Quindi gli animi maggiormente s'inasprirono e proruppero poi in tanti eccessi e disordini, ed in così strani avvenimenti, che saranno ben ampio soggetto de' seguenti libri di quest'Istoria.
FINE DEL LIBRO DECIMOQUARTO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO DECIMOQUINTO
I Svevi, Popoli della Germania, che abitarono quella parte di qua del Reno tra la Franconia e la Baviera e la Valle dell'Eno, e da' quali il Ducato di Svevia prese il nome, non vennero a noi a guisa di assalitori, come i Longobardi, o come peregrini, ed a truppe a truppe, come i Normanni; i quali non altro diritto ebbero di conquistarci, se non quello, che lor somministrava la spada, e la ragion della guerra; ma vi comparvero sotto il lor Duca Errico Imperadore, il quale avendo presa in moglie Costanza, ultima del sangue legittimo de' Normanni, portò per successione questi Regni al suo figliuolo Federico. Trae la sua origine questo invitto Eroe da Federico Stauffem di famiglia nobilissima tra' Svevi, e Cavaliero valorosissimo, al quale per la sua nobiltà e valore, non disdegnò l'Imperador Errico IV dare la sua figliuola Agnesa per moglie, e con lei il Ducato di Svevia per dote[201]. È fama che la Svevia ne' tempi antichi fosse Regno, ma che da poi fosse stata ridotta in Ducato; ed a' nostri dì pur perdè questo titolo, poichè ora in Alemagna niun Principe s'adorna del titolo di Svevia; perchè parte è aggiunta alla Casa d'Austria per eredità, e parte ne occupa il Duca di Wirtemberg; e le città che vi sono, molte sono libere ed imperiali, e molte al Duca di Baviera sottoposte. Giunge ella a' gioghi dell'Alpi, ed in parte è recinta da' Boarj, Franconj ed Alsatensi. Da Federico con Agnesa nacque Corrado II Imperadore, da cui nacque Federico I detto Barbarossa, e da costui Errico, il quale, avendosi sposata Costanza figliuola del Re Ruggiero, diede al Mondo Federico II che per retaggio materno, Re di Sicilia e di Puglia divenne. Per questa cagione, fra tutte le Nazioni, vantano i Svevi il più legittimo e giusto titolo sopra questi Reami; ed a ragione si dolsero, che per la potenza e disfavore de' romani Pontefici fossero stati a lor tolti, e trasferiti a' Franzesi della Casa d'Angiò.
Il Pontefice Innocenzio III calcando le medesime pedate de' suoi predecessori, avea per la sua eccellente condotta fatti progressi maravigliosi sopra questi Reami; ed oltre al diritto dell'investiture, pretendeva esser riconosciuto come diretto Signore di quelli, non altramente che gli altri Principi fanno sopra i Feudi de' loro Baroni e Vassalli; ed in conseguenza di ciò esercitare in quelli le più supreme regalie. Egli apertamente nelle sue epistole dichiarò, che la proprietà di questi Reami s'apparteneva alla Sede Appostolica, e perciò, mettendo da parte il testamento di Costanza credette, che independentemente da quello a lui si dovesse il Baliato del picciolo Re, e de' suoi Regni. Ma nel principio, a cagion di Marcovaldo e de' Siciliani, tenne celati questi pensieri, e simulò prenderne la cura come Balio in vigor del testamento di Costanza; per la qual cagione saputa la morte dell'Imperadrice, ed il suo testamento, accettò con allegria la tutela, ed immantenente si pose ad esercitarla, scrivendo all'Arcivescovo di Palermo, ed a quelli di Reggio e di Monreale, ed al Vescovo di Troja famigliari del Re, che egli non tanto colle parole, quanto co' fatti, avea accettato il Baliato a lui lasciato dall'Imperadrice Costanza[202]. Ma i fatti furono tali, che dopo la morte di Costanza si conobbe, che non tam tutelae nomine, come dice il Nauclero[203], quam sui juris tuendi causa, Siciliam et Apuliam administrabat.
Mandò per tanto Innocenzio per suo Legato in Sicilia Gregorio da Galgano Cardinal di S. Maria in Portico, acciocchè con Riccardo della Pagliata Vescovo di Troja, e Gran Cancelliero di quel Regno, con Caro Arcivescovo di Monreale, e con gli Arcivescovi di Capua e di Palermo, che dall'Imperadrice erano stati lasciati per famigliari del picciolo Re, avesse preso il Governo dell'isola; ed il Cardinale colà giunto prese da' famigliari suddetti il giuramento di fedeltà in nome d'Innocenzio. Ma ciò non molto piacendo al Gran Cancelliero Riccardo, ed agli altri del suo partito, i quali non volevano colà superiore alcuno, vennero tantosto a scoverta nemicizia col Legato, e trattando i proprj comodi, non l'utile del Re, furon cagione, che di là a poco il Cardinal Gregorio facesse ritorno in Roma, avendo prima inviato ordine per tutta la Sicilia e la Puglia, che ciascun riconoscesse il Pontefice per suo Governadore, e Balio del Re fanciullo.
Dall'altra parte Marcovaldo, che, come si disse, era stato da Costanza con tutti i suoi Tedeschi scacciato dal Reame, intesa la di lei morte, ragunò prestamente un numeroso esercito di suoi amici e partigiani, ed altri ch'egli assoldò; ed ajutato da alcuni Baroni regnicoli, e da Guglielmo Capparone, Federico, e Diopoldo Alemano, e da altri Tedeschi, a cui avea donato Errico Stati e Baronaggi in Puglia ed in Sicilia, entrò ostilmente nel Reame, ed in prima assalì il Contado di Molise (ove molte Rocche ancor per lui si guardavano) e senz'alcun contrasto se 'l pose sotto il suo dominio. Inviò poi a richiedere a Roffredo Abate di Monte Cassino, che si fosse con lui congiunto, riconoscendolo per Balio di Federico, secondo ch'era stato, com'egli diceva, lasciato dall'Imperador Errico; ma l'Abate scorgendo l'intendimento di Marcovaldo essere non di custodire, ma di rapire l'eredità del fanciullo, ributtò i suoi messi, nè volle far nulla di quel ch'egli chiese, iscusandosi, che avea già prestata ubbidienza al Pontefice ed accettatolo per Balio del Regno: il perchè sdegnato gli mosse aspra guerra, ed entrato ostilmente nelle terre della Badia in quest'anno 1199, prese in un subito e bruciò molti luoghi della medesima, ed indi venne a campeggiar S. Germano, alla cui difesa era accorso già l'Abate Roffredo[204]. Avea intanto Innocenzio inviato in Terra di Lavoro Giovanni Galloccia romano Cardinal di S. Stefano in Montecelio, e Gerardo Allucingolo da Lucca Cardinal di S. Adriano con seicento soldati condotti da Landone da Montelongo Governador di Campagna di Roma, i quali avuta contezza, che Marcovaldo dovea assalir S. Germano, raccolsero altro buon numero di soldati da Capua, e dalle circonvicine castella per opporsegli; siccome uniti coll'Abate Roffredo, alla difesa di quella Terra furon tutti rivolti. Ma venuto non guari da poi Diopoldo con buon numero di Tedeschi in ajuto di Marcovaldo occupando il monte, che sovrasta alla città, obbligò i difensori ad abbandonar la difesa, ed a ritirarsi dentro il monastero di Monte Cassino; per la qual cosa Marcovaldo entrato nell'abbandonata città, incrudelì fieramente cogli abitatori, e bruciando la terra, e con varj tormenti barbaramente affliggendo gli uomini e le donne, scorse poi per gli altri luoghi di S. Benedetto, e quegli aspramente danneggiati, cinse d'assedio l'istesso monastero di Monte Cassino, ed il vallo, ove s'era fortificato Landone con gli abitatori, tentando a forza di prendergli con assalir le mura e lo trincee; ma invano, perchè fu più volte dall'uno, e dall'altro luogo con molto suo danno valorosamente ributtato da' difensori.
Narra nella sua Cronaca Riccardo da S. Germano[205] autor di veduta, che cangiatosi nel dì di S. Mauro l'aere di chiarissimo ch'era, in torbido e tempestoso, venne in un subito così gran tempesta di pioggia mista di gragnuola e folgori e tuoni spaventevoli, accompagnata da impetuoso vento, che inondando sopra i Tedeschi attendati fra quelle rupi alpestri del monte, e gittando a terra, e rompendo i lor padiglioni, gli costrinse a torsi via frettolosamente dall'assedio; ma Marcovaldo niente perciò deponendo del suo furore, nel discender giù del monte bruciò il Castel di Plumbarola e di S. Elia, e ritornando a S. Germano, vi fè abbatter le mura, le porte, e' migliori casamenti, ch'erano rimasi in piedi, con usar strage grandissima in tutti que' contorni, permettendo a' Tedeschi il sacco anche nelle chiese senza niuna riverenza, e timor di Dio e de' Santi, a cui eran dedicate.
Queste calamità afflissero sì fattamente il Pontefice Innocenzio, che per darvi alcun rimedio, scomunicò prima solennemente Marcovaldo con tutti i suoi seguaci[206], e scrisse poi agli Arcivescovi di Reggio, Capua, Montereale e Troja, che ragunassero esercito bastante per opporsi a Marcovaldo, ed impedire i mali, che commetteva, descrivendogli in queste sue lettere minutamente. E lo stesso scrisse al Clero, Baroni, Giudici, Cavalieri, ed al Popolo di Capua, dicendo loro di più, che avea inviati suoi Legati con molta moneta a Pietro Conte di Celano, del lignaggio dei Conti di Marsi, a Riccardo Conte di Teano, e ad altri Baroni regnicoli, ch'assembrasser soldati per tal cagione; e che se d'uopo ne fosse stato, avrebbe bandita la Crociata contro di lui, acciocchè tutti coloro, che gli prendean l'armi contro, avessero il general perdono de' lor peccati, come se gissero oltre mare a guerreggiare con Turchi; e lo stesso scrisse a' Vescovi, Abati e Priori di Calabria; ordinando ancora, che ciascheduna domenica ed altri giorni festivi, si maledicessero pubblicamente Marcovaldo, e i suoi seguaci e parimente a' Vescovi, e ad altri Prelati di Sicilia, ed a tutti gli altri Baroni, Conti e Popoli d'amendue i Reami.