interpretarono la voce Nomicus, cioè Legitimus, perchè egli rendeva legittimi tutti gli atti. Che che ne sia, egli è certo, che i Tabellioni, che oggi noi appelliamo Notari, eran tutto altro da' Tabularj, i quali erano preposti all'Archivio, siccome fra di loro vengon distinti da Giustiniano nelle sue Novelle[651], e non bisogna confondergli, come fecero Accursio[652], Goveano[653], e Forcatolo[654].

Queste due funzioni però s'uniron poi nelle persone de' nostri Notari; poichè siccome prima i Tabellioni avanti a' Tabularj scrivevano gl'istromenti, e presso questi nell'Archivio si conservavano: poi fu introdotto, che gl'istromenti o testamenti avanti a' Tabellioni si scrivessero, senza più ricorrere a' Tabularj, e ch'essi medesimi gli conservassero, facendone protocolli, e custodendogli non più ne' pubblici Archivj, ma nelle proprie case. Quindi nacque, che confondendosi quest'uffici, fosse il Notaro riputato persona pubblica, e che siccome i Tabularj potevano stipulare per altri, potessero anch'essi farlo.

Divenne perciò l'Ufficio de' Notari di maggior fede e confidenza: ond'è che i Principi nel creargli vi stabilirono certe leggi, e ricercarono molti requisiti, d'essere incorrotti, e di buona fama, fedeli ed intelligenti; che sappiano scriver bene, ben intendere le convenzioni delle parti per poterle poi nettamente ridurle in iscritto: siano secreti, liberi, cristiani, conoscano i contraenti, e perciò nazionali de' luoghi, ove desiderano esercitare. Quindi richiedendo quest'Ufficio una somma fedeltà, si vide ne' tempi antichi esercitarsi presso di noi da persone nobili; e siccome un tempo non si sdegnavano i Nobili, particolarmente i Salernitani, esercitar medicina, così ancora molti Nobili de' nostri Sedili, non si sdegnarono ne' tempi antichi farsi Notari; e Marino Freccia[655] testifica aver egli veduto molti istromenti, registri, inventarj, ed altri antichi monumenti scritti per mano di Notari nobili, le cui famiglie, egli dice, non voler nominare, per non dar dispiacere a' loro posteri leggendole. Quindi nacque ancora presso i nostri Autori la massima, che per l'esercizio del Notariato, non si perdano i privilegi della Nobiltà, e che non debbano i Notari noverarsi fra gli artegiani[656].

§. VII. Del Gran Siniscalco.

Siccome presso i Franzesi, dopo la suppressione de' Maestri del palazzo, quattro Ufficj della Corona furono grandemente accresciuti, che riguardavano la guerra, la giustizia, le finanze, e la casa del Re; e per quel che si attiene alla guerra, surse il Gran Contestabile, per la giustizia il Gran Cancelliere, e per le finanze il Gran Tesoriero Capo ufficiale della Camera de' conti: così ancora per quel, che riguarda la casa del Re, innalzossi il Gran Maestro di Francia, anticamente chiamato Conte del palazzo, cioè Giudice della casa del Re, ch'ebbe il governamento della medesima.

Non altrimenti nella Corona di Sicilia, oltre gli altri Ufficiali annoverati, si vide ad esempio di quello di Francia il Gran Maestro di Sicilia, chiamato con vocabolo ancor franzese Siniscalco, ovvero Maggiordomo della casa del Re, il quale avea il governamento della medesima, e la cura ed il pensiero di provedere il regio Ospizio di ogni sorte di viveri, secondo il bisogno richiedeva: era ancora della sua incumbenza di provedere delle biade ed altre vittovaglie per li cavalli della stalla del Re, tener cura delle foreste, e delle caccie riserbate per divertimento del Re, de' familiari, ed altri servidori della casa reale, sopra i quali teneva giurisdizione di correggergli, e castigargli eccetto che sopra i Ciambellani, i quali per essere intimi servidori e Cubicularj del Re, che pongono il Re in letto, e lo scalzano, e sono nella Camera secreta del Re, perciò furono esenzionati dalla giurisdizione del Gran Siniscalco, siccome li Collaterali del Re, che erano partecipi del consiglio segreto del Re, e riputati come parte del corpo del Re[657].

Era egli perciò il Giudice della Casa reale, e sotto la cura sua era tutta la famiglia del palazzo regio, e tutti gli altri Ufficiali minori della casa del Re, i quali secondo i particolari loro impieghi assunsero varj nomi; onde sursero molti Ufficj detti non già della Corona, ma solamente per questo fine, della Casa del Re.