Intanto il Conte Gentile, che dicemmo esser rimaso in Palermo alla cura di Federico, corrotto da molta moneta pose in poter di Marcovaldo non sol la città di Palermo, ma tutta l'isola di Sicilia, fuor che Messina; il quale avrebbe agevolmente fatto morire il Re, ed usurpatane la regal Corona, se non avesse temuto del Conte di Brenna, il quale per ragion di sua moglie, se moriva quel fanciullo, avrebbe preteso, che a lui per ragione perveniva il Reame. Soprastette adunque a ciò fare, attendendo tempo più opportuno per porre il suo cattivo intendimento ad effetto; procacciando intanto per mezzo di molta moneta, non ostante la repulsa, che un'altra volta ne avea avuta, di distorre Innocenzio dal favoreggiar Federico, e di far ritornar in Francia senza tentar altro il Conte Gualtieri. Ma ecco, che furono dissipati i suoi disegni da colei, che tutte l'umane speranze confonde ed abbatte; perciocchè non guari da poi, patendo egli di difficoltà d'orinare, cagionatagli da una pietra, che se gli era generata nelle reni, gli sopraggiunsero così acerbi dolori, che non potendogli soffrire si fece tagliar da basso per cavarnela, secondo che comunalmente si usa, ma non riuscito il taglio si morì subito scomunicato verso la fine di quest'anno 1202, terminando con la vita la sua vasta ambizione ed avidità di regnare. L'Autor delle gesta d'Innocenzio, lo fa pure morir di taglio; ma Riccardo di S. Germano[212] lo fa morire di dissenteria.
In Puglia il Conte Diopoldo non si rimanendo di usare le solite malvagità, venuto l'anno di Cristo 1203 fu per opra de' partigiani del Conte Gualtieri posto in prigione dallo stesso Castellano della Rocca di S. Agata, in cui s'era salvato; nulladimeno poco giovò a Gualtieri tal prigionia, poichè il Castellano medesimo, poco stante, corrotto da lui con premj e promesse il ripose di nuovo in libertà.
Intanto in Sicilia la morte di Marcovaldo cagionò nuove rivolture; poichè Guglielmo Capparone, anche egli Capitano tedesco, saputa la di lui morte, incontinente andò a Palermo, ed occupò il palagio reale colla persona del Re, e cominciò a intitolarsi Custode del Re, e Governadore di Sicilia: la qual cosa dispiacendo a' seguaci del morto Marcovaldo, negarono di ubbidirgli, e formarono un altro partito, con grave danno degli affari dell'isola.
Gualtieri della Pagliara, giudicando esser questo il tempo opportuno di rimettersi in istato, scrisse al Pontefice con chiedergli l'assoluzione della scomunica, perch'egli l'avrebbe ubbidito in tutto quel che gli avesse comandato, e che in queste rivolture avrebbe impiegato tutti i suoi talenti per servigio della S. Sede: Innocenzio non differì di accordargliela, onde passato in Sicilia, e ripreso l'Ufficio di Gran Cancelliero, che niuno gliel vietò, scrisse sue lettere ad Innocenzio, nelle quali mostrando di procacciar solo l'utile di Federico, chiedea che inviasse colà per lo ben di quel fanciullo un Cardinal Legato, che ponesse fine all'autorità di tanti Tiranni, e governasse egli solo il tutto[213]. Alla qual cosa acconsentendo il Pontefice vi inviò prestamente Gerardo Allucingolo da Lucca Cardinal di S. Adriano uomo di gran stima, e nipote del Pontefice, in mano di cui avendo giurato in Messina Guglielmo Capparone di riconoscer per Balio del Reame Innocenzio, e lui per suo Legato, e che l'avrebbe ubbidito in ciò che gli comandasse, fu assoluto dalla scomunica, nella quale come partigiano di Marcovaldo era insieme con lui incorso.
Andò poi il Legato a Palermo, ove poco prima era andato anche Guglielmo, e cominciando a trattare insieme i negozj del Regno, vennero tosto in aperte discordie, perchè Guglielmo deludendo il Legato, non faceva nulla di quanto questi gli dicea, onde il Legato stimando, che non era convenevole star in Palermo sprezzato in cotal guisa, significato il tutto al Pontefice, se ne ritornò a Messina.
Era in questo mentre il Cancellier Gualtieri andato in Puglia, e mandate sue lettere e messi al Pontefice con mezzi di persone potenti e grandi che vi adoperò, tentò ogni possibil modo di esser restituito all'Arcivescovado di Palermo, o almeno al Vescovado di Troja; ma Innocenzio fu sempre a ciò costante di non voler togliere l'Arcivescovado di Palermo a Parisio Vescovo di Messapa, nè quel di Troja ad un altro Prelato, a cui dati gli avea.
Dall'altra parte in Puglia Diopoldo teneva in terror quelle province, onde il Papa inviò in ajuto al Conte Gualtieri Giacomo Conte d'Andria suo Maresciallo, che lo creò ancora Maestro Giustiziero di Puglia, e di Terra di Lavoro; e nell'anno seguente 1204 collegatisi insieme i Conti Gualtieri di Brenna, il Conte Giacomo S. Severino di Tricarico, ed il Conte Ruggiero di Chieti, dopo altre minori imprese, posero l'assedio a Terracina di Salerno, del qual luogo a' nostri tempi non appare vestigio alcuno, e prestamente la presero[214]; ma sopraggiunto immantenente Diopoldo, con l'ajuto de' Salernitani suoi partigiani, e coll'esercito che seco menò, vi assediò dentro il Conte Gualtieri, e sì fattamente con varj assalti il travagliò, che restò ferito Gualtieri con un colpo di saetta in un occhio, in guisa tale che ne perdette la vista di esso: ma venuti in suo soccorso i sopraddetti Conti di Tricarico, e di Chieti, fu Diopoldo vergognosamente scacciato dall'assedio, e da tutto il territorio di Salerno, restando egli assediato in Sarno dal Conte Gualtieri.
Ma mentre essendo già entrato il nuovo anno 1205 il Conte di Brenna mal si guardava da' pericoli della guerra, esponendo men cautamente la sua persona, ed il suo esercito, avvenne che avvertito Diopoldo di tal trascuraggine e baldanza, uscì di buon mattino improvviso con suoi soldati sopra l'esercito nemico, nè trovando in esso quella vigilanza, che conveniva, l'assalì e ruppe in un subito[215], con ucciderne grosso numero, e fatto prigione il Conte in più parti ferito da lance e da saette, mentre ignudo con la spada in mano valorosamente si difendeva, il condusse dentro di Sarno, ove non guari da poi per le ricevute ferite, di questa vita trapassò; come narrano Riccardo da S. Germano, e l'Autore della Cronica di Fois, amendue Autori di que' tempi[216].
L'infelice Albinia vedutasi, morto suo marito, sola e rimasa di lui gravida, si maritò prestamente col soprannomato Giacomo Sanseverino Conte di Tricarico, il quale soprastette a congiungersi con lei sin che partorì un figliuolo maschio, che in memoria del padre fu nomato parimente Gualtieri, e fu poscia Conte di Lecce; dalla cui progenie derivò la Regina Maria d'Engenio, e Brenna moglie del Re Ladislao II che appresso diremo.
La morte di Gualtieri Conte di Brenna sollevò in maniera il partito di Diopoldo, e de' suoi Capitani tedeschi, e pose in tanta costernazione il Conte Pietro di Celano, ed i suoi partigiani, che finalmente fu duopo ad Innocenzio istesso di pacificarsi con Diopoldo, e co' suoi partigiani tedeschi, e commetter ad essi la custodia del Regno; per la qual cosa nel seguente anno 1206 ricevette in sua grazia Diopoldo co' suoi, ed avendolo fatto giurare in mano d'un Fra Rinieri (secondo che scrive l'Autor della Cronaca di Fois) e di Maestro Filippo Protonotario Appostolico, che convennero per tal affare in Terra di Lavoro, di ubbidir liberamente il Pontefice e i suoi Legati, come a Balio del Regno, fu dalle censure assoluto; e nella stessa maniera giurando Marcovaldo di Laviano e Corrado di Marlei Signori di Sorella con tutti i lor partigiani e vassalli, furono parimente questi ricevuti in grazia del Pontefice, siccome tutti i tedeschi, che dimoravano in Puglia ed in Sicilia. Andò poi Diopoldo in Roma a piè del Pontefice, e fu da lui onorevolmente accolto, e ragionato insieme degli affari del Regno, ritornò con sua licenza a Salerno, ed indi sopra alcuni vascelli, per ciò apprestati, navigò a Palermo[217].