Ma il Pontefice, o perchè veramente governandosi con le simulazioni consuete, avesse l'animo alieno dal Re; o perchè come vide passati tutti i termini del rispondere, sospettando di quel ch'era, e temendo, che il Re non iscoprisse a Cesare le sue pratiche, concitato ancora dal desiderio ardente, che avea di ricuperare Parma e Piacenza, e di fare qualche cosa memorabile: sdegnato oltre questo dalla insolenza di Lautrech e del Vescovo di Tarba suo ministro, li quali non ammettendo nello Stato di Milano alcuno comandamento, o provisioni ecclesiastiche, le dispregiavano con superbissime ed insolentissime parole; deliberò di congiugnersi con Cesare contra il Re di Francia.

Dall'altra parte l'Imperadore irritato dalla guerra di Navarra, e stimolato da molti fuorusciti di Milano, e commosso ancora da alcuni del suo Consiglio, desiderosi d'abbassare la grandezza di Ceures, che aveva sempre dissuaso il separarsi dal Re di Francia; si risolvè a confederarsi col Pontefice contra il Re, ed in effetto fu senza saputa di Ceures, il quale opportunamente morì quasi ne' medesimi giorni, tra il Pontefice e l'Imperadore fatta confederazione a difesa comune, eziandio della Casa de' Medici e de' Fiorentini, con aggiunta di rompere la guerra nello Stato di Milano, il quale acquistandosi, restasse alla Chiesa Parma e Piacenza, per tenerle con quelle ragioni, con le quali le avea tenute per innanzi; e che atteso che Francesco Sforza, il quale era esule a Trento, pretendeva ragione nello Stato di Milano per l'investitura paterna e per la rinunzia del fratello, che acquistandosi ne fosse messo in possessione, ed obbligati i Collegati a mantenervelo e difendervelo: che il Ducato di Milano non consumasse altri Sali, che quelli di Cervia: che fosse permesso al Papa non solo di procedere contra i sudditi e feudatari suoi; ma obbligato eziandio Cesare (acquistato che fosse lo Stato di Milano) ad aiutarlo contra loro, e nominatamente all'acquisto di Ferrara: fu accresciuto il censo del Reame di Napoli, e promessa al Cardinal de' Medici una pensione di diecimila ducati su l'Arcivescovado di Toledo vacato nuovamente, ed uno Stato nel Reame di Napoli d'entrata di diecimila ducati per Alessandro de' Medici figliuol naturale di Lorenzo, già Duca d'Urbino.

Conchiusa occultissimamente questa confederazione fra 'l Papa e l'Imperadore contra il Re di Francia, furono tutti rivolti i loro pensieri alla guerra di Milano, la quale per essere stata cotanto bene scritta dal Guicciardino, dal Giovio, e da altri Scrittori contemporanei, e per non essere del mio istituto, volontieri tralascio. In brieve, gli Imperiali, e Francesco Sforza avendone cacciati i Franzesi comandati dal famoso Capitano Lautrech, acquistarono quel Ducato; del quale successo il Pontefice Lione ebbe tanta contentezza, che Michiel S. di Montagna[319] scrive, che all'avviso della presa di Milano, da lui estremamente desiderata, entrò in tale eccesso di gioia, che ne fu preso dalla febbre, e se ne morì. Il Guicciardino[320] narra, che morisse di morte inaspettata il primo di dicembre di quest'anno 1521, poichè dopo d'aver avuta la nuova dell'acquisto di Milano, e ricevutone incredibile piacere, fu sorpreso la notte medesima da piccola febbre, e ancorchè da' Medici fosse riputato di piccolo momento il principio della sua infermità, morì fra pochissimi giorni, non senza sospetto grande di veleno, datogli, secondo si dubitava, da Bernabò Malespina suo cameriere, deputato a dargli da bere: il quale se bene fosse incarcerato per questa sospezione, non ne fu poi ricercata più cosa alcuna: perchè il Cardinal de' Medici, come fu giunto a Roma, lo fece liberare, per non avere occasione di contrarre maggior inimicizia col Re di Francia, per opera di chi si mormorava, ma con autore e conghietture incerte, Bernabò avergli dato il veleno.

Fu agli 9 di gennajo del nuovo anno 1522 in suo luogo rifatto Adriano Cardinal di Tortosa di nazion fiamengo, ch'era stato in puerizia di Cesare maestro suo, e per opera sua promosso da Lione al Cardinalato, il quale avuta la novella dell'elezione, non mutando il nome, che prima avea, si fece denominare Adriano VI. Il suo Pontificato fu molto breve, e durò poco più d'un anno e mezzo, essendosene morto ai 14 settembre del seguente anno 1523. Ed in suo luogo dopo due mesi fu eletto il Cardinal Giulio de' Medici, che fece chiamarsi Clemente VII.

Grandi furono gli avvenimenti sotto il suo Pontificato: Re Francesco tornò in Italia per ricuperar lo Stato di Milano, assedia Pavia, commette fatto d'arme nel Parco, e vi vien fatto infelicemente prigione. Furono proposte molte condizioni per la sua liberazione, ed intanto fu menato prigione in Ispagna, ove vi stette fin che fu conchiuso con dure condizioni l'accordo fra lui e Cesare della sua liberazione.

(Carlo di Launoja, senza saputa del Borbone e del Marchese di Pescara, dando a sentire di voler portare il Re Francesco a Napoli in più forte e più sicura prigione, lo condusse in Ispagna: di che que' mostrandosene aspramente offesi lo querelarono all'Imperadore, ed il Pescara, siccome narra il Varchi, mandò al Launoja un cartello, sfidandolo come traditore, ed offrendosi di voler ciò provargli colle arme in mano a corpo a corpo combattendo. Da questa mala soddisfazione del Marchese nacque l'imputazione, che gli fu addossata d'aver dato orecchio all'offerte del Papa di volerlo investire del Regno di Napoli. Il Varchi nella sua Istoria Fiorentina stampata ultimamente colla data di Colonia nel 1721 lib. 2 pag. 12 narra le più minute circostanze di questo fatto, scrivendo, che il Pescara avesse risposto all'offerta fattagli dal Morone, che ogni volta che gli fosse mostrato, che senza pregiudizio dell'onor suo ciò far si potesse, egli non ricuserebbe di porvi mano: e da Roma gli fu tosto levato ogni scrupolo, poichè ivi non mancarono (dice il Varchi) de Dottori, anzi Cardinali stessi (e questi furono Cesis e l'Accolto) i quali scrissero al Pescara, facendogli certa fede ed indubitata testimonianza, ch'egli secondo la disposizione e ordinamenti delle leggi così civili, come canoniche, non solo poteva ciò fare senza mettervi scrupolo alcuno di punto dell'onor suo; ma eziandio che dovea farlo per obbedire al sommo Pontefice. Il Marchese che unicamente per iscorgere i consiglj e fini de' nemici avea dato orecchio a questo trattato, fingendo esser dubbio d'accettar l'invito, diede d'ogni cosa relazione all'Imperadore Carlo V, il quale nella risposta, che nel 1526 fece a Clemente VII, dichiarò essere stato fin dal principio informato dal medesimo di tutto, e che non poteva avere alcun sospetto della fedeltà ed onore del Pescara; rinfacciando al Papa questi indegnissimi modi e perverse machinazioni. Merita esser letta questa savia e gravissima risposta di Cesare; la qual finisce con un'appellazione che interpose, di tutti i papali atti e futuri gravami e minacce, al futuro general Concilio, che dovea tosto convocarsi da tutte le province cristiane. Fu quella impressa da Goldasto nel tomo uno Const. Imp. e si legge alla pag. 419, ed ultimamente Lunig nel III tomo del suo Codice Diplomatico d'Italia, che in quest'anno 1732 ha dato alla luce, non ha mancato alla pagina 1962 et seqq. di trascriverla tutta intera, insieme col Breve lunghissimo di Clemente, al quale si risponde).

Nella capitolazione fra il Re Francesco, e l'Imperadore, che fu stipulata in Madrid li 14 di gennajo dell'anno 1526, fra l'altre cose fu convenuto, che rinunziasse il Re Cristianissimo, e cedesse a Cesare tutte le ragioni del Regno di Napoli, eziandio quelle che gli fossero pervenute per le investiture della Chiesa, e 'l medesimo facesse delle ragioni dello Stato di Milano[321].

Non meno i Giureconsulti che gl'Istorici[322] scrissero, che in vigor di questo accordo fossero estinte tutte le ragioni, che mai i Re di Francia potessero rappresentare sopra il Reame di Napoli, e che nell'avvenire non avrebbero più pretesto d'invaderlo, e che per ciò ogni guerra che si fosse mossa, sarebbe stata irragionevole ed ingiusta, ed in fine, che si sarebbero terminate tutte le contese sopra il Regno di Napoli.

Ma non furono vani i presagi, che gli uomini prudenti sin d'allora fecero di questa simulata e sforzata convenzione: appena si vide il Re Francesco posto in libertà, che riputando di niun valore le obbligazioni fatte violentemente in prigione, nulla curando de' propri figliuoli dati in ostaggio in potere di Cesare, non solo non le osservò, ma riputandosi ingiuriato da lui, per averlo astretto a promesse indegne ed impossibili, proccurò vendicarsene: a questo fine, avanti che segnasse la pace, nel medesimo giorno, fecene lunga protesta, che si legge presso Lionard nella sua Raccolta[323], ove dichiarava per pura violenza, trovandosi prigione e gravemente infermo, essere stato costretto a segnarla. Perciò avendo rivolti i suoi pensieri per unire tutte le sue forze, tornò più irato che mai a fargli nuova guerra, e a portare le sue armi di nuovo in Italia, con impegno non solo di ricuperare il perduto Stato di Milano, ma invadere anche il Regno di Napoli, promettendosene per mezzo di Lautrech suo famoso Capitano la reduzione, come più innanzi narreremo.

CAPITOLO II. Come intanto fosse governato il Regno di Napoli da D. Raimondo di Cardona, e dopo la di lui morte da D. Carlo di Launoja suo successore.