Federico intesa la novella di cotal fatto mentr'era a Torino, acceso di gravissimo sdegno rivolto a' suoi Baroni così disse: Il Pontefice mi ha privato della Corona imperiale, veggiamo se così è; e fattasela recare innanzi, se la pose in testa, dicendo queste parole, che nè il Pontefice, nè il Concilio avean potestà di togliernela; ed ancorchè riputasse vana ed ingiusta cotal sentenza, nulladimanco considerando di quanto detrimento potea essergli cagione, non tralasciò far ogni sforzo per riconciliarsi col Pontefice; onde per mezzo del Re di Francia fece offerire al Papa satisfactionem facere competentem (narra Paris): obtulit etiam quod in Terram Sanctam irrediturus obiret, quoad viveret Christo ibidem militaturus; ma il Papa ridendosi di queste cose rispose al Re, che Federico tante volte queste, e cose maggiori avea promesse, e poi niuna attesa; al che replicò il Re: Septuagies septies pandendus est sinus, peto, et petens consulo, tam pro me, quam pro multis aliis millium millibus peregrinaturis prosperum exitum expectantibus, imo potius pro Statu Universalis Ecclesiae, et Christianitatis accipite, et acceptate tanti Principis talem humilitatem, Christi sequentes vestigia, qui se usque ad crucis patibulum humiliasse legitur; il che quando vide il Re di Francia rifiutarsi ostinatamente dal Papa, adirato contro di lui andò via sdegnato grandemente, ed ammirato, che quella umiltà, che avea conosciuto in Federico Imperadore, non avea egli potuto trovare nel servo de' servi. Ed ancorchè il Pontefice per mezzo di sue lettere avesse fatto volar per lo Mondo questa sentenza; nulladimanco, come scrive l'Abate Stadense, quidam Principum cum multis aliis reclamabant, dicentes, ad Papam non pertinere Imperatorem instituere, vel destituere: sed electum a Principibus, coronare. E fu così vana, e di niun effetto cotal deposizione, che narra Tritemio, che Federico in tutto il tempo che visse da poi, per annos ferme sex contra eum, nec Papa, nec aliquis Principum praevalere potuit; sed non advertens sententiam Papae, quam frivolam, et injustam esse dicebat, se Imperatorem gessit, magnamque Principum nobiliorum, et Civitatum usque ad mortem aderentiam habuit. Perlaqualcosa vedendo Federico niente giovargli la sua umiltà, fu tutto rivolto a disingannare il Mondo di quanto proccurava opporgli Innocenzio; onde fece scrivere più sue lettere a tutti i Principi di Cristianità purgandosi dall'accuse, che gli erano opposte, facendo nota la nullità di tal deposizione, come quella, che procedeva da chi non avea potestà alcuna di farla, onde si leggono perciò ne' libri di Pietro delle Vigne molte epistole, fra le quali è da leggersi la prima del primo libro, che comincia: Collegerunt Pontifices et Farisaei consilium in unum, etc. e l'altra: In exordio nascentis Mundi, e molte altre di consimile tenore.

(Presso Lunig[380], si leggono le vicendevoli imprecazioni, querimonie, ed accuse d'Innocenzio IV e di Federico, che nell'anno 1245 seguirono fra di loro; ed infra gli altri delitti Innocenzio imputava a Federico, che all'usanza de' Saraceni facesse castrare in Capua alcuni, destinandoli per custodia delle sue donne nel serraglio).

E fu da valenti Teologi dimostrato[381], non essere della potestà del Pontefice, nemmeno del Concilio il deporre i Principi; e tanto meno può dirsi di questo Concilio di Lione, il quale oltre di non essere stato generale, siccome per tale non l'ebbero Matteo Paris, Alberto Stadense, Tritemio, Palmerio, Platina ed altri, per mancarvi tutte le condizioni de' Concilj generali, e per esservi intervenuti pochi Prelati, nemmeno di tutte le province d'Occidente, la sentenza non fu profferita dal Concilio, ma dal solo Pontefice, non Sacro approbante Concilio, ma solamente Sacro praesente Concilio, come si legge negli atti di quel Concilio, e rapportano Dupino, ed altri insigni Scrittori ecclesiastici.

Per la qual cosa quasi tutti i Principi e Popoli d'Europa, anche dopo questa deposizione tentata da Innocenzio, lo riconobbero per Imperadore e Re. Nè Federico permise, che in cos'alcuna fosse Innocenzio ubbidito da' suoi sudditi ne' suoi dominj, e ne' Regni di Sicilia; anzi ordinò per sue lettere al Gran Giustiziere di Sicilia, che desse aspro castigo, privandogli di tutti i beni, e scacciasse dal Regno tutti i Frati e Preti, che per ordine del Pontefice, e suo interdetto non avesser voluto in quell'isola celebrare i divini Ufficj, e ministrare i Sacramenti a' Popoli; e che niuno Religioso potesse trasferirsi da luogo a luogo senza espressa licenza, e testimonianza donde ei venisse.

Scrisse parimente consimili lettere al Giustiziere di Terra di Lavoro, e gl'impose strettamente, che dovesse esigere da' Cherici la terza parte dell'entrate, che possedevano di Chiesa, e gli facesse pagare tutte le altre imposte, che pagavano i Laici, comandandogli altresì, che coloro, i quali avessero negato di ciò fare, gli avesse prestamente imprigionati.

§. II. Infelice fine di Pietro delle Vigne.

Dall'aver così bene adempiute le sue parti nel Concilio di Lione Taddeo da Sessa, ed all'incontro dal vedersi, che Pietro delle Vigne pur ivi mandato Ambasciador di Federico, non avesse in quella Assemblea fatto nè pur minimo atto a difesa del suo Signore, fu cagione, che gli emoli di Pietro cominciassero a preparargli quella ruina, che poco stante gli sopravvenne; perciocchè gli apposero appresso l'Imperadore, che essendo in esso Concilio suo Legato con Taddeo di Sessa, fosse stato corrotto o dalle parole, o da' premj d'Innocenzio, e perciò avesse tralasciato di fare quel, che gli convenia per suo servigio; non trovandosi così negli atti del Concilio, come negli Annali ecclesiastici del Bzovio, ed in tutti gli altri Autori, che scrissero di tal avvenimento, fatta menzione d'altri, che di Taddeo di Sessa: indizio chiaro, che, Pietro in nulla si volesse intrigare, ancorchè vi fosse anch'egli presente, per la qual cosa, fatto credere cotal fallo all'Imperadore da' suoi emoli, in gran parte intepidirono il grande amore, che prima gli portava, e venne in sospetto non gli ordisse qualche tradimento; onde ammalatosi Cesare poco da poi in Puglia, consigliato da Pietro, che per ricuperar sua salute dovesse purgarsi il ventre, e poi entrare in un bagno per ciò apprestato, fece da un Medico famigliare d'esso Pietro, e che altre volte in cotal mestieri l'avea servito, comporre il medicamento, e mentre s'apprestava di torlo, gli fu data contezza, che Pietro corrotto dai doni del Pontefice, per insinuazione del medesimo tentava avvelenarlo; onde appresentandosegli il Medico colla bevanda, rivolto a lui, ed a Pietro, che colà era, disse loro: Amici, io ho fede in voi, e so che non mi darete il medicamento per veleno; e Pietro gli rispose: o Signore, spesse volte questo mio Medico vi ha dato giovevol rimedio, perchè ora più del solito temete? e l'Imperadore guardando con torvo aspetto il Medico disse, dammi cotesta bevanda; il perchè atterrito colui, fingendo di sdrucciolare col piede, ne versò la maggior parte, per la qual cosa venendo in maggior sospetto, fattigli prendere ambedue, fece trar di prigione alcuni condennati a morte, i quali bevuto d'ordine di Federico quel poco della medicina, che rimasto vi era, prestamente gli uccise; e si scoperse, che di violentissimo veleno insieme col bagno era composta, sicchè chiarito Cesare del tradimento, fece appiccar per la gola il Medico: e Pietro (non volendolo far morire) fu abbaccinato, e spogliato di tutt'i beni, e d'ogni ufficio ed autorità ch'egli avea, e condotto a vivere miserissima vita. Ma Pietro non potendo soffrire la caduta di tanta grandezza, informatosi da colui, che il guidava, che era presso d'un muro, o d'una colonna di marmo, come scrive il Sigonio[382], vi battè così fortemente la testa, che rottosegli il cerebro, in un subito morì. Altri dicono essersi precipitato da una finestra della sua casa nella città di Capua, ove acciecato dimorava, mentre colà di sotto passava l'Imperadore, ed esser di repente per tal caduta morto nell'anno 1249. Ed in quest'anno rapportano cotal morte Matteo Paris Monaco di Monte Albano in Inghilterra negli Annali di quel Regno, che visse nell'anno di Cristo 1250, Carlo Sigonio, ed altri più antichi Autori. Non mancarono ancora di quegli, che scrissero esser egli morto innocente, e sol per invidia de' Cortigiani, che della di lui grandezza capitali insidiatori, postolo in odio di Federico con dargli a divedere, che per opera del Papa gl'ordiva tradimento, gli cagionassero così sventurato fine; fra' quali fu Dante Alighieri, stimatissimo Poeta di quel secolo, il quale nel 13. canto dell'Inferno, essendo di tal opinione, fa da Pietro così favellare in sua difesa.

Io son colui, che tenni ambo le chiavi

Del cuor di Federico, ec.

Da' quali versi, qualunque si fosse la cagion di sua morte, chiaramente si scorge, ch'egli venuto in odio del suo Signore, di proprio volere per gravissimo sdegno si uccise. Scrive ancora Matteo Paris, che l'Imperadore acerbamente si dolse del tradimento, che Pietro commetter pensava e della sua morte, dicendo (come sono le parole di questo Autore) Vae mihi, contra quem saevire coactus.