Deliberò dunque di mandare grandissimo esercito, e potentissima armata marittima nel Regno di Napoli; e perchè in questo mezzo non si perdesse Gaeta e le castella di Napoli, mandarvi con prestezza per mare soccorso di nuove genti e di tutte le cose necessarie; e per impedire che di Spagna non v'andasse soccorso (il che era stato cagione di tutti i disordini) assaltare con duo eserciti per terra il Regno di Spagna, mandandone uno nel Contado di Rossiglione, l'altro verso Fonterabia e gli altri luoghi circostanti; e con un'armata marittima molestare nel tempo medesimo la costiera di Catalogna e di Valenza.

Mentre che il Re Luigi con grandissima sollecitudine preparava queste spedizioni, il Gran Capitano non tralasciava proseguire l'espugnazione delle Castella di Napoli, e riuscendogli con prospera fortuna ogni impresa, finalmente fu tutto rivolto all'espugnazione di Gaeta, ed a discacciare interamente i Franzesi dagli altri luoghi del Regno.

Ma quello che fece a' Franzesi uscir totalmente di speranza di ristabilirsi, fu la morte accaduta in questi tempi del Pontefice Alessandro, al quale sebbene fosse succeduto Pio III, questi non avendo tenuto più quella Sede che 20 giorni, fu rifatto in suo luogo Giulio II, il quale, contro l'espettazione di tutti, riuscì il più fiero nemico che avessero avuto mai i Franzesi, onde le imprese cominciate con tanta speranza dal Re di Francia, erano ridotte in molta difficoltà: tanto che Re Luigi mal volentieri inchinava alla guerra di là de' monti, e datasegli apertura di pace facilmente vi diede orecchio.

Colui, che vi s'interpose, fu il nostro discacciato Re Federico, il quale trovandosi in Francia appresso quel Re, lusingato dalle finte promesse del Re di Spagna, che gli dava intenzione di consentire alla restituzione sua nel Regno di Napoli, e sperando che avesse parimente a consentirvi il Re di Francia, appresso al quale, indotta a compassione, si affaticava molto per lui la Regina di Francia, avea introdotto tra loro pratiche di pace, per le quali, mentre che ardeva la guerra in Italia, andarono in Francia Ambasciadori del Re di Spagna, governandosi con tanto artificio che Federico si persuadeva che la difficoltà della sua restituzione (contraddetta estremamente da' Baroni della parte Angioina) consistesse principalmente nel Re di Francia. Ma mentre con questi artifici si trattava di pace, il Gran Capitano non tralasciava vieppiù che mai di molestare i Franzesi; ed essendogli riuscito dargli una memorabil rotta appresso il Garigliano, cotanto ben descritta dal Giovio e dal Guicciardino, oltre d'essergli stata dai Franzesi consegnata Gaeta e la Fortezza; il primo giorno del nuovo anno 1504 se n'uscirono finalmente dal Regno, il quale in quest'anno cadde interamente sotto la dominazione di Ferdinando, e sotto il governo ed amministrazione del Gran Capitano suo Plenipotenziario.

Non si rallentavano in questo tempo medesimo i trattati di pace tra il Re di Francia ed i Re di Spagna, i quali simulatamente proponevano che il Regno si restituisse al Re Federico o al Duca di Calabria suo figliuolo, a' quali il Re di Francia cedesse le sue ragioni; e che al Duca si maritasse la Regina vedova nipote di quel Re, ch'era già stata moglie di Ferdinando il giovane d'Aragona. Nè era dubbio, il Re di Francia essere alienato tanto con l'animo dalle cose del Regno di Napoli che per se avrebbe accettata qualunque forma di pace; ma nel partito proposto lo ritenevano due difficoltà: l'una, benchè più leggiera, che si vergognava abbandonare i Baroni che per avere seguitata la parte sua erano privati de' loro Stati, ai quali erano proposte condizioni dure e difficili; l'altra che più lo movea, che dubitando, che se i Re di Spagna, avendo altrimenti nell'animo, proponessero a qualche fine con le solite arti questa restituzione, temeva che consentendovi, la cosa non avesse effetto, e nondimeno alienarsi l'animo dell'Arciduca, il quale desiderando di avere il Regno di Napoli per lo figliuolo, faceva istanza che la pace fatta altre volte da se andasse innanzi; però rispondeva generalmente, desiderarsi da se la pace, ma essergli disonorevole cedere le ragioni che avea in quel Regno ad un Aragonese; e dall'altra parte continuava le pratiche antiche col Re de' Romani e con l'Arciduca: le quali, come fu quasi certo dovere avere effetto, per non l'interrompere con la pratica incerta de' Re di Spagna, licenziò gli Ambasciadori Spagnuoli, ed a Blois nel mese di settembre del 1504 si conchiuse la pace con Massimiliano e l'Arciduca, con istabilirsi prima di ogni altro, che il matrimonio prima trattato di Claudia sua figliuola con Carlo Duca di Lucemburgo primogenito dell'Arciduca, avesse effetto; ed intorno al Regno di Napoli fu convenuto, che niuno delli contraenti potesse trattare co' Re di Spagna, e col Re Federico d'Aragona sopra questo Regno senza volontà e sapere di tutti, dandosi tre mesi di tempo ai suddetti Re di Spagna se volessero entrare in questa pace ed essere in quella compresi; purchè però rimettessero il Regno, per quanto si apparteneva ad essi, a Carlo Duca di Lucemburgo; e per quanto si apparteneva al Re di Francia, a Claudia sua figliuola; ma dovesse amministrarsi dal Re di Castiglia insino che sarà consumato il matrimonio tra detto Duca e Claudia[230].

In questo stato di cose morì a' 9 di settembre di quest'anno 1504 nella città di Tours il Re Federico, privato di speranza d'avere più per accordo a ricuperare il Regno di Napoli, benchè prima ingannato (com'è cosa naturale degli uomini) dal desiderio, si fosse persuaso, essere più inclinati a questo i Re di Spagna, che il Re di Francia, non considerando, come assai a proposito ponderò il Guicciardino[231], essere vano sperare nel secolo nostro sì magnanima restituzione di un tanto Regno, essendone stati esempj sì rari, eziandio ne' tempi antichi, disposti molto più che i tempi presenti, agli atti virtuosi e generosi: nè pensando essere alieno da ogni verisimile che chi avea usato tante insidie per occupare la metà, volesse ora che l'avea conseguito tutto, per liberalità privarsene; ma nel maneggio delle cose s'era finalmente accorto, non essere minore difficoltà nell'uno che nell'altro: anzi doversi più disperare, che chi possedeva restituisse, che chi non possedeva consentisse.

Questo fu l'ultimo Re discendente da Alfonso I ultimo ancora degli Aragonesi di Napoli, e con lui il nostro Regno perdè il pregio d'avere Re propri e nazionali; perdè ancora la città di Napoli essere sede regia, e quel pregio, col quale tanti Re suoi predecessori, per averla eletta per loro residenza, l'avean illustrata ed ornata di tanti splendori, quanto seco ne porta una Corte regale. Morì nell'età di cinquanta due anni, avendone regnato meno di cinque. Principe cotanto saggio e di molte lettere adorno, che a lui, non men che a Ferdinando suo padre deve Napoli il ristoramento delle discipline e delle buone lettere. Ci restano ancora di lui alcune savie e prudenti leggi che nel volume delle nostre prammatiche si leggono.

Non meno infelice fu la sua progenie: egli ancorchè di se e della Regina Isabella sua legittima moglie lasciasse cinque figliuoli, tre maschi e due femmine, ebbero tutti infelicissimo fine. Il Duca di Calabria, Ferdinando suo figliuol primogenito, fu mandato prigione in Ispagna, dove finchè visse Ferdinando il Cattolico, fu tenuto assai ristretto, e ben guardato. Gli fu data da Ferdinando per moglie Mencia di Mendozza sterile, perchè non ne nascesse prole. Innalzato al trono l'Imperador Carlo V, per aver Ferdinando ricusato d'esser Capitano della sedizione seguita in Ispagna l'anno 1522, lo richiamò nella sua Corte, ove lo tenne con grande amore: e gli diede non molto da poi, essendo morta Mencia, per moglie Germana di Fois figliuola d'una sorella del Re Lodovico di Francia, quella che nel 1505 fu maritata col Re Cattolico. Era costei molto ricca, ma sterile; onde per questo si pensò congiungerla con Ferdinando, acciò che in lui, ultima progenie de' discendenti d'Alfonso, il vecchio Re d'Aragona, s'estinguesse quella famiglia, siccome nel 1550, nel qual anno morì Ferdinando, affatto s'estinse.

Era egli rimaso l'ultimo, perchè due altri figliuoli d'età minore, erano già prima morti, uno in Francia, l'altro in Italia: imperocchè Isabella stata moglie di Ferdinando, licenziata da quel Re dal Regno di Francia, per aver ricusato di mettere questi due figliuoli in potestà del Re Cattolico, se n'andò a Ferrara, dove l'anno 1533 morì, avendo veduto prima morire questi due suoi figliuoli. Le due figliuole femmine nate di questo matrimonio parimente morirono senza lasciar di se prole alcuna.

Alcuni Scrittori rapportano, che Federico colla prima moglie Anna di Savoja procreasse una figliuola nominata Carlotta d'Aragona Principessa di Taranto; ed i Franzesi scrivono che questa fosse stata maritata in Francia nel 1500 a Guido XVI Conte di Lavalla, essendo poi morta nel 1505. Nacquero da queste nozze Caterina ed Anna di Lavalla: la posterità di Caterina restò estinta per la morte senza prole di Guido XX Conte di Lavalla, morto nel 1605. Anna di Lavalla fu maritata nel 1521 a Francesco della Tremoglia, da' quali nacque Luigi Duca della Tremoglia; onde essendo estinta la famiglia de' Lavalli in Francia, e nelle di lui ragioni succeduta la Casa de' Duchi della Tremoglia, discendenti da Luigi nipote di Carlotta; si pretende ancora oggi che le ragioni di Carlotta sopra il Reame di Napoli si fossero trasferite a' Duchi della Tremoglia; e ne' tempi di Filippo IV per le note revoluzioni accadute nel regno, avendo il Re di Francia Luigi XIV, per non perder quell'occasione, voluto anch'egli entrarvi in parte, per le pretensioni che vi teneva, come discendente di Luigi XII che fece divolgare per più manifesti; si vide ancora uscir fuori nel 1648 una scrittura in nome del Duca della Tremoglia di quel tempo, in lingua franzese, che fu anche tradotta in Italiano, portando in fronte questo titolo: Trattato del jus, e de' diritti ereditarj del Signor Busa della Tremoglia sopra il Regno di Napoli. Parimente nel tempo medesimo se ne fece imprimere un'altra latina in Parigi: De Regni Neapolitani jure pro Tremollio Duce. Pretendeva il Duca per le ragioni di Carlotta appartenere a se il Regno, e ne fece allora tanto rumore, che nell'Assemblea tenuta in detto anno 1648 nella città di Munster per la pace generale, il Duca fece presentar nell'Assemblea la scrittura latina a' Mediatori della pace dall'Abate Bertault in suo nome, ove fece più proteste e pubblici atti per questa pretensione. Il libro tradotto in Italiano, con tutti questi atti e protesti, ebbi io opportunità di leggerli nella Biblioteca de' Brancacci al Seggio di Nido, ove si conserva.