Ciascuno credette, che per desiderio di ripigliare il governo di Castiglia, Ferdinando volgesse subito le prue a Barcellona; ma continuando egli il cammino, giunto nel porto di Gaeta nel dì di San Luca, nel giorno seguente entrò in Napoli, dove fu ricevuto dai Napoletani con grandissima magnificenza ed onore. Concorsero a Napoli prontamente Ambasciadori di tutta Italia, non solo per congratularsi, ed onorare un tanto Principe, ma eziandio per varie pratiche e cagioni, persuadendosi ciascuno, che con l'autorità e grandezza sua avesse a dar forma, e ad essere il contrappeso di molte cose. Ma giunto Ferdinando a Napoli, perchè avea determinato di passar in Ispagna, e di trattenervisi poco tempo, non potè soddisfare all'espettazione grandissima, che s'era avuta di lui.

Era egli stimolato per varie cagioni di ritornar presto in Ispagna, intento tutto a riassumere il governo di Castiglia, perch'essendo inabile Giovanna sua figliuola a tanta amministrazione, non tanto per l'imbecillità del sesso, quanto perchè per umori malinconici, che se le scopersero nella morte del marito, era alienata dall'intelletto, i figliuoli comuni del Re Filippo e di lei erano ancora inabili per l'età, de' quali il primogenito Carlo non avea più che sette anni. Lo movea, oltra questo, l'essere desiderato e chiamato a quel governo da molti per la memoria d'essere stati retti giustamente, e fioriti per la lunga pace quelli Regni sotto lui; ed accrescevano questo desiderio le dissensioni già cominciate tra i Signori grandi, e l'apparire da molte parti segni manifestissimi di future turbazioni; ma non meno era desiderato dalla figliuola Giovanna, la quale, non essendo nell'altre cose in potestà di se medesima, stette sempre costante in desiderare il ritorno del padre, negando contra le suggestioni ed importunità di molti, ostinatamente di non sottoscrivere di mano propria in espedizione alcuna il suo nome, senza la quale soscrizione non avevano, secondo la consuetudine di que' Regni, i negozi occorrenti la sua perfezione.

Per queste cagioni non potè più trattenersi in Napoli, che sette mesi, ne' quali, ancorchè avesse dato in parte qualche riordinamento al Regno con introdurvi nuova politia; la quale dopo la sua partita, dai Vicerè che vi lasciò, e dagli altri Re suoi successori fu perfezionata, e poi ridotta nello stato nel quale oggi ancora dura; nulladimanco, e la brevità del tempo, e perchè difficilmente si può corrispondere a' concetti degli uomini, il più delle volte non considerati con la debita maturità, nè misurati con le debite proporzioni, non soddisfece a quel concetto grandissimo che s'era di lui formato.

Coloro, che credettero colla sua venuta in Napoli doversi apportare comodo universale all'Italia, rimasero delusi, perchè alle cose d'Italia non lo lasciò pensare il desiderio di ritornare presto nel governo di Castiglia, fondamento principale della grandezza sua; per lo quale era necessitato fare ogni opera per conservarsi amici il Re de' Romani, e 'l Re di Francia, acciocchè l'uno con l'autorità d'essere avolo de' piccioli figliuoli del Re morto, l'altro con la potenza vicina, e col dare animo ad opporsegli a chi avea l'animo alieno da lui, non gli mettessero disturbi a ritornarvi.

Intorno al gratificare il Regno, ancorchè, come scrisse il Guicciardino[242], non vi portasse alcuna utilità, nè vi facesse alcun beneficio, ciò nacque per la difficoltà, che seco portava 'l trovarsi egli obbligato per la pace fatta col Re di Francia, a restituire gli Stati tolti a' Baroni angioini, che o per convenzione, o per remunerazione erano stati distribuiti in coloro, ch'aveano seguitata la parte sua: e costoro, non volendo egli alienarsi i suoi medesimi, era necessitato ricompensare, o con Stati equivalenti, che si aveano a comprare da altri, o con danari: alla qual cosa essendo impotentissime le sue facoltà, era costretto non solo a far vivi in qualunque modo i proventi Regj, ed a dinegar di fare, secondo il costume de' nuovi Re, grazia o esenzione alcuna, o esercitare spezie alcuna di liberalità, ma eziandio, con querela incredibile di tutti, ad aggravare i Popoli, i quali aveano aspettato sollevazione e ristoro di tanti mali. Ed ancorchè a' 29 gennajo del nuovo anno 1507, ad istanza degli Eletti della città di Napoli, avesse conceduto indulto generale (che si legge fra le nostre prammatiche) agli uomini della città di Napoli, e di tutte le altre città e Terre demaniali di questo Regno, per li delitti commessi per tutto il mese d'ottobre passato, da che egli entrò a Napoli; ed a' 30 del medesimo mese, essendosi convocato general Parlamento, avesse egli confermati i privilegj, e conceduto alla città 47 capitoli, non derogando agli altri privilegj conceduti da' Re suoi predecessori; nulladimanco gli fu per ciò fatto un donativo di ducati trecentomila.

I Baroni, non meno Angioini che del suo partito, non cessavano parimente di querelarsi, perchè a quegli che possedevano, oltra che mal volontieri rilasciavano, gli Stati, furono per necessità scarse e limitate le compensazioni, ed a quegli altri si ristringeva quanto si poteva in tutte le cose, nelle quali accadeva controversia, il beneficio della restituzione; perchè quanto meno a lor si restituiva, tanto meno agli altri si ricompensava.

Solo alla Piazza del Popolo di Napoli fu Ferdinando liberalissimo, avendo a loro domande concedute molte grazie; secondo il privilegio, che intiero vien rapportato da Camillo Tutini[243] nel suo libro della Fondazione de' Seggi, che porta la data nel Castel Nuovo de' 18 maggio di quest'anno 1507, le quali poi nel 1517 furono confermate dalla Regina Giovanna, e dall'Imperador Carlo V suo figliuolo.

Partì finalmente il Re Cattolico da Napoli a' 4 giugno di quest'anno 1507, e con lui il Gran Capitano, drizzando la navigazione a Savona, ove era convenuto abboccarsi col Re di Francia. Partì con poca soddisfazione tra 'l Pontefice e lui, perchè avendogli dimandata l'investitura del Regno, il Pontefice negava di concederla, se non col censo, col quale era stata conceduta agli antichi Re. Ferdinando faceva istanza, che gli fosse fatta la medesima diminuzione, ch'era stata fatta al Re Ferdinando I suo cugino, a' figliuoli, ed a' nipoti: dimandava l'investitura di tutto il Regno in nome suo proprio, come successore d'Alfonso il vecchio, nel qual modo avea ricevuto in Napoli l'omaggio ed i giuramenti, con tutto che ne' capitoli della pace fatta col Re di Francia, si disponesse, che in quanto a Terra di Lavoro e l'Apruzzi si riconoscesse insieme il nome della Regina Germana sua moglie. Si credette, che l'aver il Papa negato di concedere l'investitura, fosse cagione, che 'l Re ricusasse di venire a parlamento con lui, mentre il Papa, essendo stato nel tempo medesimo più dì nella Rocca d'Ostia, si diceva esservi stato per aspettare la passata sua. Ma in appresso, nel 1510, gli concedè ciò che volle, e gli donò li censi, che dovea; siccome da poi nel 1513 fece anche Lione X, confermandogli tutti i privilegi, concessioni, remissioni ed immunità fattegli da' Pontefici Romani suoi predecessori[244].

Ferdinando passato a Savona, e trovato il Re di Francia, con molti segni di stima e di confidenza fra di loro, per tre giorni si trattenne quivi; nel qual tempo ebbero segretissimi e lunghissimi ragionamenti; ed il Gran Capitano fu con eccessive lodi, e con incredibile stima ed ammirazione di tutti onorato sopra la fortuna degli altri uomini dal Re di Francia, il quale aveva voluto, che alla mensa medesima, nella quale cenarono insieme Ferdinando, e la Regina, ed egli, cenasse ancora Consalvo, siccome ne gli avea fatto comandare da Ferdinando; indi, dopo il quarto giorno, i due Re con le medesime dimostrazioni di concordia si partirono da Savona: Ferdinando col Gran Capitano prese il cammino per mare verso Barcellona, ed il Re Luigi se ne ritornò per terra in Francia. Fu questo l'ultimo de' gloriosi giorni del Gran Capitano; poichè giunto che fu con Ferdinando in Ispagna, gli fece questi intendere, che non venisse in Corte, ma andasse alle sue Terre, nè si partisse se non veniva da lui chiamato; il perchè non si videro mai più mentre vissero, nè uscì mai da' Reami di Spagna, nè ebbe più facoltà d'esercitare la sua virtù, perchè da poi non fu adoperato nè in guerra, nè mai in cose memorabili di pace: onde si narra, che soleva dire, di tre cose pentirsi, la prima aver mancato di fede a D. Ferdinando Duca di Calabria figliuolo del Re Federico; la seconda non avere osservata la fede al Duca Valentino; e la terza non poterla dire, giudicandosi che fosse, di non avere, per la gran benevolenza de' Nobili e de' Popoli verso di lui, consentito di farsi gridare Re di Napoli[245].

Tornato il Re Cattolico in Ispagna, gli fu subito dalla Regina sua figliuola dato il governo de' Regni di Castiglia, ed il Regno di Napoli fu amministrato da Vicerè suoi Luogotenenti, a' quali concedendosi pieno potere e assoluta autorità, per ciò che riguarda il suo governo, si vide Napoli già regia sede, quando prima era immediatamente governata da' suoi Principi, mutata in sede di Vicerè, e pendere da' loro cenni; onde fu nuova politia introdotta, scemata a' primi Ufficiali del Regno molta autorità, ed introdotti nuovi Magistrati e leggi, come qui a poco diremo.