Il Re Federico, che liberato da quel primo insulto, pieno d'animo e di coraggio avea ridotte sotto le bandiere le terre di quell'isola, invase da' suoi nemici, essendo stato avvisato dell'apparato stupendo, che si faceva contro lui, fece subito per tutte le parti dell'isola ponere in ordine il maggior numero di galee che fu possibile, con proponimento d'uscire incontro a' nemici e con intrepidezza inudita ponere ogni cosa a rischio in una giornata.
Nè è da tralasciare quel che ponderò il mentovato savissimo Scrittore[487], essere stata veramente cosa maravigliosa (per quella difficoltà, che si vedea a' suoi tempi e molto più ne' nostri, nel ponere in ordine le armate) come que' Re poveri di quel tempo bastassero in tanto breve spazio a fare tanto numero di galee, quanto si vide messo in acqua, ed in esercito in quegli anni, che durò la guerra di Sicilia: rapportando alcuni, che Re Federico n'ebbe in punto cinquantotto, che pare cosa incredibile, ed aver potuto perfettamente armarle in quel poco spazio ch'ebbe di respirare, tra l'una guerra e l'altra.
Sentendo adunque Federico, che l'armata nemica sarebbe uscita fra pochi giorni da Napoli, egli partì da Messina con animo di combatterla, confidando all'audacia ed ostinazione de' Siciliani, i quali appena la scoversero, che ad alta voce gridando chiedevano battaglia. Frenogli il Re sino all'alba del giorno seguente, nella qual ora movendosi con la galea sua Capitana in mezzo di tutte le altre, andò con grandissimi gridi contro l'armata nemica. Ruggiero di Loria vedendo, che la temerità de' Siciliani avea mosso quel Re a speranza di vittoria, pose nel mezzo delle sue galee, la Capitana del Re d'Aragona e quella di Napoli, ove erano il Duca di Calabria e 'l Principe di Taranto, ed appressatosi a' nemici ricevè la battaglia. Fu con pari valore e pari ardire lungamente combattuto, ma con arte disuguale; poichè Ruggiero fingendo di fuggire, tirò in luogo le galee nemiche, dove potè con facilità stringerle, onde ruppe l'armata, e rimasero tutte o prese, o poste in fondo, e sol Federico con dodici galee, che lo seguirono, fuggendo si ricovrò a Messina.
Per questa così memorabil rotta seguita con tanta gloria di Ruggiero, rimasero tanto afflitte le cose dei Siciliani, che non fu persona a que' tempi, che non giudicasse, che la Sicilia tra pochi dì avesse da venire in mano del Re Carlo; ma ecco come spesso errano i giudizi umani, perchè Re Giacomo credendo di aver tanto abbassate e consumate le forze del Re suo fratello, che le genti del Re Carlo sotto il governo di Ruggiero di Loria, non avessero da far altro, che fra pochi giorni pigliare la possessione dell'Isola, non volle procedere più oltre, parendogli d'avere soddisfatto al Mondo, al Papa e al Re Carlo, avendo in due guerre tanto speso e posto in pericolo la persona sua nella prima guerra con l'infermità, ed in questa battaglia con una ferita. E così essendo venuto il Duca di Calabria ed il Principe di Taranto e Ruggiero a visitarlo, dappoichè fu medicata la ferita, disse loro, che avendo piaciuto a Dio con sì notabile vittoria d'adempire le sue promesse, nè restando altro che pigliar la possessione della Sicilia, era ormai tempo ch'egli ritornasse in Ispagna a' suoi Regni, per disponere le cose in modo, che que' Popoli impoveriti per le gravezze sostenute in quella guerra, venissero a ristorarsi con mettere fine a' loro danni, che perciò lasciava loro a godersi il frutto della vittoria. Il Duca ch'era giovane di 23 anni avidissimo di gloria, accettando per vero tutto quello, che il Re diceva, e rendendogli insieme lodi e grazie a nome del Re suo padre, gli augurò prospero e felice viaggio, e così partito il Re, rimase egli allegro, credendosi che resterebbe a lui l'onore di ridurre felicemente l'impresa al desiato fine; ma molto più rimase allegro Ruggiero giudicando, che siccome era stata sua la gloria della vittoria, tale ancor sarebbe l'onore di quello, ch'avea da succedere. Non mancarono però molti, che dissero, che Re Giacomo si partì più tosto per la pietà fraterna, che per giudicare le cose del Re Federico al tutto disperate.
Tra questo mezzo giunto Federico con le dodici galee in Messina, inanimito da que' cittadini a non abbandonar la difesa, e vie più fatto ardito quando a Messina giunse l'avviso, che il Re Giacomo era partito, cercò di raccogliere il maggior numero, che potea di fanti e di cavalli, ed andò a ponersi con tutto il suo sforzo a Castro Giovanni, luogo di natura fortissimo ed opportuno a soccorrere ovunque il bisogno lo chiamasse. Dall'altra parte il Duca di Calabria prese Chiaramonte, e dopo lungo contrasto Catania al fin si rese. La fama dell'acquisto di questa città andò non solo divulgando quello ch'era, ma che le due parti dell'isola aveano alzate le bandiere della Chiesa e del Re Carlo; onde Papa Bonifacio, che l'avea creduto, lusingandosi di potere senza tanto spargimento di sangue Cristiano, quietamente ridurre tutta l'isola all'ubbidienza del Re, vi spedì subito il Cardinal di Santa Sabina per Legato appostolico, il quale dovesse assicurare su la parola sua i Siciliani a rendersi, perchè sarebbero ben trattati; minacciando anatemi ed interdetti, se non ubbidissero; promettendo all'incontro benedizioni ed indulgenze, se si rendessero. Ma Ruggiero di Loria, conoscendo l'animo indomito de' Siciliani, che non si piegavano se non colla forza, persuase al Duca, bisognare a spedir la guerra altro aiuto di quello, che portava il Legato; ed il nemico doversi vincere con armi e non a suono di campanella e di scomuniche[488]. Fu perciò richiesto nuovo ajuto da Napoli, e dal Re Carlo furono mandate dodici altre galee, e molti legni di carico; ed il Principe di Taranto con seicento cavalli, e mille fanti, diede alla Falconara la battaglia, ove restò prigione ed i suoi rotti. Fu dopo la prigionia di questo Principe guerreggiato con maggior audacia da Federico, ed avendo scoverta una congiura tesa contro la sua persona, tosto la ripresse, e punì i colpevoli. Il Duca di Calabria passò ad assediar Messina, ma soccorsa da Federico, il Duca vedendo il campo suo oppresso di fame e di molte infermità, si levò dall'assedio. Allora fu che per mezzo di Violante Duchessa di Calabria, sorella di Federico, si cominciò a trattare di triegua, che fu conchiusa per sei mesi. E 'l Duca tra questo spazio volle andare in Napoli a rivedere il padre, e lasciò la Duchessa Violante con un figliuolo, ch'avea partorito in Catania, per dare a credere ai partigiani suoi, che no 'l faceva per abbandonare l'impresa, ma per tornare con maggior forza.
Fra questi sei mesi Papa Bonifacio pensò in vantaggio di Re Carlo favori ed aiuti nuovi, e l'occasione fu questa, ch'essendo morta a Carlo di Valois fratello del Re di Francia la prima moglie, ch'era figliuola del Re Carlo, il Valois aveva pigliata una figliuola di Filippo, nato dall'ultimo Balduino Imperadore di Costantinopoli, erede di molti luoghi in Grecia, e del titolo e della ragion dell'Imperio, ch'era stato occupato dal Paleologo; e con l'ajuto del Re di Francia e del Papa, voleva andare all'impresa di Costantinopoli. Ed essendo nel viaggio giunto a Fiorenza, che allora per le solite fazioni si trovava in discordia, fu richiesto da que' cittadini, perchè gli componesse; ma egli pose più discordia, che prima vi era, e partissi per Roma, ove Papa Bonifacio gli persuase, che l'impresa di Costantinopoli sarebbe stata più agevole aiutando egli Re Carlo a fornir l'impresa di Sicilia; perchè poi avrebbe potuto avere da costui più pronti aiuti, e più comodi soccorsi, che non già dal Re di Francia, per la brevità del cammino da Puglia in Grecia. Accettò il consiglio il Valois, e venne subito a Napoli con le sue genti, dove, tra le sue galee e navi, con altre che s'armavano quivi, posero molte truppe in ordine, e con felicissimo viaggio egli ed il Duca giunsero in Sicilia, a tempo, ch'era già finita la triegua. Non è dubbio, che vedendosi tanto numero di nemici in quell'isola, ogni uno giudicava le cose di Federico disperate; ma questo Principe con quel vigor d'animo, ch'era suo naturale e con quella prudenza, in che superò ogni altro Re del suo tempo, andò compartendo le sue poche genti a' luoghi di maggior importanza, così aspettando che il tempo diminuisse la forza de' nemici. Ed in effetto il Valois avendo spesi molti giorni senza fare gran frutto, Re Federico venne a certissima speranza di vincere senza combattere.
In quest'anno 1301 che queste cose passavano in Sicilia, accadde in Napoli l'acerba ed immatura morte di Carlo Martello Re d'Ungheria. Erasi questo Principe il precedente anno, coll'occasione del nuovo Giubileo pubblicato da Papa Bonifacio, portato in Roma a visitare la Basilica di S. Pietro, e venne poi a Napoli a visitar suo padre, e forse ancora, vedendo il padre vecchio, a proccurare, che il Regno di Napoli, dopo la sua morte restasse a lui, temendo, che trovandosi egli lontano, i fratelli non l'occupassero: ma il suo destino portò, ch'e' morisse prima, non senza sospetto, secondo narra il Carafa, che Roberto suo fratello per ambizione di regnare dopo la morte del padre, l'avesse fatto avvelenare. Morì non avendo più che 30 anni con dolore universale di tutto il Regno, perchè era un Principe mansueto e splendido; e molti nobili Napoletani, ed altri di questo Regno, che vivevano splendidamente in casa sua, restaron privi di quel sostegno, e della speranza d'esaltarsi, servendo a Signore magnanimo e liberalissimo. Lasciò di Clemenzia sua moglie, che era figliuola di Ridolfo Imperadore, un figliuolo chiamato Caroberto, che gli successe nei Regno d'Ungheria. Fu sepolto nella chiesa maggiore di Napoli, appresso la sepoltura di Carlo I suo avo, ove si vede il sepolcro coll'armi sue e quelle di casa d'Austria, che sono della moglie; donde fu spinto il Conte d'Olivares Vicerè, sotto il Regno di Filippo III di collocare in luogo più eminente su la porta di quella chiesa, ed in più magnifica forma, questi due sepolcri, insieme coll'altro della Regina sua moglie.
Ma ritornando alle cose di Sicilia, il Re Federico persistendo nel suo proposito, non comparve in campagna mai, sol mirando a guardar le terre, perchè vedea, che un sì grande esercito, com'era il nemico, non potea non dissolversi presto, o per mancamento di paghe o di vittovaglie. Pur non mancava con la solita destrezza e con l'ajuto de' Cavalieri siciliani, che lo servirono mirabilmente, di trovarsi dov'era il bisogno, con assalire le scorte, che conducevano vittovaglia. Dopo brevi dì, nel campo incominciarono a sentir penuria, ed infermò gran quantità di soldati; onde il Valois cominciò a dar orecchio a parole di pace, giacchè troppo diminuendo l'esercito suo, non avria potuto far passaggio a Costantinopoli. Alcuni rapportano, che sì trattò la pace dalla Duchessa Violante. Furono adunque eletti così dall'una parte, come dall'altra personaggi con autorità per negoziarla. Il Re Federico, e i Siciliani per la gran povertà di quel Regno e sua, n'avevano maggior desiderio. Così a' 19 agosto di quest'anno 1302 fu conchiusa con gran piacere di tutti e più di Federico, per essere stata per lui molto onorata. Solo la Duchessa Violante, con infinita doglia di suo marito e di suo fratello morì prima, che fossero firmati i Capitoli della pace, che furono i seguenti.
Che il Re Federico in vita sua fosse Re di Sicilia; e poi quella ritornasse liberamente a Re Carlo e suoi eredi.
Che e' s'intitolasse non Re di Sicilia, ma Re di Trinacria.