Ricevette, non molto tempo dopo tal successo, l'Imperadore lettere da' Modanesi, ove significandogli la ricevuta sconfitta si dolevano della prigionia del figliuolo, a' quali egli rispose magnanimamente ringraziandogli del loro ben volere, con minacciare aspramente i Bolognesi, e tutti i partigiani della Chiesa. Ma questi col favor dell'ottenuta vittoria, dopo aver soggiogate molte città e castelli di Lombardia e di Romagna, e fra essi Modana, che per alcun tempo strettamente assediarono, mossero Federico per non perdere affatto il dominio di quei paesi, essendo già entrato l'anno di Cristo 1250 a raccorre soldati, e moneta per rinovar la guerra, e tentare di riporre il figliuolo in libertà, e mentre a ciò badava, ammalò del suo ultimo male nel castel di Fiorentino, ora disfatto, in Capitanata di Puglia, sei miglia lungi da Lucera, e come scrive Cuspiniano, non senza sospetto, che Manfredi Principe di Taranto suo figliuol bastardo l'avesse avvelenato, o come è più verisimile, perchè aspirando al dominio del Reame, voleva torsi dinanzi il padre, per tentare di porre il suo pensiero ad effetto, come si conobbe da poi.
L'Imperadore aggravato dal male, pentitosi de' suoi falli, e chiedendone a Dio perdono, si confessò a Bernardo Arcivescovo di Palermo, e da lui ricevette l'assoluzione, ed il sacramento dell'Eucaristia, se creder dobbiamo ad Alberto Abate di Strada; e persuaso dall'istesso Arcivescovo fece il suo testamento, il qual tutto intero, come quello, che contiene più notabili cose, addurremo.
Soggiunge Cuspiniano, che mentre superando la forza del veleno o della malattia, o per la sua robusta complessione, o per la diligente cura de' Medici, stava per riaversi, Manfredi aggiungendo fallo a fallo per tema non il padre campasse, di notte tempo, postogli un piumaccio alla bocca crudelmente il soffocò; alla qual opinione di violenta morte par che concorra lo Scrittor di Giovennazzo, quando dice, che a tempo si sparse voce, che l'Imperadore era già guarito, e che il seguente giorno voleva uscir di letto, per aver mangiato la sera certe pera cotte con zuccaro, si ritrovò poi il mattino morto nel letto, verificandosi il vaticinio fattogli (se tai vanità son degne di fede) che aveva a morir in Fiorenza, ma secondo le solite anfibologie degl'Astrologi non in Fiorenza di Toscana, ma in Fiorentino di Puglia; se bene l'Anonimo[383] Autor della Cronaca di Manfredi, come troppo appassionato di questo Principe, passa sotto silenzio le circostanze di questa morte violenta, per non incolpar Manfredi suo Eroe.
Cotal fu dunque il fine di Federico II Imperador romano, il quale morì in età di cinquantasei anni, e nel trentesimo ottavo del suo Imperio, lo stesso giorno, che fu eletto a cotal dignità in Alemagna, dopo aver cinquantatre anni dominato il Reame di Napoli e di Sicilia, e 28 quello di Gerusalemme, Principe degno di chiara ed immortal memoria, per le molte e singolari virtù, che così nell'animo, come nel corpo di pari in lui fiorirono; perciò, lasciando star da parte quello, che alcuni Scrittori italiani di lui con troppa malevoglienza, e alcuni altri tedeschi con troppa adulazione scrissero: egli è certo, che fu un savio ed avveduto Signore, valoroso e prode di sua persona, e di nobile, e signoril presenza: fu liberale e magnanimo, perchè premiò ampiamente coloro, che l'aveano servito, così nell'opere di pace, come nella guerra, ed onorò i Signori dell'Imperio di grandissime prerogative e privilegi; poichè primieramente creò Federico, detto il Bellicoso, di Duca, che in prima egli era, Arciduca d'Austria[384], e gli diede l'insegne reali per quel, che ne scrive il Cuspiniani; ma nel sesto libro delle Pistole di Pietro delle Vigne appare, che nel creò Re, benchè secondo il Zurita, di cotai titoli di Re, e d'Arciduca non si servì niuno de' suoi seguenti Signori, che quella provincia dominarono fin all'Imperador Federico III ch'il concedette di nuovo a Filippo suo nipote, quando stava trattando d'ammogliarsi con una delle figliuole di Ferdinando Re di Castiglia e d'Aragona, detto poi il Re Cattolico, nell'anno di Cristo 1488.
Fu nella militar disciplina espertissimo, per la quale ottenne nobilissime vittorie de' suoi nemici; e mostrò non men fortezza ne' casi avversi, che temperanza e continenza ne' prosperi. E provvido ne' consigli, e prudente nel riordinare i suoi Regni di molte utili e giuste leggi.
Per aver avuti nemici tre romani Pontefici, Onorio, Gregorio ed Innocenzio, e le città Guelfe partigiane dei medesimi, acquistò egli presso i posteri nome di spergiuro, e di crudele con tutti i Prelati e Ministri della Chiesa; e per averne perseguitati molti, e scacciati dalle loro sedi, altri imprigionati, e fatti morire in esilio, ed avere in altre strane guise fatto impiccare grosso stuolo di Frati e Preti; e per aver taglieggiate le chiese, i monasterj, e gli Ecclesiastici, con torre loro i beni e facoltà: pose timore a tutti gli Ecclesiastici, non volesse ridurgli alla strettezza e povertà della primitiva Chiesa, tanto maggiormente ch'era lor riferito, che l'Imperadore soleva avere spesso in bocca cotali voci; onde Matteo Paris, che prima che Federico fosse stato deposto, avea sempre nella sua Cronaca aderito al suo partito, quando da poi intese, che Federico soleva dir queste parole, come che egli si trovava Abate di Monte Albano d'Inghilterra, e ricco di molti Beneficj e Commende, dispiacendogli tal proponimento, cominciò a mutar stile e scrivere contro di lui in altra maniera, che prima avea fatto.
Se questo fece Paris, ognun può credere, che cosa mai facesser gli altri Scrittori italiani partigiani dei Pontefici romani, e tutti Guelfi: e particolarmente i Frati. Paolo Pansa nella Vita d'Innocenzio IV rapporta, che Fr. Salimbene da Parma Frate Minore, che visse in que' tempi, e conobbe Federico, in una sua Cronaca a penna lasciò scritto, che Federico in quest'ultima sua infermità fu afflitto da' vermi, che scaturivano dalle sue carni, e che morto che fu, usciva tal puzza da quel cadavere, che non si poteva in alcun modo tollerare, e che per allora non gli si potè dar sepoltura: ch'era poco cattolico, anzi epicureo, come quegli, che non credea trovarsi altra vita, che questa; soggiungendo, che quando e' fu in Oriente, e vide la Terra, che si chiama di Promissione, si pose a ridere, e facendosene beffe, ebbe a dire che se il Dio de' Giudei avesse veduto il Reame di Napoli, e massimamente Terra di Lavoro, non avrebbe fatto sì gran conto di quella sua terra di Promissione.
(Oltre a ciò i Monaci nelle loro Croniche anche scrissero, che Federico passando un giorno col suo esercito vicino alcuni campi di formento, che avea le spiche già mature, e danneggiando i Soldati coi loro cavalli le spiche, e rapportato ciò a Federico, avesse motteggiando risposto, che se ne astenessero, e le portassero rispetto, poichè un giorno i grani di quelle spiche potevano divenire tanti Cristi. Le parole sono rapportate da Simone Hanh, Hist. Germ. in Friderico II).
Lo dipinsero perciò, ch'egli fosse ateo, e che negando l'immortalità dell'anima avesse posto ogni suo intendimento ne' diletti del corpo, godendosi, e sollazzandosi con quel, che più gli aggradiva, e che perciò si contaminasse con ogni sorte di lussuria, tenendo sempre, oltre alla moglie, uno stuolo di concubine attorno, alcune delle quali erano anche Saracene; della quale opinione mostra essere stato anche Dante[385], ancorchè Ghibellino, ponendolo a patire le pene dell'Inferno, in un luogo, ove era simil peccato d'eresia punito, con il padre di Guido Cavalcanti, e Farinata degli Uberti Cavaliere Fiorentino, e col Cardinale Ottavio degli Ubaldini, facendo dall'istesso Farinata dire:
Qua entro è lo secondo Federico,