Giunto Diopoldo a Palermo, narra Riccardo da S. Germano, fece sì, che si pose in mano la persona del Re, e la guardia del suo palagio reale: ma ciò non potendo tollerare Gualtieri della Pagliara G. Cancelliero, in un convito, che di notte tempo fece apparecchiare a questo fine, lo fece dalle sue genti imprigionare con un suo figliuolo: ma perchè nol guardavano com'era mestiere, di là a poco, dalla notte favorito, fuggì via, ed imbarcatosi in un vascello ritornò di nuovo in questo seguente anno 1207 in Salerno, e di là passò in Terra di Lavoro, ove combattendo co' Napoletani, fece di essi strage sanguinosissima[218].
§. I. Cuma distrutta, e la sua Chiesa unita a quella di Napoli.
Ma qui non bisogna tralasciare ciò che un antico Scrittor napoletano, e l'Autor dell'Ufficio di S. Giuliana, che scritto da antichissimi tempi in pergameno si conserva nel monastero di Donnaromita, narrano in quest'anno della destruzione di Cuma, e di alcuni combattimenti ch'ebbero i Napoletani co' Tedeschi, ed Aversani con successi particolari, taciuti all'intutto da gravissimi Scrittori, e contemporanei a' fatti che si narrano.
Essi raccontano[219], che in questi tempi essendo la città di Cuma quasi che disfatta, e perduto per la malvagità degli abitatori il nome di città, divenne ricetto di ladroni e di corsari, che per mare, e per terra infestavano i viandanti e le vicine regioni, oltre alle continue scorrerie de' Tedeschi, i quali sovente nella Rocca di quella città ricovrando, tutta Terra di Lavoro, e particolarmente i tenimenti di Napoli, e di Aversa in varie guise aspramente travagliavano: il perchè per ovviare a questi mali, convenuti a parlamento i Cavalieri e popolani di Napoli, conchiusero concordemente, che si dovessero porre diverse squadre di soldati in guardia de' passi, donde per lo più solevano i ladroni tedeschi venire: la qual deliberazione risaputasi da' circonvicini Conti e Baroni, furon da questi i Napoletani grandemente incorati a sì lodevole opera con offerta d'aiutargli con le loro persone e con ogni lor avere. Posto adunque sì buon pensiero ad effetto e distribuite in più luoghi le guardie, stavano attendendo, che i nemici venissero per assalirgli. Or mentre in tale stato eran le cose, Goffredo di Montefuscolo Capitano di sommo valore, ed aspro nemico de' Tedeschi, essendo già il mese di marzo ne andò una sera con alcuni suoi famigliari a Cuma, ove fu dal Vescovo d'Aversa, che allora nel castello albergava, cortesemente accolto. Pose la venuta di Goffredo così di notte tempo in gran sospetto gli Aversani, temendo non gli volesse il Vescovo tradire, ed avesse ricevuto colà entro Goffredo per farlo fortificare a lor danni, com'era altre volte avvenuto. Pure perchè di ciò non poteano aver alcuna certezza, inviarono a Cuma alcuni lor cittadini ad informarsene, e con ogni diligenza, e secretezza a porsi in guardia del castello, acciocchè Goffredo occupar nol potesse. Goffredo intanto veggendo la loro venuta cadde nella stessa sospizione, nella quale erano in prima gli Aversani caduti, dubitando non il Vescovo gli avesse chiamati per farlo prigione; il perchè prendendo anch'esso a guardarsi di loro, si fortificò insieme co' suoi compagni in un particolar casamento. Or mentre gli uni dagli altri, e temevano e si guardavano, sospettando Goffredo non per lo picciol numero de' suoi fosse alla fine sopraffatto dagli Aversani, inviò prestamente in Napoli a chieder soccorso, ed a pregar i Napoletani, che non indugiassero a liberarlo dal pericolo, ed a far del castello quel che fosse lor paruto il meglio. A tal novella messosi a cavallo il Conte Pietro di Lettere, parente di Goffredo, velocemente a Giuliano se ne andò, e tolti seco molti soldati, che ivi eran posti in guardia de' Napoletani contro i Tedeschi, senz'alcuno indugio a Cuma se ne passò; della cui venuta lieto Goffredo gli uscì all'incontro e gli fece giurare, che se il castello si prendesse, avrebbero consignati a lui e mobili e gli uomini, che vi eran dentro; e così convenuti entrarono insieme nella città. Poco stante sopravvennero per l'ambasciata di Goffredo buon numero di Cavalieri e popolari napoletani, ond'egli veggendosi fuor di pericolo, tenuto consiglio con essi Napoletani e col Conte Pietro, fece conchiudere, che prima di partirsi di là avessero in ogni modo il castello nelle mani, e che la città da' fondamenti disfacessero, perchè così si sarebbero per sempre liberati da ogni timore d'essere infestati da' ladroni e da' Tedeschi. Richiesero perciò agli Aversani, ed al lor Vescovo, che fuori ne uscissero; ma gli Aversani ricusando d'uscirne; e fattesi sopra ciò molte parole, veggendo i Napoletani e Goffredo, che non era più da indugiare, accostatisi per mare e per terra, cominciarono a combattere valorosamente le mura, e poco dopo il castello, ed accesovi il fuoco, a gran fatica il Vescovo, e gli Aversani, che vi eran dentro, fuggendo camparono; ed i Napoletani fatta distrugger la città, ed abbatter la Rocca lietamente, e con gran trionfo a Napoli se ne ritornarono; onde Cuma essendo stata interamente distrutta, la sua Chiesa, ch'era prima suffraganea a quella di Napoli, riunì alla medesima con tutte le sue ragioni e beni[220].
Allora fu, come narra il soprannominato Autor dello ufficio di S. Giuliana, che Anselmo Arcivescovo di Napoli, e Lione Vescovo di Cuma, deliberarono, che si trasferissero dalla maggior chiesa della città disfatta i Corpi de' SS. Martiri Massimo, a cui era dedicata la chiesa, e di S. Giuliana, e d'un fanciullo di tre mesi, che si diceva Massimo aver fatto miracolosamente parlare alla presenza di Fabiano Prefetto; acciocchè da altre genti straniere rubati non fossero: spinti ancora da Brienna allora Badessa del monastero di Donnaromita, la quale con tutte le sue Suore ardentissimamente bramava il Corpo di S. Giuliana; il perchè andato a Cuma il detto Lione, Pietro Frezzarnolo Subdiacono del Duomo di Napoli, e gli Abati di S. Pietro ad Ara, e di S. Maria a Cappella, e buon numero di Cavalieri e popolani napoletani, aperte le casse dove le reliquie erano riposte, indi le tolsero, e con gran riverenza ed onore, via seco le portarono alla chiesa di S. Maria a piè di Grotta. Trovarono ivi la Badessa, e molte altre Monache del suddetto monastero di Donnaromita, e con esse buon numero di nobili madrone e donzelle, che l'attendevano, e con grand'allegrezza ricevettero. Dimorate poi là insino il seguente mattino, ritornò il nominato Vescovo Lione con molti Cavalieri del Seggio di Nido, nel cui quartiero è il suddetto monastero, ed altra innumerabil turba di Cavalieri e popolari napoletani con rami d'ulivi in mano, e tolte le reliquie cantando inni e salmi le portarono ad una chiesa che era sopra l'isola di S. Salvatore, ov'è al presente il Castel dell'Uovo. Giunse co' Canonici e con tutto il Clero l'Arcivescovo Anselmo, e nella città processionalmente entrati collocarono in Donnaromita il corpo di S. Giuliana, ed il suo quadro, che di Cuma recato aveano, e le reliquie di S. Massimo e del fanciullo nel Duomo, ove ora ancor si adorano, riposero.
Ecco ciò che scrivono questi Autori; all'incontro non mi par di tacere per la fede dovuta all'istoria, ciò che ritrovo scritto da gravi e veritieri Scrittori. Raccontano adunque Riccardo da S. Germano, e l'Autore della Cronaca, che si conserva in Monte Cassino, che il Conte Diopoldo in quest'istesso anno 1207 che si narrano questi successi, da Salerno venuto in Terra di Lavoro a battaglia co' Napoletani, diede loro una notabil rotta, con farne crudelissima strage[221]; aggiungendovi ancora Riccardo, che sostenne, e menò seco prigioniero nelle sue castella esso Goffredo di Montefuscolo, senza far menzione alcuna della distruzion di Cuma. Puossi nondimeno per concordar queste relazioni dire e credere, che dopo la distruzion di Cuma, la quale avvenne nel mese di marzo, irato Diopoldo, o per tal cagione, o perchè fossero stati i suoi Tedeschi malmenati da' Napoletani, che s'eran posti in guardia contro di loro, ne gisse sopra Napoli, e che uscitigli all'incontro i Napoletani con Goffredo di Montefuscolo fosser stati in battaglia rotti, ed uccisi con rimaner prigione Goffredo secondo che quegli Autori scrivono; ma come ciò avvenuto fosse il rimetto al giudicio di chi legge.
CAPITOLO II. Papa Innocenzio naviga in Sicilia: conchiude le nozze di Federico con Costanza figliuola d'Alfonso II Re d'Aragona; e difende il Regno dall'invasione d'Ottone IV Imperadore.
Intanto in Palermo il Cancellier Gualtieri avea eccitati torbidi gravissimi nel palagio reale, poichè trattando con ogni suo studio, che Guglielmo Capparone gli dasse in balia il palagio e la persona del Re, e non potendo ciò ottenere, pose tutto in rivolta; onde essendo i maggiori Ministri del Regno fra lor divisi con grosso numero di partigiani, porsero occasione ai Saracini dell'isola, che senza niun timore di gastigo prendessero l'armi, e non solo si togliessero dall'obbedienza del Re, ma anche danneggiassero malamente i Cristiani, con prendere a forza il castel di Coriglione, e minacciare di far altri danni più gravi.
Non minori erano i disordini, che cagionava nel Regno di Puglia Corrado di Marlei creato dal morto Imperadore Conte di Sora, il quale infestava non solamente Terra di Lavoro, e gli altri circostanti luoghi, ma anche lo Stato del Pontefice. Di sì miserabile stato d'ambi i Reami a pietà mosso Innocenzio, determinò navigar in Sicilia, come in fatti nel dì 30 del mese di maggio del nuovo anno 1208 arrivò egli in Palermo con molti Cardinali, Arcivescovi ed altri Prelati, e ritrovando già cresciuto, e d'età di 13 anni il Re Federico, il persuase ad accasarsi; e propostagli per isposa Costanza sorella di Pietro Re d'Aragona, nè Federico ripugnando, cominciò a trattar egli con Sancia madre della sposa il parentado: indi partissi da Palermo, ed a' 23 di giugno venne in S. Germano[222].
Quivi giunto, ragunò un'Assemblea di Baroni, giustizieri e Governadori delle città e castella: statuì con loro, che ciascuno badasse a soccorrere il Re Federico, inviando per tal effetto in Sicilia a loro spese 200 cavalli, i quali dovessero dimorar colà per un anno intero. Creò altresì maestri Giustizieri e Capitani nel nostro Regno Pietro Conte di Celano, e Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi, commettendo al Conte di Celano la Puglia e Terra di Lavoro, ed al Conte di Fondi la città di Napoli, e l'altre parti di esso. Diede in oltre assetto agli affari della Giustizia, che per le continue guerre, e per la baldanza de' Tedeschi poco era conosciuta, con dar altri provvedimenti per lo suo buon governo, come raccontano Riccardo da S. Germano, e la Cronaca di Fois. Comandò, che tutti dovessero osservar fra di loro pace, e se alcuno sarà offeso, che ricorresse a' soprannominati Conti ad esporre le loro querele: impose gravi pene, e dichiarò che fosse tenuto per pubblico inimico colui, che avesse ardire di opporsi a quel che avea ordinato, e di turbar la quiete del Regno[223].