Il famoso Pietro delle Vigne da Capua, chi non sa essere stato un insigne Giureconsulto di questi tempi, e che per la sua eminente dottrina, ingegno ed eloquenza, ancorchè nato in Capua da umili parenti, fosse stato innalzato da Federico a' gradi più sublimi del Regno, di suo Consigliero, e intimo Secretario, di Giudice della Gran Corte, di Protonotario dell'Imperio e Luogotenente d'amendue i Reami di Puglia e di Sicilia; e, quel ch'è più, reso degno della sua privanza? I Germani tentarono d'involarci questo Giureconsulto, facendolo non già capuano, ma tedesco (non altrimenti che i Franzesi fecero da poi del nostro Lucca di Penna), e Giovanni Tritemio[299] chiaramente lo scrisse, ingannato forse dal suo cognome, che credette averlo preso da Vigna celebre monastero di Svevia, posto non molto lungi da Ravenspurgo. Ma egli è chiaro più della luce del giorno, che fosse nato in Capua, com'è manifesto dalle sue medesime lettere[300], e da una scritta a lui dal Capitolo capuano, che veggiamo inserita ne' sei libri delle sue epistole[301].

(Fra i Codici Filosofici MS. che si conservano nell'Augusta Biblioteca Cesarea di Vienna n. 179 pag. 80 si legge una epistola d'Errico d'Isernia Notajo d'Ottocaro Re di Boemia, il quale per aver seguito le parti di Corradino, essendo stato scacciato dal Regno, scrive al Vescovo Blomucense, pregandolo, che interceda per lui presso il Re Carlo I d'Angiò, ed infra l'altre cose gli dice: Si autem ad aetatis modernae tempora nostrae mentis aciem convertemus, inveniemus equidem, quod Magistrum Petrum de Vineis exilibus Parentibus editum, et fama reconditum obscura, ad ipsius Petri postulationem Panormitanus Archiepiscopus apud Imperatorem promovit Fredericum, eumque splendore clari nominis titulavit. E nell'Epistola scritta dell'istesso affare ad un tal Frate Bonaventura, che si legge alla pag. 82 pur gli raccorda, quod Panormitanus Archiepiscopus Petrum de Vinea olim egregium Dictatorem, et totius Linguae Latinae jubar, pro unica tantum Epistola, quam eidem misit Archiepiscopo, Imperatori affectuosissime commendaverit Federico, licet nunquam prius ipsius Petri habuisset notitiam, et jaceret tunc temporis mole inopiae consternatus.)

Fu egli peritissimo nelle leggi romane, e tutto inteso a restituirle nel loro antico splendore; onde avvenne, che in queste nostre parti cominciasse a piacere lo studio delle Pandette e del Codice, e ne' Tribunali cominciassero ad allegarsi le leggi in que' volumi comprese. Ecco ciò, che di lui ne disse l'istesso Federico[302]: Nam legis armatus peritia, digesta digerit, et Codicis scrupolositates elimat. Ond'è, che presso i nostri Autori de' tempi più bassi, fu riputato uno de' più dotti e sublimi Giureconsulti di questi tempi, come lo qualificano Matteo d'Afflitto[303], ed altri.

Quindi fu, che Federico commise a lui la compilazione delle nostre Costituzioni del Regno, della quale più innanzi farem parola; e che della di lui opera si servisse nelle cose più ardue e difficili, e che per la sua fedeltà l'impiegasse negli affari più gravi e riposti dello Stato, onde Dante nella sua Comedia introducendolo a parlare gli fe dire:

Io son colui che tenni ambo le chiavi

Del cuor di Federico, ec.

Compose, oltre i libri delle nostre Costituzioni, sei libri d'Epistole, così in nome suo, come del suo Signore, scritte con molta eleganza, per quanto comportava l'uso di quest'età; nelle quali vi sono molte cose utili e commendabili, e quel ch'è più, danno molto lume all'istoria di questi tempi; e Giovanni Cuspiniano chiarissimo Istorico e Poeta ci testifica, che da questi suoi libri si cavano con molta chiarezza quasi tutte le azioni di Federico, e gli avvenimenti di questi tempi; ond'è che i più diligenti e accurati Istorici, come Teodorico di Niem, Nauclero, ed altri non solo di quelle vaglionsi nella descrizione delle gesta di Federico, ma spesso le citano per gli altri punti della istoria d'altri successi. Stettero questi libri in obblivione per molto tempo, insin che Simone Scardio dalle tenebre gli cavò fuori alla luce del Mondo, e nell'anno 1566 gli fece imprimere in Basilea, dei cui esemplari oggi si è resa ancor rara la notizia.

Scrisse ancora questo Giureconsulto un libro Apologetico intitolato: De Potestate Imperatoris et Papae, in difesa delle ragioni imperiali contro i romani Pontefici; e narrasi che Innocenzio IV s'avesse presa la briga di confutarlo[304]. Compose molte Orazioni in difesa di Federico contro le scomuniche, che si lanciavano contro di lui da' romani Pontefici, e ne recitò in Padua una assai dotta ed elegante, su la scomunica, che Gregorio IX avea fulminato all'Imperadore. Compose anche alcune vaghe Canzoni italiane, che ancor oggi si leggono con quelle di Federico, ed Enzio suo figliuol bastardo Re di Sardegna.

Alcuni anche credettero, che fosse stato egli l'Autore del libro De tribus Impostoribus; ma questa è un'impostura, anzi vi è ancor chi dubita, se mai questo libro vi fosse stato, o sia al Mondo, tanto è lontano, che Federico per opra di lui l'avesse fatto comporre.

Ma l'infelice fine, ch'ebbe questo insigne Giureconsulto, sarà un chiaro documento dell'istabilità delle mondane cose, del quale ci toccherà ragionare più innanzi nell'anno 1243 come in proprio suo luogo.