CAPITOLO II. Nuova politia introdotta nel Regno; nuovi Magistrati e leggi conformi agl'istituti e costumi Spagnuoli. De' Vicerè e Regenti suoi Collaterali, donde surse il Consiglio Collaterale e nacque l'abbassamento degli altri Magistrati ed Ufficiali del Regno.

Siccome s'è potuto vedere ne' precedenti libri di questa Istoria, il Regno di Napoli, così nel principio del suo stabilimento sotto i Normanni, come nel lungo regnare de' Re della illustre casa d'Angiò, fu composto ad esempio del Regno di Francia, dal quale prese molti istituti e costumi. Alfonso I d'Aragona lasciò i suoi Regni ereditari, e volle in Napoli trasferire la sua sede regia, e conformossi alle leggi e costumi che vi trovò. Gli altri Aragonesi di Napoli non alterarono la sua politia, poichè non avendo Stati in altre province, come Regno lor proprio e nazionale lo governarono colle medesime leggi ed istituti: ma ora che Napoli, avendo perduto il pregio d'esser sede regia, viene ad essere amministrata da' Re di Spagna, i quali tenendo collocata altrove, ed in remotissime parti la loro sede, reggendo il Regno per mezzo de' loro Luogotenenti, che si dissero Vicerè, prese il suo governo nuova forma e venne più tosto a conformarsi a' costumi ed istituti di Spagna, che di Francia. Nacquero per ciò e negli Ufficiali del Regno e ne' Magistrati della città non picciole mutazioni e cangiamenti.

Non vi ha dubbio, che gli Spagnuoli, per ciò che riguarda l'arte del regnare, s'avvicinassero non poco a' Romani; e Bodino[251] e Tuano[252], ancorchè franzesi, siccome Arturo Duck inglese[253], portarono opinione che di tutte le Nazioni, che dopo la caduta dell'Imperio signoreggiarono l'Europa, la Spagnuola in costanza, gravità, fortezza e prudenza civile fosse quella che più alla romana s'assimilasse. Nello stabilir delle leggi niun'altra Nazione imitò così da presso i Romani, quanto che la spagnuola. Essi diedero a noi leggi savie e prudenti, nelle quali non vi è da desiderar altro, che l'osservanza e l'esecuzione. Ma siccome niuno può contrastar loro questi pregi, nulladimanco in questo s'allontanarono da' Romani, che i Romani debellando le straniere Nazioni, le trattarono con tanta clemenza e giustizia, che i vinti stessi si recavano a lor sommo onore d'essere aggiunti al loro Imperio, e le loro leggi erano ricevute con tanto desiderio, che non come leggi del vincitore, ma come proprie le riputarono. Non così fecero gli Spagnuoli, da' quali, fuori di Spagna, i Regni e le province, che s'aggiunsero alla loro Monarchia, erano trattate con troppo alterezza e boria. Dalle memorie che ci lasciò il Vescovo di Chiapa, si sa ciò che fecero nel Nuovo Mondo; quel che fecero in Fiandra; e si saprà quel che praticarono presso di noi. Ma ciò che più gli allontanò da' Romani, fu, perchè loro mancò quella virtù, senza la quale ogni Stato va in rovina, cioè l'economica: quanto erano profusi, altrettanto per nudrir questo vizio, bisognava che ricorressero all'altro della rapacità, gravando i Popoli con taglie e donativi, e con tuttociò profondendo senza tener modo, nè misura, non per questo gli eserciti non si vedevano spesso ammutinati per mancanza di paghe e gli Ufficiali mal soddisfatti. Non bastò l'oro del nuovo Mondo, nè le tante tirannidi e le crudeltà usate a que' Popoli per loro rapirlo[254]. L'altro difetto fu di non aver proccurato ne' loro Regni d'ampliare il commercio, e favorir la negoziazione, avendo tanti famosi porti, non rendergli frequenti di navi, di fiere e di scale franche come l'altre Nazioni, che hanno gli Stati in mare fanno; siccome, infra gli altri, a' dì nostri si sono distinti gl'Inglesi, gli Olandesi ed i Portoghesi.

La perpetua adunque e continua residenza de' nostri Re in Ispagna seco portava, che fossero creati i Vicerè che reggessero questo Reame. Prima i suoi Re, ancorchè per alcune occorrenze fossero stati costretti esserne lontani, lasciavano per governarlo i loro Vicarj che solevano per lo più essere del loro sangue, e quelli, che doveano dopo la lor morte essere loro successori; ma la lontananza era breve, e tosto venivano essi a ripigliarne il governo. Vi furono alcune volte, ma assai di rado, occasioni, che per l'assenza de' Re, vi lasciavano loro Luogotenenti, chiamati pure Vicerè; ma ora, che la lontananza era perpetua, bisognava, che ad un Ministro di sperimentata probità e prudenza ne commettessero l'amministrazione, al quale dessero tutta la loro autorità ed illimitato potere per ciò che riguardava il governo e buona cura del medesimo. Bisognò per tanto dar loro l'autorità di far leggi, ovvero prammatiche o altri regolamenti, che conducessero a questo fine. Così da ora avanti le prammatiche si vedranno stabilite non men da' Re, che da' loro Vicerè e Luogotenenti. Bisognò parimente che a questo Ministro se gli dessero Giureconsulti, che assistendo al suo lato lo consigliassero bene, affinchè la sua potestà fosse regolata dalle leggi, e non passasse in tirannide. Vi fu de' nostri chi lungamente scrisse della lor potestà; ed il Reggente de Ponte ne compilò un ben grande volume, che va per le mani di tutti.

§. I. Del Consiglio collaterale e sua istituzione.

Ferdinando adunque, quando temendo della sterminata potenza del G. Capitano che s'avea acquistata nel Regno per lo suo valore e virtù, e per la benevolenza di tutti gli ordini; si determinò di persona a venire in Napoli per condurlo seco in Ispagna, ed in suo luogo lasciare il Conte di Ripacorsa per Vicerè, portò seco tre Giureconsulti ch'erano Reggenti del supremo Consiglio d'Aragona, per istabilirne un altro in Napoli a somiglianza di quello, non altrimente di ciò, che fece Alfonso, che a similitudine del Consiglio di Valenza introdusse nel Regno quello di Santa Chiara, il quale, quando risedevano i Re in Napoli, era il supremo come quello, nel quale giudicava l'istesso Principe, che n'era capo. Questi furono Antonio di Agostino, padre del famoso Antonio cotanto celebre e rinomato Giureconsulto, Giovanni Lone e Tommaso Malferito, colui che in tutti i trattati di tregua e di pace stabiliti ne' precedenti anni tra Ferdinando e Lodovico XII Re di Francia, rapportati da Federico Lionardo[255] fu adoperato dal Re Ferdinando per suo Procuratore e Nunzio insieme con Giovanni di Silva Conte di Sifuentes e Fr. Giovanni Enguera Inquisitor di Catalogna, onde vien chiamato ne' suddetti trattati Dottore e Reggente di Cancelleria. A costoro s'unì anche Bernardo Terrer, il quale essendo stato creato Consigliere di S. Chiara si rimase in Napoli. Mentre il Re in que' sette mesi, cioè da ottobre insino a giugno del 1507 si trattenne in Napoli, si valse per Reggenti della sua Cancelleria di due, cioè di Giovanni Lone e di Tommaso Malferito; ond'è, che quelle prammatiche ch'egli promulgò in Napoli, portano la soscrizione di Malferit; poichè in questi principj si praticava che un solo Reggente sottoscrivesse.

Bisognando poi partire per Ispagna, per le cagioni di sopra rapportate, e partir con animo di non mai più farci ritorno, lasciò come s'è detto per Vicerè il Conte di Ripacorsa, che per antonomasia veniva chiamato il Conte, ed in cotal guisa si firmava nelle scritture, e dovendosi seco ricondurre in Ispagna i due Reggenti Lone e Malferito, creò egli in lor vece due altri Giureconsulti per Reggenti, che dovessero assistere a lato del Vicerè per sua direzione, onde ne nacque il nome di Reggenti Collaterali. Erano ancora chiamati Auditori del Re, e ne' privilegj di Napoli e ne' capitoli conceduti alla città dal Conte di Ripacorsa, sono perciò indifferentemente chiamati Auditori e Reggenti[256].

Nel principio di questa istituzione non era composto tal Consiglio che di due soli Reggenti e d'un Segretario; e questi furono Lodovico Montalto Siciliano, il quale mentr'era Avvocato fiscale in Sicilia fu dal Re Ferdinando creato Reggente di Napoli, e Girolamo de Colle catalano (il quale trovandosi Consigliere di Santa Chiara fu parimente dal Re fatto Reggente) e sostituiti in luogo di Lone e Malferito, che ritornarono col Re in Ispagna. E durante il Regno di Ferdinando per tutto l'anno 1516 non furono in quello Consiglio, di cui era capo il Vicerè, che i suddetti due Reggenti col Segretario Pietro Lazaro Zea.

Nell'anno seguente 1517 e nel principio del Regno del Re Carlo e poi Imperadore, fu aggiunto il terzo Reggente, e stabilito che di tre, due fossero ad arbitrio e beneplacito del Re, ed il terzo nazionale e Regnicolo[257]. Fu costui il famoso Sigismondo Loffredo, il quale per la sua gran dottrina e saviezza, perchè il Re e la sua Corte stesse informata degli affari del Regno, fu da Carlo chiamato in Germania alla sua Corte, ove dimorò per tre anni continui. Quindi avvenne, che per la lunga dimora del terzo Reggente nella Corte, non risedendo nel collateral Consiglio di Napoli, che due soli, fosse costituito il quarto Reggente, affinchè uno che doveva esser nazionale andasse a risedere appresso il Re, perchè come istrutto delle cose del Regno informasse quella Corte, e tre stabilmente dovessero risedere in Napoli. Così nel 1519 fu creato Reggente Marcello Gazzella da Gaeta, che si trovava in Napoli Presidente della regia Camera, destinato per la Corte in luogo del Reggente Loffredo, il quale avea ottenuta licenza dal Re di poter tornare in Napoli, siccome tornò.

Narra Girolamo Zurita[258], che questo prudente consiglio di far venire a risedere nella Corte del Re un Ministro da' Regni d'Italia, fu ordinato dall'istesso Re Cattolico nel suo testamento, che fece prima di morire nel 1516, nel qual tempo, non essendosi ancora aggiunto alla Corona di Spagna lo Stato di Milano, ma solo i Regni di Napoli e di Sicilia, stabilì che venissero in Ispagna ad assistere con gli altri al Consiglio ch'egli avea eretto per l'indisposizione della Regina sua figliuola Giovanna, due Dottori, uno napoletano e l'altro siciliano; onde avvenne, che il Re Carlo suo successore, seguendo il suo consiglio, introducesse questo costume; e che poi avendo egli alla Corona di Spagna aggiunto il Ducato di Milano, venisse non pur da Napoli e da Sicilia, ma anche da Milano un Ministro ad assistere appresso lui nella sua Corte.