Laonde Gualtieri, l'Arcivescovo di Messina, Caro Arcivescovo di Monreale e l'Arcivescovo di Ceffalù, che con Ranieri Manente stavan per conchiuder la pace, quando udirono il voler del Pontefice, videro che i soldati dell'esercito, ed il Popolo palermitano non volevan la pace in guisa alcuna, anzi stavan per far tumulto e rivoltura contro di loro, posto da parte ogni trattato d'accordo, diedero libertà di venir a battaglia co' Tedeschi. Azzuffati adunque fra Palermo e Monreale ch'era stato già preso da Marcovaldo, e di soldati munito, si combattè con incredibil ferocia dalla terza insino alla nona ora del giorno: ma alla fine con morirvene grosso numero d'ambedue le parti, vinsero i soldati del Pontefice per lo valor particolarmente di Giacomo Maresciallo, il quale con avere rimessa due volte in piedi la battaglia, e ributtati gli Alemani ed i Saraceni, che avean poste in volta le prime squadre del suo esercito, adoperandosi non meno da valoroso soldato, che da avveduto Capitano, fu principal cagione della vittoria. Perirono grosso numero di soldati e de' più stimati del suo esercito, e fra essi il sopraddetto Ranieri Manente: presero ancora i nemici alloggiamenti, e vi fecero ricca e copiosa preda, indi assalirono Monreale e l'espugnarono in un subito, uccidendo la maggior parte de' difensori; e Marcovaldo, perduto ogni suo avere, fuggì in guisa tale, che per alcun tempo non s'udì novella alcuna de' suoi. Allora fu, che fra gli arredi suoi, si trovò il testamento dall'Imperador Errico bollato con Bolla d'oro, parte del quale vien trascritto dal Baronio nei suoi Annali. Significò tutto questo avvenimento al Pontefice per una sua particolar lettera Anselmo Arcivescovo di Napoli, che dimorava come abbiam detto nell'esercito; e volendo i famigliari del palagio reale, la cui dignità era in fatti l'esser Governadori del Regno e della persona del Re, rimunerare il valor di Giacomo Maresciallo, gli concedettero in nome di Federico il Contado d'Andria, il qual poi fu lungamente da lui posseduto: così costoro come Governadori del Reame credeano esser della loro autorità il poter investire, siccome dall'altra parte non trascurò far Innocenzio, del quale come Balio si leggono ancora alcune investiture, come del Contado di Sora in persona di suo fratello e di alcun'altre, delle quali non ci mancherà occasione di favellare in più opportuno luogo.

Ma i soldati papali cominciavano tra per lo calore della state, e per gli disagi della guerra ad infermare e morire in gran numero, onde convenne al Conte Giacomo di colà partirsi e ritornare in Puglia. Dopo la qual cosa essendo morto l'Arcivescovo di Palermo, Gualtieri della Pagliara Cancellier di Sicilia e Vescovo di Troja si adoperò di maniera, che si fece da' Canonici di quella città crear Arcivescovo (non facendosi a questi tempi difficoltà d'unire due Cattedre in una medesima persona) ed ammettere dal Cardinal Legato con tale elezione, prendendone l'insegne ed il possesso prima di riceverne il pallio e la confermazion del Pontefice; dal quale fu per tal atto acerbamente ripreso il Legato[207], onde sdegnato perciò maggiormente Gualtieri scrisse, e parlò più liberamente contro di lui nell'affare di Gualtieri Conte di Brenna, secondo che appresso diremo.

Avea in questo mentre, essendo già entrato il nuovo anno di Cristo 1200, Diopoldo commesse infinite malvagità nel Reame; perciocchè quantunque collegatosi con l'Abate Roffredo gli avesse promesso in Venafro con giuramento sopra i Santi Vangeli di non molestar niuno degli abitatori delle terre della Badia: nondimeno una notte assalì improviso que' di S. Germano, e presa la Terra senz'alcun contrasto, la pose a sacco ed a ruina, e l'Abate Roffredo e Gregorio suo fratello, che colà dimoravano fuggirono in Atino, donde passati poscia nel Contado de' Marsi chiesero soccorso a Pietro Conte di Celano, che loro il negò; ma Sinibaldo e Rinaldo ch'eran del medesimo legnaggio de' Conti de' Marsi, che ora si dice di Sangro, loro inviarono tutto il vasellamento d'argento e danaro, che in pronto aveano; co' quali assoldò l'Abate alcuni soldati, e se n'entrò chetamente con essi di notte tempo in Monte Cassino. Del cui arrivo avuta contezza Diopoldo, temendo non avesse condotto maggior numero di persone, prestamente si partì via, lasciando affatto voto di Popolo S. Germano, nella qual città rientrato l'Abate, la fornì di nuove mura e di torri. E Diopoldo, non guari da poi che partì venne a battaglia presso Venafro col Conte di Celano, e 'l ruppe e fugò, facendo prigioniero Berardo suo figliuolo, che con gli altri prigionieri di S. Germano nella Rocca d'Arce rinchiuse.

Venuto poscia l'anno di Cristo 1201 Gualtieri Conte di Brenna, che era ito in Francia a raccor soldati, ritornò in Roma, conducendone seco picciol numero, ma di provato valore; co' quali volendo entrar nel Reame, fu da molti giudicato matto e arrogante, perchè con sì picciola compagnia volesse porsi a così grande impresa. Ed il Conte Diopoldo avuta contezza del suo venire, convocò numeroso esercito di Tedeschi e di altri suoi partigiani per farsegli all'incontro, e scacciarlo dal Regno. Il Pontefice temendo non mal capitasse Gualtieri, con accrescersi ardimento a' Tedeschi, diede al medesimo cinquecento oncie d'oro, perchè potesse ragunar più soldati[208], e parimente scrisse molte sue lettere dirette a' Conti, Baroni e Popoli del Reame, acciocchè il ricevessero nelle lor città e castella, e 'l favoreggiassero contro Diopoldo. Con tali aiuti il Conte menando seco Albinia sua moglie entrò valorosamente in Terra di Lavoro, e congiuntosi con l'Abate Roffredo, che con buon numero di gente venne in suo aiuto, assediò Teano, e prestamente il prese; ed indi per lo favor di Riccardo Arcivescovo di Capua, ch'era figliuol di Pietro Conte di Celano, ebbe anche il castello della città di Capua; presso del qual dimorando, gli venne all'incontro Diopoldo con numeroso esercito, e venuti a battaglia, divisando Diopoldo di porlo subito in rotta per esser assai più potente di lui, gli avvenne tutto il contrario; perciocchè combattendo Gualtieri ed i suoi soldati con insolita fortezza, urtarono sì fattamente ne' Tedeschi, che con farne grandissima strage gli posero in rotta ed in fuga, e saccheggiarono dopo la vittoria le lor ricche tende, insieme co' Capuani, che uscirono anch'essi a partecipar della preda. Unitosi poscia con Gualtieri il Conte di Celano, girono con l'Abate e con l'Arcivescovo Riccardo ad assediar Venafro, che subito presero ed abbruciarono; e fatti altri maggiori progressi, si vide Gualtieri in brevissimo tempo aver presa la maggior parte de' luoghi del Contado di Molise, e l'Abate Roffredo ricuperò anch'egli dalle mani di Diopoldo, Pontecorvo, Castelnuovo e Frattura, luoghi della sua Badia.

Intimoriti perciò i Tedeschi, si racchiusero nella lor Fortezza; onde entrato il nuovo anno 1202 girono il Conte Gualtieri, il Conte di Celano e l'Abate Roffredo, che insieme col Cardinal Galloccia facea l'uffizio di Legato in Puglia, a conquistar il Principato di Taranto e 'l Contado di Lecce; i quali Stati insieme con Brindisi ed altri luoghi di quel Principato tosto loro si resero, e lo stesso fecero di là a poco Lecce col suo castello, Melfi e Montepiloso: assediando Monopoli e Taranto, che non s'eran voluti rendere.

Ma questi progressi del Conte di Brenna, che faceva in Puglia, non eran ben appresi da' Siciliani, e particolarmente da Gualtieri della Pagliara Arcivescovo di Palermo, il quale s'avea usurpata tutta l'autorità del Governo in quell'isola, e facendosi partigiani gli altri familiari del Re, dava a' medesimi a suo piacere i Contadi, le Baronie, i Governi delle città e delle province, e gli altri Magistrati e dignità per afforzar meglio il suo partito. Disponeva altresì come meglio a lui parea de' tesori e delle rendite reali, non ostante l'ordine del Pontefice, che non voleva, che si facesse cosa veruna senza il voler di tutti, con riservare anche in alcuni più importanti affari il suo consentimento; e per poter egli più agevolmente recare ogni suo intendimento a effetto, fece venire in Sicilia suo fratello Gentile della Pagliara Conte di Manopello, alla grandezza del quale continuamente badava, avendo in pensiero, secondo che scrive la Cronaca di Fois, di farlo, tolto dal Mondo il fanciullo Federico, crear Re di Sicilia, e lo stesso, scrive, che rimproverò Marcovaldo, quando divenuti fra di loro aspri nemici s'infamarono l'un l'altro di cotal malvagità.

Fu Gentile tosto creato famigliar regio, il quale cominciò a trattar di concordia con Marcovaldo, ancorchè scomunicato, e nemico del Pontefice, come in effetto si fece, costituendolo sopra tutti i famigliari, e dividendosi i Governi del Reame, acciocchè l'uno regnasse in Sicilia e l'altro in Puglia. Strinsero l'amicizia col parentado, dando Marcovaldo al figliuolo del Conte Gentile una sua nipote; ed ordinò Gualtieri a tutti i Popoli soggetti in nome del Re fanciullo, che ciò ch'esso avea stabilito dovessero compiutamente ubbidire; ed egli lasciata sotto la cura di suo fratello in Palermo la persona di Federico, e 'l palagio reale, se ne passò in Calabria ed in Puglia, ove con incredibile rapacità tolse tutti i sacri vasi ed i preziosi arredi delle chiese, e taglieggiò i particolari uomini, ed i Comuni delle città e castella, logorando poi inutilmente la rapita moneta, come colui che di pari avido in raccorla, era prodigo in donarla e buttar via. Declamava ancora contro il Pontefice, che diceva, di Balio esser divenuto crudel nemico del Re e del Regno, per aver dato aiuto al Conte Gualtieri, che ostilmente travagliava la Puglia per torla al Re fanciullo, e che in vece di fargli ostacolo gli avea somministrata gente e denaro. E proccurando con tutti i suoi sforzi far lega e compagnia con diversi Baroni del Reame, s'accingeva di mover guerra a Gualtieri ed al Pontefice, per discacciar l'uno dalla Puglia, e l'altro perchè non avesse parte alcuna nel Governo di questi Reami.

Il Pontefice Innocenzio, a cui erano state significate le opere di costui, non tralasciò tosto provedervi di rimedio, poichè fattolo ammonire più volte, che si astenesse da tali imprese, nè volendolo ubbidire, finalmente lo scomunicò, privandolo dell'Arcivescovado di Palermo, del Vescovado di Troja e dell'Ufficio di Cancellier di Sicilia, e creò altri Prelati in suo luogo nelle Chiese, che tolte gli avea, ordinando a tutti i Siciliani e Regnicoli, che non ubbidissero sotto pena di scomunica in niuna guisa i suoi ordini. Percossero questi fulmini in maniera l'Arcivescovo, che perdendo in un subito ogni autorità presso i suoi sudditi, i quali, e perchè comunalmente l'odiavano, e per le censure lanciate non volendo più ubbidirlo, ne divenne in breve la favola di tutti. Il perchè vedendo ciò gli altri famigliari, ch'eran suoi partigiani, cominciarono a temere grandemente di lor medesimi: onde scrissero umilmente in nome del Re al Pontefice, pregandolo per Gualtieri, ed escusandosi essi; a cui Innocenzio rispose con quella lettera, che tolta, dalla Cronaca di sopra allegata, si legge nel registro delle sue epistole[209], la quale merita, che altri la leggano per favellar particolarmente dell'entrata nel Regno del Conte Gualtieri, la quale è stata assai confusamente scritta da coloro, che han trattato delle nostre memorie.

Intimidito per tanto Gualtieri, cercò di concordarsi col Pontefice, e venendo in Puglia a' piedi del Cardinal Legato giurò d'ubbidirgli in tutto quello, che gli avesse comandato; ma come il Legato gli ordinò, che non si fosse opposto al Conte di Brenna nell'acquisto del Principato di Taranto, e del Contado di Lecce, arditamente gli rispose, che se Pietro Appostolo inviato da Cristo fosse venuto a comandargli tal cosa, non gli avrebbe nè anche ubbidito ancorchè fosse stato certo d'avere ad esserne condannato alle pene infernali; e bestemmiando e maledicendo il Pontefice in presenza del Legato, tutto sdegnato da lui si partì, e se ne andò a congiungersi col Conte Diopoldo[210].

Era Diopoldo in questo mentre passato in Puglia insieme col Conte di Manieri suo fratello, e col Conte di Laviano, ed avea ragunato grosso esercito per discacciar il Conte Gualtieri da' luoghi, che vi avea occupati, animando tutti gli altri Baroni a quest'impresa contro Gualtieri, che come nemico del Re, veniva, com'ei diceva, per torgli il Regno. Ma venuto di nuovo con lui a battaglia nel sesto giorno d'ottobre nel famoso luogo di Canne, ove Annibale cartaginese diede la memorabil rotta a Flaminio e M. Varrone Consoli romani, con tutto che il Conte per essere stato colto improviso avesse assai minor numero di soldati, che Diopoldo, ciò non ostante, si portò co' suoi soldati sì valorosamente, che gli pose in rotta, con ucciderne, e far prigionieri la maggior parte, fra' quali furono Sigisfredo fratello del Conte Diopoldo, ed il Conte Ottone di Laviano, salvandosi a gran fatica Riccardo col Conte di Manieri nella città di Salpe, e Diopoldo nella Rocca di S. Agata[211].