Fiorì ancora in questi tempi Taddeo da Sessa, che cotanto si distinse nel Concilio di Lione, pur egli chiaro Giureconsulto e Giudice della Gran Corte ed adoperato da Federico, non meno che Pietro, negli affari dello Stato; ma di costui niente abbiamo, che lasciasse alla memoria de' posteri.
Non così fece Roffredo Epifanio da Benevento. Fu questi famosissimo Dottore, ed uomo così insigne, che nella Corte di Federico, di cui era Giudice, tra tutti i dotti avea il vanto. Compilò molti trattati, che in questi tempi grandemente illustrarono la disciplina legale; compose un trattato De libellis, et ordine Judiciorum; il quale divise in questo modo: I De Praetoriis actionibus. II De Interdictis. III De Edictis. IV De Actionibus civilibus. V De Officio Judicis. VI De Bonorum possessionibus. VII De Senatusconsultis. VIII De Constitutionibus. Nelle stampe moderne vi sono aggiunti, Libellorum opus in Jus Pontificium, ac quinquaginta quatuor Sabbatinae quaestiones. Oltre di queste opere, il Vescovo Liparulo[305] afferma ne' Commentari alla somma di Odofredo che appresso il famoso legista Bartolommeo Camerario si conservavano dodici grossi volumi di materie civili e canoniche, composti da Roffredo, e per quanto si credea, scritti di propria sua mano, i quali il Camerario teneva pensiero di mandargli in luce.
Egli dalla sua giovanezza portossi per apprender leggi in Bologna, dove per la celebrità di quell'Accademia concorrevano tutti i giovani delle città d'Italia; ed ebbe per maestri i principali Dottori, che fiorissero in questi tempi. Il primo, per quel che rapporta Odofredo, il quale lo commenda cotanto, fu Ruggieri, uno de' primi Chiosatori delle nostre Pandette. Appresso fu Azone, e poi Kiliano, Ottone Papiense, e Cipriano, tutti famosi legisti, com'egli in più luoghi afferma. Fatti maravigliosi progressi in questi studj, fu nell'anno 1215 (com'egli stesso testimonia nella prima delle sue quistioni Sabatine) invitato in Arezzo per interpretar le leggi. Ed avendo conosciuto, che le Quistioni di Pileo, che si recitavano in Bologna per ammaestrare i giovani alla difesa delle cause, poco profitto facevano, lasciate queste in disparte, pensò di esporre a' suoi scolari quelle quistioni, che alla giornata accadevano nel Foro, le quali per averle recitate in ogni sabato, pose loro nome di Quistioni sabatine. Tornato poi nel Reame, fu nell'anno 1227 trascelto da Federico per suo Avvocato, e mandato in Roma per le contese insorte con Gregorio IX. La sua fama presso i posteri crebbe tanto, che sulla credenza, che Papiniano fosse di Benevento, gli diedero perciò nome di secondo Papiniano. Giace egli sepolto in Benevento, ove, per quel, che ne scrive il moderno Scrittor di Sannio[306], s'addita il suo tumulo nella chiesa di S. Domenico, che quivi egli fece edificare.
Fiorì ancora negli ultimi tempi di Federico Andrea di Capua Avvocato fiscale della sua Corte, che fu padre di Bartolommeo, grande e famoso Dottor dei suol tempi, che con la sua virtù e valore pose il suo legnaggio in quella fortuna e grandezza, nella quale ai presente il veggiamo.
CAPITOLO V. Onorio III sollecita l'Imperador Federico per l'espedizione di Terra Santa, ma è prevenuto dalla morte.
Intanto il nostro Federico dopo avere in cotal maniera illustrata Napoli con sì famosa Accademia, non tralasciava in Sicilia di combattere i Saraceni per isnidargli da quell'isola, per cagion della qual guerra impose una taglia per tutto il Reame, con la quale raccolse gran somma, essendosi cavato solo dalle terre della Badia di S. Benedetto, per un certo Urbano da Teano, destinato suo Commessario a raccorle, ben 300 oncie d'oro, somma notabile per que' pochi luoghi in que' tempi; e perchè Onorio si chiamava gravemente offeso, che nel taglieggiare, e nell'imporre delle gabelle non risparmiava gli Ecclesiastici, nè le Chiese, Federico per racchetare in parte il suo sdegno, ed averlo amico, inviò sue lettere nel Reame dirizzate al Giustiziero di Terra di Lavoro, colle quali ordinò, che nel raccor le collette, taglie, dazj, ed in ogni altro pagamento, facessero esenti i Frati ed i Cherici, e tutte le altre persone, territorj, castelli, e beni delle Chiese, secondo ch'erano a tempo del buon Re Guglielmo suo consobrino[307].
Ma premendo tuttavia il bisogno della guerra contro i Saraceni di Sicilia, fu costretto imporre un altro pagamento per lo Reame, ed affinchè, quanto più potesse, meno s'offendesse Onorio, comandò, che si raccogliesse dalle terre sottoposte a' Frati di S. Benedetto l'istessa somma di 300 oncie d'oro, che s'erano in prima raccolte, ma sotto nome di prestanza e non di pagamento. Qual sottil ritrovato, fu ne' tempi che seguirono imitato da molti Principi, per non dover spesso per ciò contendere co' romani Pontefici, che pretendono, che non possa il Principe ne' bisogni più gravi dello Stato taglieggiar le Chiese e gli Ecclesiastici, secondo le nuove massime, ch'erano state da poco introdotte, le quali mal poterono sofferirsi da Federico, come contrarie alla antica disciplina della Chiesa, ed alle supreme regalie de' Principi.
Venne poscia, nel seguente anno di Cristo 1225, di Francia nel nostro Reame il Re Giovanni di Brenna con Berengaria sua moglie di lui gravida, e gitone a Capua vi fu d'ordine dell'Imperadore onorevolmente raccolto, e poco stante colà dimorando nel mese di aprile partorì una fanciulla, ed indi ne girono amendue in Melfi di Puglia ad attender colà Federico, che in breve dovea passarvi da Sicilia.
Federico adunque, lasciato in quell'isola un numeroso esercito a guerreggiar contro i Saraceni, passò in Regno; e nello stesso tempo commise a Lodovico Duca di Baviera la cura degli affari d'Alemagna, e del figliuol Errico, il quale aveva fatto creare Re dei Romani, e prendere moglie Agnesa d'Austria, oltre all'avergli ceduto il Regno di Sicilia, per osservar la promessa fatta al Pontefice.
Intanto Onorio travagliato in Roma per gli tumulti e rivolture, che vi cagionava Parenzo Senatore, uscito da quella città, erasi a Tivoli ritirato[308], ove Federico gl'inviò il Re Giovanni di Brenna, ed il Patriarca di Gerusalemme a chiedergli maggiore spazio di tempo di quel, che gli avea conceduto per passare in Palestina, per cagion che gli affari del Reame, e la ribellione de' Saraceni di Sicilia glie le impedivano, ed anche perchè dubitava, che i Milanesi e i Bolognesi nella sua assenza non fossero per sollevargli la Lombardia. Ottennero il Re, ed il Patriarca favorevol risposta dal Pontefice, la quale significata a Federico, questi insieme co' Prelati del Regno, a' 22 luglio portatosi in S. Germano[309], ricevette colà Pelagio Calvano Cardinal Albano, e Giacomo Gualla di Biccheri da Vercelli Cardinal di S. Silvestro, e Martino inviatigli da Onorio, acciocchè giurasse di nuovo in man loro di passare in Terra Santa: fecero que' Cardinali nella stessa chiesa di S. Germano leggere a Federico i capitoli fatti da Onorio per tal passaggio, i quali fra l'altre cose contenevano, che senz'altra dimora, di là a due anni, che avean da compire nel mese d'agosto dell'anno 1227, andasse a guerreggiare in Soria, con portar seco e sostenere a sue spese per due anni mille soldati, cento Chelandri[310], nome di naviglj che in que' tempi si usavano, e cinquanta galee ben armate e provvedute di ciò, che avean mestiere, e che dovesse dar passagio sopra i suol legni a due altri mila soldati con le lor famiglie, che dovean parimente colà valicare, contando tre cavalli per ogni soldato, con altre cose, secondo scrive Riccardo. Uditisi questi capitoli da Federico, promise compiutamente sotto pena di scomunica osservargli, in presenza di molti Prelati, ed altri Signori tedeschi e Baroni regnicoli, che v'intervennero[311], e così in suo nome gli fece giurare da Rinieri Duca di Spoleto, e dopo tal atto fu assoluto da' Cardinali predetti dell'altro giuramento, che in Veroli aveva fatto: e ritornato prestamente in Puglia inviò sue lettere a' Signori di Lamagna, ed a quelli d'Italia, significando loro, che nella vegnente Pasqua di Resurrezione venir dovessero in Cremona[312], ove intendea di celebrare una general assemblea. Raccolse egli poi di nuovo, pur sotto nome d'imprestanza, altra grossa somma di moneta per tutto il Regno, facendo particolarmente riscuotere nelle terre di Monte Cassino ben 1300 oncie d'oro da Pietro Signor d'Evoli, e da Niccolò di Cicala Giustiziero di Terra di Lavoro.