§. II. Elezione di Vescovi ed Abati.

Ebbe in questo secolo grande incremento la potestà de' Pontefici romani intorno alla creazione de' Vescovi ed Abati; ed ancorchè al Clero ed a' Monaci si lasciasse l'elezione, nè apertamente s'impedisse a' Principi il loro diritto che v'aveano per gli assensi; nulladimanco essendosi i Pontefici resi Giudici della validità d'ogni elezione, inventò la Corte romana altri modi, co' quali spesse volte la collazione de' Vescovadi e Badie si tirassero a Roma. Furono stabilite perciò molte condizioni da dover'essere necessariamente osservate prima di venirsi all'elezione; altre nella celebrazione di essa; ed infinite qualità erano ricercate nella persona dell'eletto; aggiungendo che quando alcuna di quelle non fosse osservata; gli elettori fossero privati allora della potestà d'eleggere, la quale si devolvesse a Roma. Accadeva perciò e per diversi altri rispetti e cagioni, che sovente nascevano difficoltà sopra la validità dell'elezione; il perchè una delle parti appellava a Roma, dove per lo più si dava il torto ad ambedue; ed era l'elezione invalidata e tirata la collazione del Vescovado o Badia per quella volta a Roma.

Quando ancora si sapeva in Roma vacare qualche buon Vescovado o Badia, era spedita subito una Precettoria, ordinandosi in quella, che non si procedesse all'elezione senza saputa del Papa; e con onesto colore di aiutare o prevenire i disordini, che potessero occorrere, si mandava persona che assistesse e presedesse all'elezione, per opera della quale con diverse vie e maneggi, si faceva cader l'elezione in colui che dovea essere di maggior beneficio di Roma. Per queste cagioni poche elezioni di Vescovadi e Badie erano celebrate, che per alcuni di questi rispetti non fossero esaminate in Roma; onde i Pontefici romani quasi in tutte s'intromettevano, coprendosi ciò con onesto titolo di devoluzione per servizio pubblico: perchè gli elettori ordinari mancavano di quello, ch'era debito loro. Questi modi usati variamente secondo l'esigenza de' casi, non furono a questi tempi stabiliti in maniera, che avessero forza di legge, ma più tosto di consuetudini o di ragionevolezza; insino che Gregorio IX ridotti in un corpo tutti li rescritti, che servivano alla grandezza romana, ed esteso ad uso comune quello, che per un luogo particolare e forse in quel solo caso speziale era statuito, cacciò fuori il suo Decretale, che principiò di fondare e stabilire la Monarchia romana.

Questa medesima soprantendenza si pretese da' Pontefici romani esercitare nelle nostre Chiese e monasteri, e metter mano a quella parte che nell'elezioni s'apparteneva a' nostri Principi, e si tentò escludergli anche dall'assenso ricercato in quelle. Ma il Re Guglielmo I nella pace fatta con Papa Adriano, volle ciò pattuire con Capitolazione particolare, in vigor della quale, siccome altrove fu narrato, fu l'assenso del Re stabilito per necessario in tutte l'elezioni delle nostre Chiese, in guisa, che se l'eletto non fosse piaciuto al Re, o perchè fosse persona a lui odiosa e che per qualunque altra cagione non volesse assentire, non potesse quegli intronizzarsi e consecrarsi[189].

Ma non mancarono in Roma di dire, che quelle Capitolazioni accordate da Guglielmo con Adriano, fossero state estorte per violenza e colle armi alle mani; tanto che quando lor veniva in acconcio, abusandosi della bontà o debolezza di qualche Principe, sotto onesto colore di prevenire i disordini o che i nostri Re s'abusassero di questa facoltà, si facevano i Papi ben sentire, pretendendo di più, che riconoscendo tal prerogativa per beneficio e privilegio lor conceduto dalla Sede Appostolica, avvertissero a ben servirsene perchè altrimente sarebbe stata lor tolta. E nel Regno di Guglielmo il Buono, essendosi questo Principe valso di questa ragione nell'elezione del Vescovo d'Agrigento, pure incolparono quell'innocente Principe d'eccesso; ed oggi giorno si legge una epistola tra quelle di Pietro di Blois[190], dirizzata al Cappellano regio di Sicilia, dove dolendosi che nella Chiesa d'Agrigento, il Re, dissentendo il Capitolo, vi avea posto per Vescovo il fratello del Conte di Loritello, l'inculca, che per l'ufficio suo ammonisca il Re a non darlo a persona indegna.

Ma caduto il Regno di Sicilia in mano di femmina sotto la Reina Costanza, allora parve ad Innocenzio III tempo opportuno di alterare i patti accordati da Papa Adriano con Guglielmo I. Egli si dichiarò in prima, che non avrebbe conceduta l'investitura del Regno, se non si moderassero que' Capitoli, ed in effetto bisognò a Costanza di contentarlo, e nell'investitura che diede a lei ed al suo piccolo figliuolo Federico, ancorchè serbasse loro l'assenso, nulladimanco quasi lor impose necessità di darlo, sempre che ne fossero ricercati, e l'elezione si fosse canonicamente fatta[191].

Ma ciò non bastando ad Innocenzio, volle egli regolare e dar norma all'elezioni che dovean farsi in questi Regni, prescrivendo per un suo particolar Breve spedito a' 19 novembre dell'anno 1198 e drizzato a Costanza il modo da tenersi, il qual era che nella sede vacante il Capitolo denunzierà al Re la morte del Prelato, e congregatosi insieme procederà all'elezione di persona idonea, la quale eletta, la denunzieranno al Re, e ricercheranno da lui l'assenso; e prima che il Re non sarà ricercato dell'assenso, non s'intronizzi l'eletto, nè si canti la solennità delle laudi; nè avanti che dal Papa sarà confermato ardisca d'intromettersi nell'amministrazione[192]. Consimile Breve inviò poi a tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Prelati e Cleri delle Chiese del Regno, perchè stassero informati di quanto egli avea stabilito sopra l'elezioni con Costanza, il qual Breve si legge pure fra le epistole d'Innocenzio[193].

Morta Costanza nell'anno 1199 lasciando Federico suo figliuolo infante, ed il Regno sotto il Baliato di Innocenzio stesso, unendosi nella sua persona ambo le potestà papale e regia, dal suo cenno pendevano tutte l'elezioni; ma non per ciò nel tempo del suo Baliato fu pregiudicato all'assenso, perchè Innocenzio lo dava in tutte l'elezioni, spiegandosi che lo faceva vice regia, cioè come Balio, ch'era del fanciullo Re Federico, siccome si vede chiaro dalle sue epistole dirizzate al Capitolo e Canonici di Capua per l'elezione del lor Vescovo: al Capitolo di Reggio: al Capitolo di Penne e ad altri[194]. E finchè Federico stette sotto il suo Baliato e quando ancor giovanetto cominciò egli ad amministrare e che fu in pace con Innocenzio, si continuò il medesimo istituto; anzi presso Rainaldo[195] si legge un suo diploma dirizzato ad Innocenzio, ed istromentato a Messina nell'anno 1211 ove prescrive il modo dell'elezioni nell'istessa guisa appunto, che Innocenzio avea prescritto a Costanza. Oltre Rainaldo, è rapportato il Diploma suddetto anche da Lunig[196].

Ma adulto Federico e reso più accorto di quello, che avrebbero voluto i Pontefici romani, cominciò a conoscere l'alterazioni fatte da Innocenzio a' Concordati stabiliti tra Papa Adriano con Guglielmo I, e principiò a dolersi del torto fatto alle sue preminenze, e che Innocenzio trattando con una donna, come fu Costanza e nel tempo del suo Baliato, con un fanciullo, avea proccurato l'assenso ricercato di necessità in tutte l'elezioni, di ridurlo ad una cerimonia e che bastava che sol si ricercasse, perchè si dovesse dare, pretendendo di dover'egli conoscere le cause, che si allegavano di non assentire.

Gli eccessi così d'Innocenzio e molto più de' suoi successori in far valere queste loro pretensioni, come di Federico in pretendere il contrario, di poter negare l'assenso quando gli piaceva, ed a suo arbitrio rifiutar l'elezioni fatte, furono una delle cagioni, non meno de' contrasti ed acerbe contese che insorsero poi tra questo Principe e Gregorio, Onorio, Celestino e sopra tutti Innocenzio IV, successori d'Innocenzio, che di gravi disordini nelle nostre Chiese; poichè Federico abusandosi sovente di questa prerogativa, rifiutando l'elezioni fatte, non si rimaneva fin che finalmente non quelle cadessero sopra le persone da lui promosse. I Pontefici dall'altro canto declamavano contro tali abusi e con molta acerbità biasimavano Federico, che a modo suo voleva disporre delle Prelature del Regno, quando l'elezioni doveano esser libere e non forzate; ed alcuni resistendo apertamente a' desiderj del Re, s'opponevano con vigore e quindi accadeva, che le nostre Chiese venivano lungamente a vacare: altri Papi più arrischiati s'avanzavano, ad onta dell'Imperadore, d'annullare l'elezioni fatte a suo modo, ed a provedere essi, indipendentemente da lui le Chiese. Nel Ponteficato d'Innocenzio III, vacando la Chiesa di Policastro, Federico rifiutò tutte l'elezioni prima fatte, affinchè quella cadesse in persona di Giacomo suo Medico, siccome dagli elettori già stanchi ed importunati ottenne. Ma avutosi ricorso a Papa Innocenzio, questi dichiarò invalida l'elezione fatta in persona di Giacomo, e fece restar ferma la prima sortita in persona d'altri, scrivendo perciò sue lettere al Vescovo di Capaccio ed all'Abate della Cava, che così eseguissero[197]. Papa Gregorio IX per queste istesse cagioni con molta acrimonia riprendeva l'Imperadore, e declamava con incessanti querele contro il medesimo[198]. Ma con Onorio III le discordie sopra ciò maggiormente s'inasprirono; poichè vacando molte Chiese di queste province, che lungo tempo erano per tali contrasti rimase vedove, Federico volle in tutte le maniere provederle di Pastori; se ne offese il Papa e gli scrisse riprendendolo con molta acerbità ed acrimonia; ma l'Imperadore con pari vigore e fortezza disprezzò sue lettere[199]; onde Onorio, senza tener conto di lui e del suo assenso provide egli le sedi vacanti: a Capua e Salerno, vi mandò per Arcivescovi, i Vescovi di Patti e di Famagosta: a Brindisi, l'Abate di S. Vincenzo a Vulturno: a Consa, il Priore di S. Maria della Nova di Roma: e ad Aversa, l'Arcidiacono d'Amalfi[200]. Federico rifiutò costantemente i nuovi Prelati, non permise, che senza il suo assenso fossero intronizzati, e gl'impedì il possesso delle sedi loro assignate.