In questo vennegli avviso, che in Alemagna s'era contro di lui ribellato Federico detto il Bellicoso, Duca d'Austria, onde temendo non potesse ciò recargli alcun grave danno, lasciato a' suoi Capitani convenevole esercito in Italia, tornò prestamente in Alemagna, ove secondo che scrive Giovanni Cuspiniano nella sua Austria, dopo breve guerra, tolse al Duca Vienna, e tutti gli altri più importanti luoghi del suo Stato, con l'ajuto d'Ottone Duca di Baviera, del Vescovo di Bamberga, e di molti altri Prelati e Baroni tedeschi; ed il figliuol Corrado navigando all'ingiù per lo Danubio con nobilissima compagnia venne a ritrovar il padre, e seco tre mesi in Vienna dimorò; e veggendo, che al Duca ribello non rimanevano, che alcuni pochi luoghi del suo dominio, creò Vienna città imperiale, e le diede per insegna l'aquila d'oro coronata in campo negro, la qual fin oggi ancor usa. Celebrò poi una general Corte in Ratisbona; ed il Duca Federico dopo varj avvenimenti, avendo ricovrato in processo di tempo il suo Stato, venne con ducento ben armati Cavalieri a Verona, e gittatosi a piè dell'Imperadore, fu da lui non solo caramente accolto, perdonandogli i commessi falli, ma anche di nuove dignità e prerogative ornato, come nel privilegio rapportato da Cuspiniano si vede.

Ezelino intanto co' Capitani di Federico prese Pavia e Trivigi con altri luoghi di Lombardia e della Marca, usando orribilmente in tutti que' luoghi crudelissime stragi contro i nemici di Cesare, scacciando ancora dalle lor Chiese Giordano Prior di S. Benedetto, ed Arnaldo Abate di Santa Giustina.

Questi progressi dell'armi di Federico dispiacquero grandemente al Pontefice, il qual vedendo ogni giorno debilitarsi le forze de' Collegati, ed all'incontro elevato l'Imperadore in maggiore alterigia per la vittoria, che avea riportata del Duca d'Austria, pensò rattener il corso di tante vittorie con frappor trattati d'accordo; ed in fatti mandò a Federico il Protonotario Gregorio da Montelongo, perchè gli significasse, che se avea cara la pace della Chiesa, e la sua grazia, ricevesse sotto la sua fede i Lombardi, con le stesse condizioni, con le quali l'avolo suo Federico nella pace fatta a Costanza, ed il padre Errico ricevuti gli aveano, e che a sua richiesta dovesse lor cortesemente rimettere alcuna delle ragioni che vi avea. Ma Federico pien di cruccio, veggendo, che quando dal Pontefice dovea aspettar più tosto ajuto contro i Milanesi nel suo ritorno in Italia, ora usasse intercessione a lor beneficio, non ostante d'esser quelli nemici, non pur suoi, ma della Chiesa istessa, come macchiati la maggior parte di varie eresie, non volle sentire gli progetti fattigli dal suo Messo; onde Gregorio composti, come potè meglio i rumori e tumulti contro di lui eccitati in Roma per opera di Pietro Frangipane, per potere con maggior forza attendere alla difesa di Lombardia, assai più chiaramente si scoverse nemico di Federico: ed ancorchè un'altra volta si ripigliassero questi trattati, e per parte dell'Imperadore si trattassero per mezzo del Gran Maestro de' Teutonici, e Pietro delle Vigne; e per quella del Pontefice, per mezzo del Cardinal Rinaldo de' Conti nipote di Gregorio, e del Cardinal Tommaso di Capua destinati dal Papa Legati per trattar questa pace fra l'Imperadore ed i Lombardi: fu però ogni trattato vano, perciocchè gli animi d'amendue le parti erano così pieni di baldanza e d'orgoglio, che non solo nulla si conchiuse, ma anco di là a poco si cominciò fra di loro quella rinomata e crudel guerra, nella quale succedette la famosa battaglia di Cortenuova con total ruina de' Milanesi, e dell'altre città collegate, descritta da molti Autori[367], e perciò da noi volentier tralasciata, della quale Federico avendo riportata piena vittoria si gloriò, e più d'ogni altro, d'avervi fatto prigione Pietro Tiepolo figliuolo di Giacomo Doge di Venezia suo crudel nemico, ch'era Podestà e Governadore di Milano; ed in Cremona, a guisa degli antichi Romani volle entrar in trionfo, e nel Carroccio, che prese a' Milanesi, ove in que' tempi stava riposta la gloria della vittoria[368], fece legar ad un legno il Podestà Tiepolo con un laccio alla gola, che poco da poi fece impiccare.

Questa vittoria, siccome recò a Federico grandissima riputazione, così diede a tutta la Lombardia tale spavento, che da Milano e Bologna in fuori, tutte le altre città di quella al suo dominio si sottoposero, sgomentandosi ancora gli scolari dello Studio di Bologna, i quali contro l'ordine dell'Imperadore, che d'indi partir dovessero ed andare a Napoli, pur vi dimorarono, per trovarsi in cattivo stato ridotto lo Studio di quella città a cagion delle continue guerre.

Mentre l'Imperadore era in Lodi, venne a lui di Napoli nobile Ambasciaria a pregarlo in nome sì del Comune, come de' Maestri e Scolari, che dovesse far con effetto riformare e riporre detto Studio in quel lodevole stato, che conveniva; a' quali Ambasciadori lietamente di ciò, che gli chiesero compiacque, e comandò di nuovo a' suoi Ministri, che il tutto ordinassero, vietando sì bene il poter ivi venire i Milanesi, Bresciani, Piacentini, Alessandrini, Bolognesi e Trivigiani, rubelli suoi e dell'Imperio, e che dalla Toscana, dalla Marca, dal Ducato di Spoleti e da Campagna di Roma quelli solo vi potessero andare, che erano stati seguaci e partigiani d'Enzio Re di Sardegna suo figliuolo da lui creato General Vicario in Italia, come si scorge da alcune scritture del registro di Federico, ch'è l'unico di detto Imperadore, che si conserva nel reale Archivio; poichè fra le poche memorie, che de' Principi svevi si ritrovano nei reali Archivi di questa città per essere stati da' vincitori franzesi a tempo di Carlo I tolte vie e mandate a male, vi è solamente rimaso un intero Registro di Federico dell'anno di Cristo 1239 in cui si favella delle lodi della nostra città e delle franchigie degli scolari, e de' modi particolari, come esso Studio s'avea da governare.

Comandò ancora la stessa riforma dello Studio per una sua particolar lettera al Capitano del Regno di Sicilia, rapportata da Pietro delle Vigne[369]; ed avendo parimente ordinato, che si dismettessero nel Reame ed in Sicilia ogni altro Studio pubblico, scrive poi per altre sue lettere al Giustiziero di Terra di Lavoro, che non dia per cotal ordine molestia alcuna a' Maestri, che leggeran grammatica, i quali come bisognevoli a' primi ammaestramenti de' fanciulli, non volea, che in esso ordine fossero compresi.

Nel medesimo tempo per aver dimostrato Ezelino nella battaglia di Cortenova e nell'altre guerre avvenute in Italia sommo valore e fede, seguitando le parti dell'Imperadore, Federico per essergli grato, il volle per suo genero e gli diede per moglie una sua figliuola bastarda nomata Selvaggia.

Federico ancorchè vittorioso, ed a cui quasi tutta l'Italia erasi resa ubbidiente, meditava però soggiogarla all'intutto e conquistar Milano, Piacenza, Bologna, Faenza, ed alcune altre città, che ancor duravano nella ribellione; onde partito da Italia ritornò di nuovo in Alemagna per ragunare colà di nuovo grosso esercito e ritornare nella seguente Primavera in Italia.

Il Pontefice Gregorio amaramente soffriva questi disegni di Federico, e temea non la sua potenza in Italia ponesse anche lo Stato della Chiesa in sconvolgimento; onde pensò, non avendo a chi ricorrere in Italia, d'implorare l'aiuto de' Principi stranieri: inviò perciò suoi Ambasciadori a Giacomo Re d'Aragona, detto il Conquistatore, Principe sopra ogn'altro di grandissima stima in questi tempi per le magnifiche e valorose imprese da lui fatte in discacciando i Mori da molti Regni di Spagna, acciocchè il richiedessero in nome di lui e delle città collegate sopraddette, che venisse a guerreggiare con Federico, che l'avrebbero creato Signore di Lombardia, con pagargli tutte quelle rendite e fargli tutti quegli onori che si solevano fare agl'Imperadori. Dimorava allora il Re Giacomo all'assedio di Valenza tenuta da' Mori e sdegnato con Federico per la prigionia del suo figliuolo Errico, il quale per cagion della madre Costanza gli era fratello consobrino concorse nel voler del Pontefice e promise di venire in suo soccorso con dumila cavalli e con altre condizioni, le quali vengono rapportate da Girolamo Zurita; ma poscia, qual che se ne fosse la cagione, il Re Giacomo non venne mai in Italia, ma sì bene da poi ci venne il Re Pietro suo figliuolo, benchè contro la volontà de' seguenti Pontefici e con le ragioni della Casa di Svevia che la sua moglie Costanza gli avea recate, dal quale, secondo che appresso diremo, fu la Sicilia valorosamente signoreggiata.

Federico intanto, assoldata gross'armata in Alemagna, commise al figliuol Corrado che a Verona con essa il seguitasse; ed egli passato innanzi soggiogò senz'alcun contrasto Vercelli, Torino e tutte l'altre città e luoghi circostanti; e nel seguente mese di luglio, passate l'Alpi, venne il Re Corrado con molti Prelati, e Signori tedeschi e numeroso esercito a Verona, dove il padre l'attendea e di là passò a Cremona, ed indi a Padova, ove tenne una general Corte. I Milanesi spaventati per tant'apparati, per vedersi rimasti con poca compagnia, pregarono il Pontefice, che per loro s'adoperasse appresso l'Imperadore: inviarono Ambasciadori a chiedergli umilmente la pace, con offerirgli diecimila soldati, per mandargli in soccorso di Terra Santa, purchè egli avesse conservata la città in quella libertà, nella quale allor vivea. Della cui proposta facendosi beffe Federico allor rispose, che egli gli avrebbe ricevuti, purchè senza alcun patto essi e la lor città se gli rendessero a suo arbitrio e volontà; ma i Milanesi temendo della ferocia di Federico, risolvettero morir meglio sotto l'armi in campo combattendo da valorosi soldati, che o bruciati, o di fame in prigione, o impiccati per la gola; onde ostinati alla difesa rinforzarono le mura ed i fossi della città, e la munirono di soldati e di armi, collegandosi con chiunque poterono. Ma Federico, compiuta ch'ebbe l'Assemblea, divise in due parti l'esercito, e con una assediò Brescia e l'altra inviò sopra Alessandria, ed amendue con continui assalti travagliando distrusse e rovinò il lor territorio; e mancandogli denaro per sostenere sì crudel guerra per mezzo di suoi Ministri imponeva taglie e dazj sopra i beni delle Chiese e degli Ecclesiastici, di che isdegnato Gregorio, mentre l'Imperadore dimorava in quest'assedio gli significò, che lasciasse stare in pace le ragioni della Chiesa: onde Federico stimò per racchetarlo e per difendersi da tali accuse, mandare in Alagna, ove allor dimorava, l'Arcivescovo di Palermo, il Vescovo di Reggio, Taddeo da Sessa e Ruggiero Porcaprello suoi Ambasciadori: i quali favellando col Pontefice il ritrovarono oltremodo crucciato; onde rimandarono in Lombardia l'Arcivescovo di Palermo a significare a Federico quel che bramava Gregorio, il quale, non ostante tante rivolture in Italia, che obbligavano Federico a non partirsi da quella, non tralasciava però di promuovere in questi tempi l'espedizione di Terra Santa, con invitare al passaggio molti Principi; e Federico al contrario intento alle cose d'Italia, non volea intricarsi in tale impresa; anzi compiuto il tempo della tregua col Soldano, la rinnovò per altri dieci anni, ed ordinò a Rinaldo di Baviera suo Vicario in quel Regno, che in guisa alcuna non movesse l'armi contro i Saraceni. Nè per questo si rimase Gregorio, poichè mandò molti Frati in diverse province della Cristianità ad esortare i Popoli a prender la Croce per passare in Soria, laonde s'assembrò grosso numero di Fedeli così d'Alemagna, come d'Italia e di Francia; ma quest'espedizione fu molto infelice, poichè, ancorchè Federico l'avesse dato libero il passaggio per lo suo Reame, non essendovi armata di mare, nè navi sufficienti per così gran numero di persone, la maggior parte dell'esercito s'avviò per terra, ove di disagi quasi tutti perirono.