Ma non finivano per questo i soldati di Marcovaldo di far continui danni a' luoghi di Monte Cassino, e di porre a saccomanno le chiese, e rubare gli ornamenti degli altari: il perchè l'Abate Roffredo, non parendogli dover più soffrire tante calamità, avendogli offerto una buona somma di moneta, alla fine concordossi con lui, il quale ricevuto denaro uscì dalle sue Terre senza dargli più noja, e n'andò a guerreggiare altrove.

Nell'istesso tempo Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi, veggendo di non poter in altra guisa difendere il suo Stato, si concordò co' Tedeschi, non ostante quello, che gli avea in contrario di ciò scritto Innocenzio, dando per moglie una sua figliuola al fratello del Conte Diopoldo nomato Sigisfredo, a cui avea commesso Marcovaldo la guardia di Pontecorvo, S. Angelo e Castelnuovo, luoghi importanti a' confini del Reame. Ma non guari passò, che Diopoldo, mentre discorrea per lo Reame procacciando di accrescer partigiani a Marcovaldo con minor cura della sua persona, che conveniva, fu fatto prigione da Guglielmo S. Severino Conte di Caserta, il quale, così avendogliene scritto Innocenzio, non volle mentre visse, rimetterlo mai in libertà. Nondimeno venuto egli tra poco a morte, il di lui figliuolo nomato anch'esso Guglielmo, concordatosi co' suoi il trasse di prigione prendendo una sua figliuola per moglie: la qual cosa recò gravissimo danno agli affari del Regno per le malvagità, che poscia Diopoldo per lungo tempo commise.

Avea intanto Marcovaldo (secondo che si legge in una Cronaca d'incerto Autore, che si conserva nella libreria del Duomo della città di Fois in Francia, ridotta in istampa, ed unita col registro dell'Epistole d'Innocenzio) tentato di concordarsi col Papa per opera di Corrado Arcivescovo di Magonza, il quale nel ritorno di Terra Santa era capitato in Puglia, promettendo, pur che non l'avesse molestato nella conquista, ch'egli intendeva fare del Regno, ventimila once d'oro, col dovuto giuramento di fedeltà solito a farsi da' Re di Sicilia a' romani Pontefici, significandogli ancora, che non dovea essergli d'impedimento a far ciò l'aver preso sotto la sua protezione Federico; perciocchè gli avrebbe fatto veramente toccar con mani, che quel fanciullo era stato supposto, nè era altramente nato di Costanza e di Errico.

Ma l'accorto Pontefice conoscendo l'ingordigia di regnare, e la malvagità di Marcovaldo, non diede fede alcuna alle sue menzogne; il perchè Marcovaldo senza far più menzione di tal fatto, tentò con altri mezzi pacificarsi con Innocenzio, e d'esser assoluto dalla scomunica. Il Pontefice gl'inviò Ottaviano Cardinal d'Ostia, Guidone di Papa Romano Cardinal di S. Maria in Trastevere, ed Ugolino de' Conti suo Nipote Cardinal di S. Eustachio; acciocchè comandandogli prima in suo nome di ubbidire a tutto quel ch'egli avesse ordinato intorno a' capi, per i quali era stato scomunicato, e fattogli di ciò prestare il dovuto giuramento, l'avesse poscia assoluto dalle censure, ricevendolo in grazia di S. Chiesa; ma quel Tedesco, che avea altro in pensiero, tentò in varie guise di distorre con prieghi e con minaccie i Cardinali di ordinargli tal cosa, adoperandovi per mezzo Lione di Montelongo consobrino del Cardinal d'Ostia, ma invano; perciocchè il Cardinal Ugolino, pubblicamente gli comandò in nome del Pontefice, ch'egli più non molestasse i Regnicoli, nè tentasse intrigarsi nel lor governo, come Balio di Federico: che restituisse tutti i luoghi occupati in Puglia ed in Sicilia, e ricompensasse i danni avvenuti per opra di lui alla Chiesa romana ed all'Abate di Monte Cassino; e che più non travagliasse i Prelati, e l'altre persone ecclesiastiche. Alle quali cose rispose, che non potea far per allora sì fatto giuramento, ma che avrebbe di presenza nelle mani del Pontefice in Roma giurato di osservare il tutto; ed accomiatati onorevolmente i Cardinali, ritornò alle cattività primiere, procacciando per suoi Messi dare a divedere a' Regnicoli, ch'era convenuto col Pontefice, e ch'egli l'avea confermato per Balio del Regno.

Ma pervenuta ad Innocenzio tal novella, chiarì tosto per sue particolari lettere esser ciò bugia, e ritrovamenti di Marcovaldo; laonde veggendo essergli chiusa in Puglia ogni strada di recare il suo proponimento ad effetto, conchiuse di passare in Sicilia, ove giudicava poter più agevolmente, e con minor contrasto adoperare le sue malvagità. Ma prima di ciò fare, assediò Avellino, la qual città non potendo egli prender così presto per la valorosa difesa de' cittadini, pago della molta moneta, che gli diedero per uscir di tal molestia, si tolse via dall'assedio. Prese poscia a forza Vallata, e la diede a sacco a' soldati, e procedendo a far danni maggiori gli venne incontro Pietro Conte di Celano con buon numero di soldati da lui raccolto nel Contado di Marsi, co' quali non volendo Marcovaldo venire a battaglia, tornò nel Contado di Molise, ove per non poter difendere la città d'Isernia, che allora avea in suo potere, tolse tutti i lor beni a' cittadini, e passato sopra Teano per esercitar le sue forze contro quella città, ne fu ributtato. Alla fine per mantener in fede i suoi partigiani in Terra di Lavoro, ed in altri luoghi di Puglia, lasciato Diopoldo, Ottone e Sigisfredo suoi fratelli, Corrado di Marlei Signore di Sorella, Ottone di Laviano, e Federico di Malento, con buona mano di soldati tedeschi, passò a Salerno, che seguiva la sua parte, e quivi imbarcatosi su l'armata apprestata per tal effetto, navigò felicemente in Sicilia.

Significata intanto a' Governadori del Regno di Sicilia la navigazion di Marcovaldo, per reiterati Messi, chiesero soccorso di soldati al Pontefice, e persona di stima per potersegli opporre, il quale spedì a quella volta Cintio Cincio romano Cardinal di S. Lorenzo in Lucina, e Giacopo Consiliario suo consobrino e Maresciallo con 400 cavalli assoldati a sue spese, e con essi Anselmo Arcivescovo di Napoli, ed Angelo Arcivescovo di Taranto, uomini di molto avvedimento, acciocchè si valessero del lor consiglio. Costoro passati in Calabria ne scacciarono Federico tedesco, che quella provincia aspramente travagliava, e poi valicato il Faro ne girono a Messina città fedelissima a Federico, e che in que' tumulti di Marcovaldo seguitò sempre costantemente il suo nome.

CAPITOLO I. Spedizione di Gualtieri Conte di Brena sopra il Reame di Sicilia per le pretensioni di sua moglie Albinia.

Ma non perchè Marcovaldo sgombrasse di questo nostro Reame, fu questo libero da altre calamità: surse nuovo pretendente, che con forze di genti straniere tentò parimente d'acquistarlo. Fu questi Gualtieri Conte di Brenna franzese, le cui pretensioni avean questo fondamento. La Regina Sibilia, che come si disse, per opra del Pontefice Innocenzio fu da Filippo di Svevia liberata dalla prigionia d'Alemagna, era passata con Albinia e Mandonia sue figliuole in Francia; ed ivi avea maritata Albinia sua primogenita con Gualtieri nato di chiaro e nobilissimo sangue, e di alto valore ed avvedimento. Questi verso la fine di quest'anno 1199 con la moglie già gravida e con la suocera se ne venne in Roma a piè d'Innocenzio, chiedendogli, che gli facesse ragione di quel che apparteneva ad Albinia nel Reame. Esagerò, esser noto a ciascuno, che l'Imperador Errico avea dato a Guglielmo, in vece della Corona di Sicilia e di Puglia, che rinunciato gli avea, il Contado di Lecce, ed il Principato di Taranto, i quali poscia glie li avea tolti senza cagione alcuna. Pose tal richiesta in gran dubbio e pensiere il Pontefice, il quale giudicò esser di gran pericolo il far entrare nel Reame il Conte, temendo, non l'ingiurie fatte alla suocera ed al cognato del morto Imperadore, volesse allora che agio glie ne dava la tenera età di Federico, nel figliuolo vindicare con porre sossopra il Regno; ed all'incontro parevagli, che se del tutto avesse chiusi gli orecchi alla dimanda, sdegnato il Conte, si sarebbe agevolmente congiunto co' nemici del Re, e gli avrebbe mossa aspra e crudel guerra: il perchè giudicò convenevole di fargli dare il Contado di Lecce e 'l Principato di Taranto, ricevendo in prima da lui in pubblico Concistoro giuramento di non molestare in altra cosa il Reame, nè dar noia alcuna a Federico; ma prima che tal cosa ponesse ad effetto, volle significarlo a' Governadori di Sicilia, che reggevano la tenera età del Re, e loro scrisse perciò quella lettera, che si legge nel registro delle sue epistole, ed è quella appunto, che comincia: Nuper dilectus filius noster nobilis vir, etc.

Ma pervenuta cotal lettera alle mani di Gualtieri Arcivescovo di Palermo gli apportò gravissima noia, temendo del Conte più esso, che il Re Federico; perciocch'essendo stato egli con tutti i suoi congiunti aspro nemico di Tancredi e gran partigiano d'Errico nella conquista del Regno, giudicava, che se il Conte fosse entrato in esso, avrebbe procacciato aspramente contro di lui vendicarsi dell'antica offesa; perlaqualcosa biasimando apertamente il Pontefice, che da Balio e Tutore del Regno qual era, attentava di disponere de' Contadi e Principati di quello, come se ne fosse egli il Signore, a suo talento ed arbitrio, con gravissimo danno e diminuzione della Corona, avendo convocato il Popolo di Messina, cominciò con ogni suo potere a contraddire a tal fatto, biasimando Innocenzio, e concitando i Siciliani ad opporsi con tutte le lor forze a quest'attentati. La qual cosa risaputa dal Conte, e veggendo non poter far nulla col solo favore del Pontefice, ma esser mestieri di adoperar le armi, lasciata la suocera e la moglie in Roma, ritornò in Francia a raccor soldati per assalire il Reame.

Intanto Marcovaldo, che passato in Sicilia avea tirati prestamente dalla sua parte i Saraceni dell'isola, avea occupato col loro aiuto molte città e castella della medesima, e giunto a Palermo, quello strettamente assediò per ventidue giorni continui, onde convenne al Cardinal Legato, ed all'Arcivescovo Gualtieri, che dimorava a Messina, co' soldati già ragunati affrettarsi al soccorso di quella città, ed ivi giunti si attendarono nel giardino costrutto con molta magnificenza dal Re Guglielmo I, con pensiero di venire nel seguente giorno a battaglia con Marcovaldo, il quale conosciuto il loro intendimento, avvisò di disfargli con tenergli a bada senza arrischiarsi a combattere; e conoscendo patire i soldati papali mancamento di moneta e di vettovaglia, inviò Ranieri Manente a trattar di pace con molte parole a ciò convenevoli. Ma i soldati avvedutisi del suo ingannevol pensiero concordemente ributtarono il Messo. Pure ciò non ostante i famigliari del Re davano orecchie alle dimande di lui, ed inchinavano a concordarsi seco; ma Bartolommeo famigliare del Pontefice uomo accorto e zelante dell'onor del suo Signore, volendo sturbare così dannoso accordo, fattosi in mezzo a quella adunanza, presentò lettere del Papa, per le quali espressamente vietava e proibiva il far convenzione, e pace alcuna con Marcovaldo.