CAPITOLO IV. Origine delle discordie nate tra Spagnuoli e Franzesi, e come finalmente cacciati i Franzesi, tutto il Regno cadesse sotto la dominazione di Ferdinando il Cattolico.
Non così subito, in vigor della convenzione pattuita, si vide diviso il Regno tra questi due potentissimi Re e due emule Nazioni, che in questo stesso anno 1501 sursero infra di loro gravi discordie intorno al prefiggere i termini della accordata divisione. L'origine di queste contese nacque, perchè nella divisione non furono espressi bene i confini, ed i termini delle province; in quella non si espresse, se non generalmente, che al Re di Francia fosse aggiudicata Terra di Lavoro ed Apruzzi, ed al Re di Spagna la Puglia e la Calabria. Vi erano alcune Province come Capitanata, Contado di Molise, e Val di Benevento, Principato e Basilicata, le quali chi pretendeva che dovessero comprendersi nella sua metà, e chi nell'altra parte a se appartenente.
S'accrebbero le discordie in questo stesso anno 1501 per l'esazione della dogana del passaggio delle pecore in Puglia, nella provincia di Capitanata[227]. I Capitani franzesi pretendevano, che questa Provincia dovesse appartenere ali Apruzzi, fondando questa lor pretensione in una ragione, secondo che la rapporta il Guicciardino, affatto vana, cioè di non doversi stare alla moderna divisione fatta da Alfonso, di cui a bastanza si è discorso ne' precedenti libri, ma doversi nel dividere aver rispetto all'antica. Allegavano, che Capitanata essendo contigua all'Apruzzi, e divisa dal resto della Puglia dal fiume dell'Osanto, già detto Aufido, dovea a loro aggiudicarsi: o che non si comprendesse sotto alcuna delle quattro Province nominate nella divisione, o che più tosto fosse parte dell'Apruzzi, che della Puglia. La premura, che ne mostravano era grandissima, poichè non gli moveva tanto quello, che in se importasse il paese, quanto perchè non possedendo Capitanata, essendo privato l'Apruzzi e Terra di Lavoro de' frumenti, che nascono in Capitanata, potevano ne' tempi sterili esserne facilmente quelle province ridotte in grandissima estremità, qualunque volta dagli Spagnuoli fosse proibito loro il trarne dalla Puglia e dalla Sicilia. Il Guicciardino rapporta ancora, che per altra cagione loro premeva aver quel paese, perchè non possedendolo, non apparteneva a loro parte alcuna dell'entrate della dogana delle pecore, membro importante dell'entrate del Regno. Ma se è vera la carta rapportata da Federico Lionard e dal Tutino di questa divisione, com'è verissima, si vede che questa cagione non potè allora muovergli; poichè in quella fu espressamente convenuto, che queste rendite dovessero per metà fra di loro dividersi; e l'istesso Guicciardino confessa, che in questo primo anno per togliere l'altercazioni, erano stati contenti di partire in parte uguale l'entrate della Dogana, la quale divisione, com'egli crede, fu in vigor di questa concordia, non già della prima convenzione; tanto che nel seguente anno, non contenti della medesima divisione, ne avea ciascuno occupato il più che avea potuto.
Ma in contrario, per parte de' Capitani Spagnuoli, forse con maggior ragione, s'allegava non poter Capitanata appartenere a' Franzesi, perchè l'Apruzzi terminando ne' luoghi alti, non si stende nelle pianure, e perchè nelle differenze de' nomi e confini delle province, s'attende sempre all'uso recente; s'aggiungeva che sebbene Capitanata fosse contigua alli Apruzzi, e divisa dal resto della Puglia dal fiume Ofanto, nulladimanco la Puglia essere stata sempre divisa in tre parti, cioè in Terra d'Otranto, Terra di Bari e Capitanata; onde dovea riputarsi questa compresa sotto la Puglia, una delle quattro province nominate nella convenzione.
S'aggiunsero da poi nuove contenzioni, nutrite insino allora più per volontà de' Capitani che per consentimento de' Re; poichè gli Spagnuoli pretendevano che il Principato e Basilicata si comprendesse nella Calabria; e che il Val di Benevento che tenevano i Franzesi, fosse parte di Puglia: e però mandarono Ufficiali a tenere la giustizia nella Tripalda, vicina a due miglia ad Avellino, dove dimoravano gli Uffiziali de' Franzesi.
Queste dissensioni essendo moleste a' principali Baroni del Regno, per mezzo delle loro interposizioni proccurarono che si componessero da Consalvo, e dal Duca di Nemors Vicerè del Re di Francia; ed essendo venuti per opera loro il Duca a Melfi e Consalvo ad Atella, Terra del Principe di Melfi, dopo le pratiche di qualche mese, nelle quali anche i due Capitani parlarono insieme; non trovandosi tra loro forma di concordia, convennero aspettare la determinazione de' loro Re, e che in questo mezzo non s'innovasse cosa alcuna. Ma il Vicerè franzese insuperbito, perchè era molto superiore di forze, avendo pochi dì da poi fatta altra dichiarazione, protestò la guerra a Consalvo, in caso non rilasciasse subito Capitanata: e da poi immediatamente fece correre le genti sue alla Tripalda, dalla quale incursione che fu fatta il decimo nono dì del mese di giugno di quest'anno 1501 ebbe principio la guerra, la quale continuamente proseguendo, i Franzesi cominciarono senza rispetto ad occupar per forza in Capitanata ed altrove le Terre che si tenevano per gli Spagnuoli: le quali cose non solamente non furono emendate dal loro Re; ma avendo già notizia che il Re di Spagna era determinato a non gli cedere Capitanata, voltato con tutto l'animo alla guerra, mandò loro in soccorso per mare duemila Svizzeri, e fece condurre agli stipendi suoi i Principi di Salerno e di Bisignano, ed alcuni altri de' principali Baroni. Venne, oltra questo, il Re a Lione per potere di luogo più propinquo fare le provvisioni necessarie all'acquisto di tutto il Reame, al quale, non contento de' luoghi della differenza, già manifestamente aspirava, con intenzione di passare, se bisognasse, in Italia.
Portatosi con effetto Re Luigi a Milano, rivolse tutti i suoi pensieri alle cose di Napoli, le quali pareva che insino allora succedessero prosperamente, e si sperava per l'avvenire maggiore prosperità, perchè il Vicerè Duca di Nemors, che avea già, toltone Manfredonia e S. Angelo, occupata tutta Capitanata, coi nuovi soccorsi avuti dal Re, avea occupate molte terre di Puglia e di Calabria; ed eccetto Barletta, Andria, Gallipoli, Taranto, Cosenza, Gerace, Seminara e poche altre città vicine al mare, tutto era passato sotto le bandiere de' Franzesi: tanto che il Gran Capitano, trovandosi molto inferiore di gente, si ridusse coll'esercito in Barletta senza danari, e con poca vettovaglia.
Queste prosperità, mentre che il Re era in Italia, non solo lo fecero negligente a continuare le debite provisioni, nelle quali continuando sollecitamente avrebbe facilmente cacciati i nemici da tutto il Regno, ma come se l'impresa fosse finita lo fecero deliberare di tornarsene in Francia: onde le cose de' Franzesi dopo la sua partita d'Italia, non procederono più così prosperamente; poichè essendo passato da Messina in Calabria D. Ugo di Cardona con 800 fanti spagnuoli; e poco da poi arrivate di Spagna a Messina nuove truppe guidate da Emmanuele di Benavida, col qual passò allora in Italia Antonio di Leva, che salito poi di privato soldato per tutti i gradi militari al Capitanato Generale, acquistò in Italia molte vittorie; cominciarono gli Spagnuoli a prender vigore, e venutosi a vari fatti d'armi, ne' quali gli Spagnuoli rimasero superiori, sempre più andavan riprendendo animo, ed all'incontro s'andava diminuendo l'ardire de' Franzesi.
Ma assai più si videro costernati e pieni di rossore, quando per alcune parole ingiuriose vicendevolmente dette da' Franzesi contro agl'Italiani, e da questi contra quegli, s'accesero gli animi in guisa, che ciascuno di loro per sostenere l'onore della propria Nazione, si convennero, che in campo sicuro, a battaglia finita, combattessero insieme tredici uomini d'arme franzesi e tredici uomini d'arme italiani. Fu eletto per luogo del combattimento una campagna tra Barletta, Andria e Quarato. Ciascuno de' Capitani confortava i suoi; ma come fu dato il segno, combattendo ciascuno con grandissima animosità ed impeto, finalmente i Franzesi furon vinti, e chi da uno e chi da un altro degli Italiani furono fatti tutti prigioni; questo abbattimento de' Franzesi cotanto ben descritto dal Guicciardino[228] e dal Giovio[229], siccome riempì di coraggio gli Italiani, che militavano sotto il G. Capitano, così è incredibile quanto animo togliesse all'esercito franzese e quanto n'accrescesse all'esercito spagnuolo, facendo presagio da questa isperienza di pochi del fine universale di tutta la guerra.
Il Re di Francia Luigi vedendo per questi progressi degli Spagnuoli, che non vi era speranza di liberarsi da questa guerra, se non tentando con varie pratiche l'animo del Re di Spagna, di ridurlo ad una pace, non cessava di proccurarla; e mentre che tra l'uno e l'altro Re erano questi trattati, s'offerse assai opportuna congiuntura di ridurle ad effetto.