Chiuda in fine la schiera il cotanto presso di noi celebre e rinomato Matteo degli Afflitti, quel perpetuo splendore del nostro S. C. il quale, secondo il giudicio che ne diede l'incomparabile Francesco d'Andrea[167], fu omnium nostrorum quotquot ante, et post ipsum scripserunt, proculdubio doctissimus. Nacque egli in Napoli intorno l'anno 1443, ma i suoi maggiori furono della città di Scala, com'egli stesso ci testifica[168]. Ebbe ancor egli la vanità di tirar la sua schiatta dai Patrizj romani, e da S. Eustachio Martire (non meno di ciò, che si diceva di Sebastiano Napodano e del Sannazaro; il primo che traesse sua origine da S. Sebastiano; il secondo da S. Nazario): perciò nell'invocazione de' Santi, che premette nelle sue opere, fra gli altri invoca S. Eustachio suo gentile. Non si ritenne perciò egli di scrivere ne' Commentarj alle Costituzioni del Regno, essere stati i suoi maggiori Romani, i quali vennero, nella decadenza dell'Imperio, ad abitare nella città di Scala, donde poi si trasferirono in Napoli, ove furono nel Seggio di Nido aggregati. Che che ne sia, si diede egli nella giovanezza allo studio delle leggi, dove riuscì eccellente, e nell'anno 1468 prese in Napoli il grado di Dottore[169]. Si diede poi all'avvocazione, e divenne nel Foro famoso Avvocato: da' Tribunali passò alla Cattedra e nell'Università de' nostri studi spiegò non solo il Jus civile e canonico, ma anche il feudale e le nostre Costituzioni, nel che riuscì ammirabile ed oscurò la fama di quanti lo precedettero. Egli consumò venti anni in questa lettura con applauso universale ed ammirazione di tutti. Ne' primi anni sotto il Re Ferdinando spiegò in quest'Università tutti i libri feudali co' Commentarj di Andrea d'Isernia, secondo l'ordine di que' titoli: fatica veramente grande e nuova, che nè prima, nè dopo lui, alcun si confidò di farla, e la ridusse felicemente a fine[170]. Incominciò egli a scrivere questi suoi Commentarj de' Feudi nel 1475 nel trentesimosecondo anno di sua età, e li terminò nel 1480, come egli stesso ne rende testimonianza[171]. Ciò che convince l'error di coloro, i quali ingannati da Bartolommeo Camerario[172], che credette avere Afflitto stesi questi Commentarj essendo già vecchio, e perciò non aver ben capita la mente d'Andrea d'Isernia, scrissero inconsideratamente il medesimo[173], mostrando con ciò non aver ben letti questi suoi Commentarj, i quali potevano disingannargli di quest'errore, e fargli apprendere, l'opera essere stata dettata nel suo maggior vigore, e di essere la più sublime e dotta di quanti mai intorno a' Feudi scrivessero.

Interpretò ancora nella nostra Università le leggi del Codice ed i libri delle Istituzioni, e negli ultimi, anni vi spiegò le Costituzioni del Regno con indefessa ed instancabile lena.

La fama del suo sapere, l'esser nelle leggi sublime cotanto, e, secondo comportava quel secolo, la perizia che mostrava avere della Sagra Scrittura, delle opere di S. Tommaso e di Niccolò di Lira, lo resero assai rinomato. I Nobili di Nido lo aggregarono al lor Seggio: il Re Ferdinando I ed il Duca di Calabria suo figliuolo cominciarono ad innalzarlo a pubblici Ufficj; prima lo elessero Avvocato de' Poveri, ma egli non volle accettarlo, come egli stesso lo scrisse[174]: poi il Re Ferdinando nel 1489 lo fece Giudice della G. C. della Vicaria: indi dall'istesso Re fu nel 1491 creato Presidente della regia Camera. La morte del Re Ferdinando, siccome pose in disordine tutto il Regno, così non solo troncò le ali alla sua fortuna, ma con varie vicende fu dall'avversa afflitto. Non trovò il suo merito ne' Principi successori quella mercede, che si conveniva: fu trasferito ora in uno, ora in un altro Tribunale, e sotto il Re Cattolico la fortuna gli fu pur troppo avversa. Dal Re Ferdinando II nel 1496 fu fatto Consigliere, e vi stette sin all'anno 1502, nel qual anno fu di nuovo trasferito in Camera. Carlo VIII lo levò, ma poi fu rimesso[175]. Fece da poi nel 1503 ritorno in Consiglio, ove sedette insino all'anno 1507. Ma il livore de' suoi Emoli potè poi tanto presso Ferdinando il Cattolico, che datogli a sentire, che la sua decrepita età sovente lo portava a delirare, fecion sì, che quel Re lo levasse dal Consiglio, e si ridusse a menar vita privata, di che egli nelle sue opere cotanto si duole, e si querela. Ma in questa sua vacazione non intermise i suoi studi, ed ancorchè vecchio perfezionò in questa età in pochi anni i suoi Commentarj sopra le Costituzioni, che avendoli cominciati nel 1510 li ridusse a fine nel 1513 nel settuagesimo anno di sua età[176].

Fu da poi nel 1512 di nuovo fatto Giudice di Vicaria, ma per un sol anno, onde quello terminato, tornò a' suoi studi, ed a finire i suoi giorni in riposo, ed in privata quiete. Quindi è, che nel suo testamento, che e' fece poco prima di morire a' 27 settembre del 1523 non si legge decorato d'altro titolo, che di semplice Dottore. E quindi ancora è avvenuto, che morto in questo anno 1523, avendo ordinato in questo suo testamento, che il suo cadavere si seppelisse nella Chiesa di Monte Vergine, Diana Carmignano sua seconda moglie, donna molto savia, e d'incorrotti costumi, per togliere quella taccia, che da' suoi emoli era stata data a suo marito d'alienazione di mente, nella iscrizione, che fece ponere quivi al suo tumulo, vi facesse scolpire queste parole: Ad extremam senectutem integra, et animi, et corporis valetudine pervenit

Lasciò della sua prima moglie Ursina Caraffa, Marino suo figliuolo, che fattosi Sacerdote, fu Canonico del Duomo di Napoli; e di Diana Carmignano più figliuoli, che istituì eredi, tre de' quali, come e' dice, generò dopo aver passati i sessanta anni[177]. Sottopose la sua casa, che possedeva nel quartiere di Nido, ed un podere nella Villa di Centore presso Aversa, ad un perpetuo fedecommesso, al quale, mancando tutta la sua discendenza maschile, chiamò il Collegio de Dottori dell'una e l'altra legge di Napoli (del quale egli era) con peso al Priore di quello, di dovere della sua casa formare un Collegio, dove dai frutti di quel podere dovessero alimentarsi ed allevarsi diece Studenti, la cui elezione si dà al Priore; e nel caso venisse a distruggersi il Collegio, invitò in luogo di quello cinque Nobili del Seggio di Nido, dei quali il più giovane dovesse avere l'istesso peso, che avea imposto al Priore, di mantenere il collegio, ed i diece Studenti, affinchè niente loro mancasse per attendere agli studi: ne raccomanda efficacemente l'osservanza, quia scit, come sono le parole del suo testamento, quantum viri scientifici sint utiles Reipublicae, et toti saeculo.

Tali erano le disposizioni degli uomini saggi e prudenti di questi tempi, mancata la loro posterità, non invitare monasteri e chiese al godimento de' loro patrimonj, ma sovvenir poveri, e provvedere a' bisogni delle lettere, e proccurare, che nelle Repubbliche quelle s'avanzassero, e si dasse a' bisognosi modo d'apprenderle. Durano ancora oggi i suoi posteri, i quali devono a questo insigne Dottore non solo il pregio, ch'essi godono degli onori di Nido, ma molto più, perchè possono pregiarsi d'avere un sì glorioso progenitore per Autore della loro Casa.

Durano ancora via più luminose le insigni opere, che ci lasciò. De' suoi Commentarj sopra i Feudi (ancor che altrimenti ne sentissero i suoi emoli Sigismondo Loffredo[178] e Camerario[179]) ecco ciò che ne lasciò scritto l'incomparabile Francesco d'Andrea[180]: inter omnes, qui post Afflictum integra Commentaria in fenda edidere, pauci sunt, qui cum illo possint comparari; qui praeferri, certe nullus. Non potè in vita aver il piacere di vedere in stampa tutti i suoi volumi, che compose; toltone le Decisioni ed i Commentarj sopra le Costituzioni, tutti gli altri furon impressi dopo la sua morte. Avea in vita disposto con Niccolò Agnello Imparato Stampatore in Napoli, e s'era con costui convenuto per la stampa, e nel suo testamento avea designato soddisfar le doti e monacaggi d'alcune sue figliuole, col denaro che dovea ritrarsi da questi libri da imprimersi: ma la morte ruppe i suoi disegni. Questi Commentarj sopra i Feudi furono da poi stampati in Vinegia del 1543 e 1547 e poi in altri tempi e luoghi più volte.

Egli fu il primo che pensasse di raccorre le decisioni, che nel corso di più anni erano nate nel nostro S. C. e le distendesse in quella maniera, che ora si leggono, nelle quali rapportò non pur le diffinizioni di questo Tribunale e della regia Camera profferite in tempo, che e vi sedette, ma ancora quelle, che e' stimò degne di memoria, e che s'interposero poco prima, fin dal tempo, che il S. C. dal Re Alfonso fosse stato istituito. Opera non pur fra' nostri, ma anche presso i Forestieri celebratissima, dal cui esempio presero l'altre Nazioni a distender le decisioni de' loro Tribunali, onde surse la nuova schiera de' Decisionanti.

Furono queste impresse in Napoli la prima volta nel 1509 vivente l'Autore, e furono dedicate alla città di Napoli sua patria[181]. Egli stesso nel suo testamento lo dice: poichè volle, che della legittima lasciata a D. Marino suo figlio s'escomputassero ducati venticinque, prezzo di ventisette corpi di decisioni, che costui s'avea presi. Quanto fossero commendate dai nostri Professori, ben si vede dalle fatiche che vi fecero intorno Tommaso Grammatico, Giovannangelo Pisanello, Marc'Antonio Polverino, Prospero Caravita, Cesare Ursillo e Girolamo de Martino, i quali l'illustrarono colle loro note ed addizioni, che ora insieme col corpo di quelle si vedono impresse, nel che Ursillo sopra tutti fu eminente. Non tralasciarono però i suoi emoli Loffredo e Camerario di screditarle e vilipenderle, scrivendo nelle loro opere non doversegli dare tanta fede, ex quo, come dice Loffredo[182], aliter judicatum fuit, quam Afflictus dicit: e Camerario[183], nemo a Sacri Consilii auctoritate commoveatur ex iis Afflicti decisionibus, cum sint Afflicti verba, qui cum homo fuerit potuit errare. Ma il livore di costoro niente oscurò la lor fama; poichè nelle età seguenti corsero per tutta Europa luminose e commendate non men da' nostri, che da' più eccellenti Giureconsulti di straniere Nazioni; e Tesauro[184] l'antepone a quante mai decisioni uscissero da tutti gli altri Tribunali del Mondo.

Ci lasciò ancora i suoi Commentarj sopra le Costituzioni del Regno: opera, per la condizione di quei tempi, assai dotta e copiosa, la quale fu avuta in sommo pregio non men da' nostri, che dagli esteri. Giacomo Spiegelio[185] grandemente lodolla, e narra, che Cassaneo ne' suoi Commentarj alle Consuetudini di Francia, trasportò molte cose da quelli d'Afflitto; onde da molti è ripreso, che con somma ingratitudine non si degnasse nè pure nominarlo. Questi anche furono impressi in vita dell'Autore nel 1517, e reimpressi poi in Milano nel 1523 ed altrove.