Fiorirono per tutte queste cagioni nel Regno di Ferdinando insino a Federigo ultimo Re della sua discendenza, presso noi uomini illustri per lettere e per dottrina. Non meno che Roma e le altre città d'Italia si gloriavano in questi tempi d'un Pico della Mirandola, di Marsilio Ficino, Bartolommeo Platina, Raffael Volaterrano, d'Ermolao Barbaro, de' Poliziani, Ursini e di tanti altri[97], che Napoli ancora dei suoi, li quali e per numero e per dottrina non erano a quelli inferiori.

Oltre al Panormita[98] e gli altri già detti, ebbe Gabriele Altilio celebratissimo Poeta e versatissimo nella lingua latina. La Basilicata lo produsse e per la fama del suo nome fu da Alfonso, come si è detto, dato per Maestro al suo figliuolo Ferdinando: fu adoperato, non meno che il Pontano, negli affari di Stato in Roma col Pontefice Innocenzio VIII ed altrove. Il Pontano suo coetaneo ne fece molta stima, dedicandogli il suo libro, De magnificentia, dove lo cumula di grandi lodi; e morto, gli tessè un culto Epitaffio che si legge nel libro primo de' suoi Tumuli. Non men che il Pontano, fu ammiratore della sua Musa il Sannazaro e nel primo libro de' suoi Epigrammi, si legge il Natale dell'Altilio: De Natali Altilii Vatis, e nelle sue Elegie non lascia di commendarlo per i suoi dotti carmi. Molti altri Scrittori insigni di questo famoso Poeta ne fanno illustre ed onorata memoria, che possono vedersi presso Toppi e Nicodemo[99]. Ci restano ancora le sue Poesie latine, l'Epitalamio, alcune Elegie ed Epigrammi, che furon raccolte dal Ruscelli, da Giovanni Matteo Toscano e da altri.

Fiorì ne' medesimi tempi Antonio Campano nato in Cavelli, Terra presso Capua, da vili parenti. I suoi talenti gli fecero trovar sommo favore presso il Pontefice Pio II, da cui fu creato Vescovo di Teramo nell'Apruzzo. Fu celebre Oratore, Istorico e Poeta, ed ancorchè niente fosse istrutto di lettere greche, fu delle latine intendentissimo. Ci lasciò molte opere: La Storia d'Urbino: La Vita di Braccio: L'Epistole Latine, e moltissime altre, di cui Nicodemo[100] tessè un ben lungo catalogo. Alcune di queste sue opere dedicò ad Alfonso Duca di Calabria, da cui fu tenuto in somma stima. Fu molto celebrato da' suoi coetanei e da altri Scrittori de' tempi seguenti, di che è da vedersi Nicodemo. Morì, secondo il Volaterrano[101], non avendo più che quaranta anni, in Teramo in questo secolo 15 intorno l'anno 1477. Il Possevino ed il Toppi rapportano il suo Epitaffio, che sono da vedersi.

Non men celebre fu il suo coetaneo Angelo Catone famoso Filosofo e Medico del Re Ferdinando I. Questi nacque in Supino nel Contado di Molise: per la sua dottrina fu da' Napoletani ricevuto nella lor città con molta stima, e tenuto in gran pregio; ed il Re Ferdinando, oltre averlo fatto suo Medico, nel 1465 lo invitò ad insegnare nell'Università degli Studj di Napoli Filosofia ed Astrologia, ove lesse molti anni. Emendò il libro delle Pandette di medicina, che Matteo Silvatico di Salerno avea composto e dedicato al Re Roberto: egli l'accrebbe, e nel 1473 lo fece imprimere da quel Tedesco, che poco prima avea in Napoli introdotta la stampa, e fu un de' primi libri che si stampassero in questa città[102]. Lo dedicò al Re Ferdinando, dove gl'indrizza una Orazione, celebrando l'amenità e bellezza del Regno, e ciò, che più di raro si trova in quello. Furonvi due altri Angeli Catoni, uno di Benevento molto caro al Re Carlo VIII di Francia, da cui per la sua dottrina fu creato Arcivescovo di Vienna: l'altro di Taranto, Medico ed Elemosiniere di Lodovico XI Re di Francia, a persuasione di cui scrisse i Commentarj delle cose di Francia, per quel che ne scrive Filippo di Comines Monsignor d'Argentone.

Ebbe il famoso Pontano Poeta anch'egli illustre, Istorico, Oratore e Filosofo eminente, come dimostrano le sue opere, a tutti non men note, che celebrate. Nacque egli nell'Umbria in Cerreto, ovvero, secondo che altri scrissero, in Spelle, donde, essendo stato ucciso suo padre, venne in Napoli giovanetto: e da Antonio Panormita, conoscendolo di vivace ingegno, fu caramente accolto e posto nella Corte del Re Ferdinando: diede gran saggio de' suoi talenti, onde il Panormita fece, che il Re lo deputasse per Maestro e Segretario del Duca di Calabria suo figliuolo. Crebbe tanto nella grazia di Ferdinando, che morto Panormita sottentrò nel suo luogo per secondo Segretario del Re. Fu poi fatto cittadino napoletano, e da Ferdinando creato Presidente della Regia Camera, e poi anche Luogotenente del G. Camerario[103]. Fu adoperato nei più gravi e rilevanti affari dello Stato, e per sua opera fu conclusa, come si è detto, la pace col Pontefice Innocenzio. Narra Camillo Porzio[104], ch'avendo il Pontano per sua industria e diligenza recata a fine quella pace, era entrato in speranza, caduto Antonello Petrucci, di succedere egli nel suo luogo ed autorità, fidando ne' buoni ufficj del Duca di Calabria che gli avrebbe fatti col padre; ma il Duca, ch'era poco amico delle lettere, e de' beneficj ricevuti sconoscente, non lo favorì appresso il padre, come dovea ed avrebbe potuto; da che provocato l'ambizioso vecchio, compose il Dialogo della Ingratitudine, dove introducendo un Asino delicatamente dal Padrone nudrito, fa ch'egli in ricompensa lo percuota co' calci. Non è però che Alfonso, morto il Re Ferdinando, non l'avesse tenuto in somma stima, e non gli avesse renduti i più grandi onori: poichè nel suo magnifico palagio, che egli edificò presso il castello Capuano (che, come si è detto, per la sua abitazione e per quella della Duchessa sua moglie finora ritiene quel luogo dov'era fabricato, il nome di Duchesca) tra gli altri arredi nobili e preziosi, ed una famosa Biblioteca, vi fece ergere una statua di rame del Pontano[105], che non senz'encomi era dal Re Alfonso mostrata a coloro, che venivano a vedere le ricchezze di quell'edificio.

Per essere stato sì grandemente esaltato da questi due Re, fu non poco biasimato, quando entrato Carlo VIII in Napoli, volendo prima di tornarsene ricevere solennemente nella chiesa Cattedrale, secondo il costume de' Re di Napoli, l'insegna reale egli onori, ed i giuramenti consueti prestarsi a' nuovi Re; orando in questa celebrità in nome del popolo il Pontano parve che o per servare le parti proprie degli Oratori, o per farsi più grato a' Franzesi, si distendesse troppo nella vituperazione di que' Re, da' quali era sì grandemente stato esaltato. Tanto ch'ebbe di lui a dire il Guicciardini[106], che qualche volta è difficile osservare in se stesso quella moderazione e que' precetti, coi quali egli ripieno di tanta erudizione, scrivendo delle virtù morali, e facendosi per l'universalità dell'ingegno suo in ogni spezie di dottrina maraviglioso a ciascuno, avea ammaestrati tutti gli uomini.

Quanto fossero insigni e celebrate l'opere che ci lasciò questo Scrittore, così in prosa, come in verso, ben è a tutti palese; e quanti laudatori avessero così de' nostri, come de' forastieri, ben ciascuno potrà vederlo presso il Vossio[107], e fra' nostri presso Nicodemo[108], che di questo Autore e delle sue opere tratta ben a lungo.

Gli fu falsamente imputato, che nella Biblioteca di Monte Cassino, la quale siccome da noi fu narrato ne' precedenti libri di quest'istoria, fu dall'Abate Desiderio arricchita di molti antichi volumi, avesse trovate alcune opere di Cicerone e datele fuori per sue; ma di ciò è da vedersi il Vossio e lo Schootkio.

Al Pontano deve Napoli la gloria, che acquistò per l'Accademia cotanto celebre da lui quivi eretta, dove a gara vollero ascriversi molti Nobili de' nostri Seggi ed i maggiori Letterati di que' tempi.

Del Seggio di Nido furono Trojano Cavaniglia Conte di Troja e di Montella: Ferdinando d'Avalos Marchese di Pescara: Belisario Acquaviva Duca di Nardò: Andrea Matteo Acquaviva Duca d'Atri; e Giovanni di Sangro.