Perchè quest'Accademia si rendesse più celebre e numerosa, ordinò che solamente in quella potessero i Professori insegnar le scienze, e che gli Scolari in niun'altra città così di questo Regno, come di quello di Sicilia, nè fuori potessero andare ad apprender lettere, che in Napoli[286]. Nel che si procedeva con tanto rigore, che per essersi così severamente vietati gli studj in tutte le parti del Regno si dubitò dal Giustiziero di Terra di Lavoro, se s'intendessero proibite anche le scuole di grammatica, delle quali non doversi intendere il suo editto, dichiarò Federico in una sua lettera, che pur leggiamo ne' sei libri dell'epistole di Pietro delle Vigne[287].
Concedè parimente a quest'Università e suoi Dottori e Maestri, giurisdizione di poter conoscere delle cause civili degli scolari, come si legge in quell'epistola, che drizzò agli scolari medesimi, invitandogli a questo Studio: Item omnes scholares in civilibus, sub eisdem doctoribus, et Magistris debeant conveniri[288]. E per renderla vie più numerosa, ordinò a tutti i Moderatori delle province, che sotto severe pene costringessero gli scolari di quelle a venire a studiare in Napoli, con proibir loro d'andare altrove, o dentro, o fuori del Reame[289]. Mandò ancora altri pressanti ordini al Capitano di Sicilia, d'invitare i giovani di quell'isola a voler venire a studiare in Napoli, ove avrebbero godute molte prerogative, franchigie ed immunità[290]. E nell'anno 1226 essendosegli ribellata Bologna, ordinò che gli scolari, che ivi erano, venissero a studiare in Napoli, o in Padoa; e nell'anno 1233 avendo per le turbolenze accadute nel Regno a cagion delle discordie tra Federico ed il Papa, patito questi studj danni gravissimi, Federico gli ristorò, e nella pristina forma gli ridusse[291].
Ed infatti, per invitare questo Principe la gioventù allo studio delle lettere, concedè a' scolari moltissimi privilegi. Si dichiarò voler tenere de' medesimi particolar cura e protezione, in maniera, che stassero sicuri, che ne' loro viaggi, o dimore, che dovessero far in Napoli, sarebbero ben trattati, e così nelle loro persone, come nelle loro robe non riceverebbero molestia, nè danno veruno. Che le migliori case, che fossero nella città sarebbero loro date in affitto a piacevol mercede; nè nelle cause civili fossero riconosciuti da altri, che da Maestri dell'Università. Che troverebbero persone, che ne' loro bisogni loro darebbono danari in prestanza. Che sarebbe loro provvisto di grano, vino, carni, pesci, ed ogni altro appartenente al loro vitto, siccome ad ogni altro cittadino napoletano; ed oltre di quelle altre prerogative, che si leggono in una sua epistola registrata da Pietro delle Vigne nel libro terzo[292], moltissimi altri provvedimenti diede Federico per questa Università, dei quali, secondo l'opportunità, farem parola. Manfredi suo figliuolo seguitò le pedate di suo padre; ed appresso il Baluzio[293] si leggono alcune sue epistole, dove mostra la sua particolar cura e pensiero di provvedere quest'Università di valenti Professori, perchè vi fiorissero le lettere.
L'avere Federico in questa città istituita Accademia sì illustre, per la quale concorrevano a quella gli scolari del Regno dell'una e l'altra Sicilia, fece che Napoli cominciasse ad estollere il capo sopra tutte le altre città di queste nostre province: e questa fu la prima fondamental pietra, onde poi si rendesse metropoli del Regno.
L'altra pure, che dobbiamo a quest'inclito Principe, e' la gettò quando gli piacque fare spesse dimore in Napoli: poichè avendo egli innalzata tanto la sua Gran Corte, Tribunale a questi tempi il più supremo, ed al quale erano riportate le più gravi cause: questo fece, che per le frequenti sue dimore, Napoli si rendesse più frequentata; e se bene a' tempi di Federico non acquistasse quella superiorità sopra tutte le cause d'altre Corti dell'altre città di queste province, in guisa, che ogni lite potesse a lei riportarsi per via d'appellazione, tenendo ciascuna provincia il suo Giustiziero, innanzi al cui Tribunale si finivano le liti; nulladimanco Federico accrebbe questa Gran Corte d'altre conoscenze sopra le cause criminali, di Maestà lesa, feudali, e di tutto ciò, che si vede stabilito nelle sue Costituzioni[294], sopra le quali non potevan impacciarsi l'altre Corti.
Favorì ancora Napoli di maggior numero di Giudici, che non erano nell'altre città d'altre province. In queste il lor numero non poteva sormontare quello di tre Giudici, ed un Notajo; ma in questo Reame, in Napoli solo, e in Capua, siccome in Messina in quello di Sicilia, furono stabiliti cinque Giudici, ed otto Notai[295].
CAPITOLO IV. De' Giureconsulti, che fiorirono fra noi a questi tempi.
Si rese ancora più celebre Napoli, per la sapienza e dottrina de' nostri Giureconsulti, e de' Giudici, che Federico prepose alla Gran Corte. Pietro delle Vigne, Taddeo da Sessa, e Roffredo Beneventano, famosi Giureconsulti di questa età, la illustrarono sopra tutte le altre. Abbiamo ancora tra l'epistole di Federico, una scritta a Roffredo, per la quale l'invita ad andar tosto a Napoli a regger la sua Corte, di cui egli l'avea eletto Giudice[296]. E Riccardo di S. Germano[297] narra, aver Federico impiegato questo Giureconsulto in affari assai più rilevanti, avendolo mandato a Roma, perchè lo difendesse dalle censure che Gregorio IX aveagli scagliate contro. Così da questo tempo Napoli, per l'eccellenza di quest'Accademia, e per gl'illustri Professori, che in quella istruivano la gioventù, per lo Tribunale di questa Gran Corte, e per li Giudici, che vi presiedevano insigni Giureconsulti, cominciò a distinguersi sopra tutte le altre città del Regno, onde meritò poi, che Carlo I d'Angiò collocasse quivi la regia sua sede, tal che resa capo e metropoli di tutte le altre fosse divenuta col lungo correr degli anni tale, quale oggi tutti ammirano.
Quindi avvenne ancora, che le leggi longobarde cominciassero nel nostro Reame a cedere alle romane, e pian piano cedendo andar poi ne' secoli seguenti in disuso ed in oblivione; poichè avendo istituito Federico quest'Accademia in Napoli, ed avendo già in tutte l'altre Università d'Italia, come in Bologna, Padova, ed in altre posto gran piede le Pandette, e gli altri libri di Giustiniano, tal che pubblicamente ivi si leggevano, ed i Professori tratti dall'eleganza dell'orazione, e dalla sapienza di quelle leggi, abborrendo come barbare le leggi longobarde, si diedero allo studio di quelle, onde oltre a coloro, che fiorirono a' tempi di Federico I si renderono a questi tempi di Federico II celebri Accursio fiorentino, e tanti altri: così ancora avvenne presso di noi, dove in quest'Accademia i Professori di legge, non meno che nell'altre città d'Italia, spiegavano que' libri nelle loro Cattedre. E dalle Cattedre per conseguenza si passò poi a' Tribunali, i Giudici de' quali instrutti in quella Scuola, ricevevano molto volentieri quelle leggi, e così pian piano si cominciarono ad allegar nel Foro, e ad acquistar presso di noi forza e vigor di legge. Non è però, che le longobarde allora affatto mancassero, già che Andrea Bonello da Barletta Avvocato fiscale di Federico II in questi tempi compilò quel suo trattato delle differenze dell'une e l'altre leggi, di che a bastanza si è discorso nel libro decimo di quest'Istoria.
Fiorirono presso noi in questa età, oltre Andrea Bonello, altri insigni Giureconsulti, secondo che comportavano questi tempi; d'alcuni de' quali ci sono rimasti ancora vestigi delle loro opere. Di Pietro d'Ibernia, di Roberto da Varano, e di Bartolommeo Pignatello Professori di leggi e di canoni nell'Università di Napoli, non abbiamo altro riscontro di quello, che Federico istesso ce ne dà, d'essere stati civilis scientiae professores, magnae scientiae, notae virtutis, et fidelis experientiae[298].