Nel medesimo tempo sopravvenne una nuova cagione di disturbo tra il Pontefice e Federico: Enzio suo figliuol bastardo, secondo che racconta Riccardo da S. Germano, si casò in Sardegna, per cagione del qual maritaggio occupò poi il Giudicato di Torre e Galluri: se n'offese Gregorio, il quale pretendea anch'egli que' luoghi esser per antiche ragioni della Chiesa; onde allegando per messi particolari più volte il diritto, che vi pretendea, richiese Federico, che quelle ragioni fossero restituite alla Chiesa; ma l'Imperadore replicava, che quell'isola appartenea all'Imperio e che l'avolo suo Barbarossa, riconoscendone il dominio n'avea investito con titolo di Principe Guelfo suo zio materno, e poi con titolo di Re Barisone Judice d'Arborea, ed indi in processo di tempo i Pisani, e' Genovesi; sicchè non solo non glie le volle rendere, ma ne creò allora Re Enzio suo figliuolo, il quale tolta la Corona di quel Regno, operò, che alcuni potenti Baroni dell'isola occupassero molti territori e castella, che i Vescovi di quel Regno s'aveano appropriate. Per queste nuove cose, mal sofferendo il Pontefice, che Cesare divenisse più potente, entrato il nuovo anno 1239 inviò sue lettere a Federico, esortandolo a lasciar stare in pace le ragioni della Chiesa; ma avendogli risposto l'Imperadore che infino da che fu coronato, avea proposto di riporre in piedi le ragioni dell'Imperio e che perciò avea fatto occupare que' luoghi a se spettanti, e che ciò non dovea aver egli a male, essendo lecito a ciascuno ricuperar il suo. Gregorio sdegnato gravemente gli comandò di restituirgliele sotto pena di scomunica, la qual parimente dispregiata da Federico, fu cagione che nel giovedì santo di quest'anno lo scomunicasse pubblicamente in Roma alla presenza di tutti i Cardinali, e di numeroso Popolo a cotal atto ivi concorso. Questa scomunica, che contiene molte accuse contro Federico, vien rapportata da Carlo Sigonio[370], e dagli Annali del Bzovio e comincia: Excommunicamus et anathematizamus ex parte Dei Omnipotentis, etc. Dopo aver Gregorio con terribili formole dichiarato scomunicato l'Imperadore, diede contezza di cotal scomunica a Balduino Imperador di Costantinopoli, a Giacomo Re d'Aragona, a Ferdinando Re di Castiglia, a Lodovico Re di Francia, ad Errico Re d'Inghilterra, al Re di Scozia ed a tutti gli altri Re e Principi cristiani, inviando altresì ordine a tutti i Prelati, e particolarmente a quelli d'Alemagna, che nelle loro Chiese pubblicassero per iscomunicato l'Imperadore, assolvendo i sudditi dal giuramento di fedeltà, e sottoponendo all'interdetto tutti coloro, che l'ubbidivano. E narra Matteo Paris[371], che Gregorio dopo aver assoluto i sudditi dell'Imperadore dalla sua ubbidienza, scrisse a Roberto fratello di Lodovico Re di Francia, offerendogli l'Imperio; ed il Re di Francia su quest'offerta, fece convocare a consiglio tutti i Principi della Francia, per risolvere ciò che dovesse farsi, i quali detestando questo sforzo del Pontefice in pubblica Assemblea così esclamarono: Quo spiritu vel ausu temerario Papa tantum Principem, quo non est major inter Christianos, non convictum, et confessum de objectis sibi criminibus exheredavit, et ab Imperiali apice praecipitavit? Scimus quod Domino Jesu Christo fideliter militavit, moriens, et bellicis se periculis confidenter opponens, tantum religionis in Papa non invenimus. Imo qui eum debuit promovisse, et Deo militantem protexisse, eum conatus est absentem confundere, et nequiter supplantare. Nolumus nos metipsos in tanta pericula praecipitare, ut ipsum Federicum tam potentem impugnemus, quem tot Regna contra juvabunt, et causa justa praestabit adminiculum. Quid ad Romanos de prodiga sanguinis nostri effusione, dummodo irae suae satisfecerimus, si enim per nos, et alios devicerit omnes Principes mundi, conculcabit sumens cornua jactantiae, et superbiam, quoniam ipsum Federicum Imperatorem Magnum contrivit.
Era l'Imperadore nella città di Padova, celebrando ivi con gran festa la Pasqua di Resurrezione, quando gli venne novella il lunedì d'essa, come il giovedì santo era stato dal Pontefice pubblicamente scomunicato; ed ancorchè espressamente se ne dolesse nell'interno, pure simulò il contrario, e riputando la censura ingiusta, tantosto convocò un'Assemblea de' più stimati cittadini padovani, ed altri Signori italiani e tedeschi nel palagio del Comune, ed ivi, secondo scrive Pietro Girardo, favellò Pietro delle Vigne suo Gran Cancelliero lungamente in difesa di lui, lagnandosi di Gregorio, con cominciare il suo discorso da questa sentenza: Leniter ex merito quidquid patiere ferendum est: quae venit indigne poena, dolenda venit; dicendo che Federico governando sì giustamente il suo Imperio, n'era in sì fatta guisa oltraggiato dal Pontefice, e che non perchè l'avea egli scomunicato così iniquamente dovesse riputarsi fuori del grembo di Santa Chiesa, essendo egli prontissimo a sottoporsi alla Sede Appostolica in tutte quelle cose, che ricerca la divina giustizia, non già al capriccio d'un uomo, essendo egli vero e fedel Cristiano[372]. Per la qual cosa niente curando di quella scomunica, partito da Padova con nobilissima compagnia di Baroni n'andò a Trivigi, ove onorevolmente ricevuto scrisse sue lettere a' Cardinali ed a' Romani, rampognandogli, come avean consentito, che Gregorio ingiustamente lo scomunicasse.
(Queste Lettere di Federico scritte nel 1239 si leggono presso Lunig. Cod. Ital. Diplom. Tom. 2 pag. 887, 889 e 898, siccome in contrario un Breve di Gregorio IX drizzato al Card. Ottone pag. 895).
Scrisse ancora a tutti i Re e Principi di Cristianità, purgandosi delle malvagità oppostegli dal Pontefice, gravando lui di gravissime colpe con tutti i Cardinali; e veggonsi sin ad oggi l'epistole di Federico ne' libri di Pietro delle Vigne, per le quali egli mostra, quanto a torto fosse stato così oltraggiato dal Pontefice. E ritornato poscia a Padova ingegnossi con ogni suo potere farsi partigiani ed amici i più stimati Signori d'Italia, per valersene contro il Pontefice, ed alla guerra d'Italia pose tutti i suoi pensieri.
Ma poichè il Pontefice, dopo questa scomunica per mezzo di Monaci e Frati, tentava di sconvolgergli questo Reame, Federico ancorchè intrigato nella guerra di Lombardia, vi diede però riparo, per mezzo di vari ordinamenti, che vi drizzò, discacciando dal monastero di Monte Cassino tutti que' Monaci, a riserba di solo otto Frati, che sopra il Corpo di S. Benedetto i divini Uffici celebrassero, mandandovi per custodia di quel monastero molti soldati a guardarlo: ed il munì a guisa di forte Rocca, con toglierne l'antico tesoro ed i sacri vasi d'argento e d'oro, che dopo molt'anni vi furono riposti per la previdenza de' Frati, e per la magnificenza de' passati Re ed altri Signori e Baroni del Regno. Tolse parimente a' Padri Pontecorvo e Rocca Janala. Ordinò ancora che tutti i Regnicoli, che si trovavano nella Corte romana partir dovessero da Roma, fuorchè quelli, che dimoravano a' servigi del Cardinal Tommaso e di Giovanni da Capua suoi vassalli. Discacciò dalle loro Chiese e dal Regno i Vescovi d'Aquino, di Carinola, di Teano e di Venafro. E da tutte le Chiese cattedrali, e dal monastero Cassinense, e da' suoi sudditi fece esigere un adjutorio per l'Imperadore, dando la cura a Ruggiero di Landolfo ed a Giacomo Gazzolo, a ciò eletti per lo Giustizierato di Terra di Lavoro, di raccorre la metà delle loro rendite, con parte delle quali sostentò i soldati, che dimoravano a guardia di Monte Cassino e di Pontecorvo.
E nell'istesso tempo furono da Federico ordinati gl'infrascritti Capitoli da doversi pubblicare nel Regno, e da osservarsi irremissibilmente, rapportati da Riccardo[373].
Primo, che tutt'i Frati di S. Domenico ed i Frati Minori di S. Francesco, nativi delle terre rubelle di Lombardia, uscissero prestamente da' suoi Stati, e da tutti gli altri Religiosi si togliesse sicurezza di non trattar cos'alcuna in disservigio di lui. II Che tutt'i Baroni e Cavalieri, che per l'addietro avessero seguito le parti del Pontefice, e particolarmente quelli, che aveano le loro Baronie a' confini d'Apruzzo e di Campagna, dovessero andare in ordine con armi e cavalli in Lombardia per servirlo in Campo a loro spese, e quegli che non eran agiati di moneta, col soldo, che egli avrebbe lor fatto pagare. III Che dalle Chiese cattedrali s'esigesse per lui, e s'imponesse per l'imperial Corte un adjutorio secondo il modo e potere delle loro ricchezze, e parimente da' Canonici e Preti sudditi di quella diocesi e da' Cherici ancora, secondo le loro facultà: ed il medesimo si dovesse esigere dagli Abati, Monaci negri e bianchi. IV Che tutti quei che sono nella Corte romana, eccetto gli esclusi ed i sospetti debbiano ritornare tosto nel Regno, e facendone il contrario, i loro beni saranno confiscati e dopo la citazione, se non ubbidiranno, non si permetterà loro più ritornare. V Che i beni ed i beneficj di quelli Cherici, che non sono del Regno, debbiano tutti confiscarsi. VI Ordinò, che niuno potesse nè gire dal Regno in Roma, nè venir da Roma nel Regno senza licenza de' Giustizieri delle province d'Apruzzi e di Terra di Lavoro. VII Che si stabilissero esploratori acciocchè niuno, sia mascolo o sia femmina, entrando nel Regno, portasse lettere, o altre scritture del Papa contro di lui, e che se fossero trovati, fossero fatti morire o Chierico o Laico che egli si fosse.
Ma non perchè queste ostilità fra di loro si praticassero, tralasciò Federico di mandare a Roma li Vescovi di S. Agata e di Calvi per trattar co' Cardinali di trovar modo di composizione; ma tosto che Gregorio seppe la lor venuta in Roma, furono da lui discacciati, e ritornarono indietro nel Reame senza conchiuder cosa alcuna[374].
CAPITOLO II. Si rompe aperta guerra tra Federico e Papa Gregorio, il quale in mille guise oltraggiato dall'Imperadore, se ne muore di dolor d'animo.
Inasprisconsi per tali cagioni gli animi d'ambedui, e mentre per opera del Papa si rubella Ravenna dall'Imperadore, e si dà in mano de' Veneziani, che la difendono, Federico richiama in Italia il Re Enzio suo figliuolo, il quale venuto di Sardegna, con grosso numero di soldati pugliesi, tedeschi, siciliani e saraceni invade la Marca d'Ancona, rompendo la guerra al Pontefice. Gregorio gl'inviò contro per suo Legato il Cardinale Giovanni Colonna, acciocchè difendesse que' luoghi, e nel mese di novembre di quest'istesso anno 1239 confermò le censure già fulminate contro Federico, e scomunicò il Re Enzio con tutti i suoi seguaci, per essere entrati ostilmente nella Marca, quam Juris esse dicebat Ecclesiae, come narra Riccardo.