Ma dalle insidie tese da Innocenzio contro Federico per mezzo d'altri personaggi di conto, ben si conosce, che siccome per la sua potenza tirò al suo partito molti Principi e Signori, che prima erano partigiani di Federico, con facilità potè anche abbattere la costanza e fedeltà di Pietro delle Vigne; poichè corruppe ancora con doni, e con danari per mezzo del Vescovo di Ferrara alcuni Principi d'Alemagna, i quali non tenendo conto di Corrado suo figliuolo, per compiacere al Pontefice elessero Re de' Romani Errico di Turingia, il quale dopo la sua elezione cominciò in quei Paesi con varj successi a fare aspra guerra contro Corrado.
Corruppe ancora molti suoi Baroni, così di quelli, ch'erano con lui nel suo esercito, i quali se gli erano congiurati contro per ammazzarlo, come anche molti di quelli, che dimoravano nel nostro Reame in prima suoi fedeli, i quali tentarono con sedizioni sconvolgergli il Regno di Puglia: tanto che bisognò interrompere la guerra contro i Milanesi, e di lasciare il Re Enzio suo Vicario in Lombardia, ed accorrere contro i Baroni alla difesa del Regno, i quali aveano contro di lui manifestamente prese l'armi, ed occupato Capaccio ed altre castella di quella provincia.
I Baroni, che per opra del Pontefice contro di Federico si congiurarono erano in prima de' suoi più cari partigiani ed amici: questi furono Teobaldo Francesco, Pandolfo, Riccardo, e Roberto della Fasanella, con tutta la lor famiglia, tutti i Sanseverini, Capo de' quali era il Conte Guglielmo, Jacopo e Goffredo di Morra; Andrea Cicala General Capitano nel Reame; Gisolfo di Maina, con molt'altri, di cui non sappiamo i particolari nomi.
Costoro, che contro di lui congiurarono per torgli la vita, mentre stavano attendendo di porre ad effetto il loro intendimento, furono scoverti a Federico dal Conte di Caserta, che, come scrivono alcuni Autori, di tutto gli diè conto per un suo fedele famigliare nomato Giovanni da Presenzano, sin da ch'egli era in Lombardia; onde alcuni d'essi fur fatti prestamente imprigionar da Federico, ed alcuni altri si salvarono con la fuga, fra' quali fu Pandolfo della Fasanella, e Jacopo di Morra; e pervenuta agli altri la novella della scoverta congiura, Teobaldo Francesco, Guglielmo Sanseverino ed Andrea Cicala occuparono di furto Capaccio e Scala, e colà si ricovrarono, fortificando, e munendo que' luoghi quanto poterono, per difendersi; ma assalita Scala da' fedeli dell'Imperadore, fu combattuta con molto valore, e prestamente espugnata; e fur sostenuti in essa Tommaso S. Severino, ed un suo figliuolo.
Giunto poi nel seguente anno di Cristo 1246 l'Imperadore nel Reame, fu assediato Capaccio; ed ancorchè i suoi difensori sentissero estrema carestia di acqua, non essendosi ripiene le cisterne per mancamento di pioggia, pure con molto valor si mantennero sino a' 28 di luglio, quando furono a forza presi i difensori, con rimaner prigioni Teobaldo Francesco, e la maggior parte degli altri congiurati; i quali furono dall'adirato Imperadore con atrocissimi tormenti fatti morire, incrudelendo altresì contro tutti i loro legnaggi, con farne uccidere grosso numero, ed agli altri dar bando dal Regno. Allora dovette succedere quel che Matteo Spinello scrive di Ruggieri Sanseverino, che salvato da Donatello Stazio suo famigliare, fu per opera poi di Polisena Sanseverina sua zia inviato al Pontefice, da cui fatto con paterno affetto allevare, divenne poi prode ed avvenente giovane, il quale con esso Pontefice nel Regno, e con più felice fortuna con Carlo I d'Angiò divenne Capo de' forusciti napoletani a ricovrare il suo Stato; perciocchè la rotta di Canosa, che Matteo Spinello racconta, non fu vera, nè Federico, che scrisse particolarmente questo fatto in due sue epistole, quando avesse combattuti e debellati i Sanseverineschi nel piano di Canosa, l'avrebbe taciuto; se pure il primo trascrittore di Spinello, in luogo di voler dir la presa di Capaccio, non avesse detto la rotta di Canosa; ovvero ve l'avesse di sua testa aggiunto, come in molti altri luoghi di quell'Autore si è fatto, facendogli scrivere quel, che mai non successe, e ch'egli mai non ebbe intendimento di dire.
CAPITOLO IV. Federico prosiegue la guerra contra i Lombardi nell'istesso tempo, che Corrado suo figliuolo è travagliato in Alemagna da Errico di Turingia, e da Guglielmo Conte d'Olanda. Muore in Fiorentino, e gli succede Corrado.
Intanto il Re Enzio seguitava a travagliar con aspra guerra la Lombardia: ed in Alemagna non minori e men crudeli erano le battaglie tra Corrado ed Errico di Turingia, il quale ancorchè avesse data una gran rotta a Corrado, fu poi ucciso da un colpo di saetta mentre combattea la città d'Ulma: onde Innocenzio saputa la morte d'Errico, inviò di nuovo quattro altri suoi Legati ad istigare i Principi tedeschi contro Federico; e per essere stato dal Re Enzio d'ordine del padre fatto morir impiccato per la gola un parente d'esso Pontefice, di nuovo amendue scomunicò, e tanto operò co' Tedeschi, che fu eletto in nuovo Re de' Romani Guglielmo Conte d'Olanda, il quale incamminatosi dopo la sua elezione a prendere la Corona in Aquisgrana, se gli oppose intrepidamente col suo esercito Corrado, il quale occupata e munita quella città lungamente dentro d'essa da Guglielmo, e dai suoi si schermì. Non avea il Pontefice trascurata ogni opera di far ribellare Corrado istesso contro il suo padre, e per mezzo del Cardinal Ubaldino suo Legato, dell'Arcivescovo di Colonia, e di molti altri Baroni alemani, faceva continuamente insinuare al medesimo a non seguire l'imprese e le dannate vestigia, com'essi diceano, di suo padre: ma Corrado Principe pio e costante gli rispose, che avrebbe difese le sue parti insino all'ultimo spirito di sua vita.
Federico intanto racchetati i rumori del Regno partì di Puglia, e passò a Pisa, e di là per li confini dei Parmegiani a Cremona. Quivi essendo, fugli da alcuni insinuato di dover trovare qualche modo di riconciliarsi colla Chiesa, e conchiuse perciò di conferirsi di persona in Lione per umiliarsi al Pontefice; sicchè tolto in sua compagnia onesto numero di famigliari, passò da Cremona a Torino, e celebrata quivi un'altra Assemblea, partiva già per Lione; ma giunto appena alle radici dell'Alpi gli fu per particolar messo significato, per opra d'Innocenzio essergli stata dai suoi partigiani ribellata Parma; onde accorse immantenente per riaverla, ed intrigato col Re Enzio suo figliuolo in questa guerra, ampiamente scritta da Sigonio, passò quivi tutto quest'anno, e nel seguente anno 1248 per occasione di questa guerra, nella quale ora perdente, ora vincente, perdè Vittoria città novellamente da lui edificata a fronte di Parma, nel qual fatto i suoi nemici uccisero, e fecer prigioni la maggior parte degli assediati, fra' quali morì Taddeo di Sessa, quel celebre nostro Giureconsulto, e che in questi tempi avea anche avuto l'onore d'essere stato fatto General Capitano in quell'esercito. E mentre con tali successi era afflitta Italia, Guglielmo Conte d'Olanda creato Re de' Romani, dopo un lungo contrasto, presa la città d'Aquisgrana, era stato in essa dall'Arcivescovo di Colonia incoronato nel dì primo di novembre di quest'anno; e poco stante azzuffatosi con Corrado, ch'era col suo esercito di nuovo sopra detta città venuto, il ruppe e pose in fuga.
Nel seguente anno 1249 Federico lasciato il Re Enzio suo Vicario in Lombardia, se ne passò in Toscana, ove giunto, se creder vogliamo a Giovanni Villani, non volle entrare in Firenze, perchè per vana predizione di Michele Scoto grande Astrologo e Mago di que' tempi, gli era stato detto, che aveva da morirvi dentro, e fermatosi ad un luogo ivi vicino, poco da poi passò l'Imperadore in Puglia, ove finchè visse, che fu molto poco, dimorò.
In questo medesimo anno avendo i Bolognesi data una terribile rotta al Re Enzio, lo fecero prigione; onde crebbe oltremodo la fortuna e potenza de' Bolognesi, e per la fama dell'acquistata vittoria per sì riguardevole personaggio, e per la nobiltà del suo aspetto, e per la fiorita età, che non passava 25 anni, e per la grandezza del padre; e avendolo condotto con gran trionfo prigioniero a Bologna, diede manifesto esempio dell'incostanza ed infelicità delle cose umane, ed i Bolognesi statuito con pubblico decreto, che mai non s'avesse a riporre in libertà, regiamente a spese del Pubblico, mentre egli visse lo sostennero, non si movendo a liberarlo, nè per le minacce del Padre, che sopra di ciò scrisse loro una sua lettera, nè per offerta di grossa somma d'oro in suo riscatto. In tal maniera ventidue anni, e nove mesi dimorato, come scrive Cuspiniano, fu poi venendo a morte con nobilissima pompa sepolto da' Bolognesi nella chiesa di S. Domenico in un ricchissimo avello di marmo con la sua statua indorata, ove sino al presente, secondo che scrive Stradero, si legge l'inscrizione in una piastra di bronzo.