Intanto il Regno di Napoli commesso al governo di D. Raimondo di Cardona dal Re Ferdinando e poi dal Re Carlo, che lo confermò Vicerè, ancorchè non avesse patita alcuna invasione di armi straniere, soffriva di volta in volta tasse intollerabili, perchè dovendosi mantenere una guerra così dispendiosa, venivano i Baroni e li Popoli, in occasione di dimandare o nuove grazie, o conferma delle antiche, ovvero (ciò che più loro premeva) esecuzione delle già concedute, le quali non erano osservate, costretti a far nuovi donativi di somme considerabilissime. Erano i tanti capitoli e le tante grazie loro concedute sempre mal eseguite; poichè essendosi sempre dimandato e sempre conceduto, che negli Ufficj così militari, come di giustizia e ne Beneficj ecclesiastici fossero preferiti i Nazionali agli stranieri, governandosi ora il Regno dai Spagnuoli, ed essendovi venute molte famiglie da tutti i Regni di Spagna, erano quelli per lo più conferiti a' Spagnuoli, onde si facevano spesso ricorsi per l'osservanza de' capitoli: di nuovo si prometteva, quando di nuovo si facevano i donativi, ma sempre erano violati ed infranti.
Quando furono a' Napoletani accordate dal Re Ferdinando quelle grazie contenute ne' suoi Capitoli, dei quali di sopra s'è fatta memoria, gli fecero un donativo di 300m. ducati. Non molto da poi, nel 1508, essendosi il medesimo Re, in vigor della pace fatta con Lodovico XII Re di Francia, obbligato di mantenergli a sue spese, oltre la fanteria, 500 uomini d'arme, fu imposto un pagamento di tre carlini a fuoco per sette anni, affinchè si soddisfacesse il Re Lodovico: nella quale occasione dal Conte di Ripacorsa furono conceduti, o per meglio dire confermati, que' Capitoli che si stabilirono nel Parlamento generale celebrato in Napoli nella chiesa di S Lorenzo a' 13 settembre del mentovato anno 1508[324].
Succeduto ne' Reami di Spagna il Re Carlo ed eletto poi Imperadore, per li molti dispendj occorsi in proccurar dagli Elettori i loro voti per quest'elezione, e che doveano occorrere nella sua coronazione, fu fatta richiesta nel 1520 dal Vicerè Cardona, che ritrovandosi il Re in necessità ed esausto di denari, si proccurasse dalla città, Baronaggio e Sindici delle Terre demaniali di fargli un donativo, perchè all'incontro il Re l'avrebbe confermati i capitoli e conceduti altri di nuovo. Fu a tal fine in detto anno tenuto altro generale Parlamento, e furono offerti al Re altri ducati 300 mila da pagarsi fra il termine di tre anni, centomila ducati l'anno in tre paghe: fu perciò accordata la conferma di tutti gli altri Capitoli e Privilegi, e che per l'avvenire non si potesse imponere alcuno pagamento estraordinario al Regno. Fu tutto ciò confermato dal Vicerè Cardona in detto anno 1520, e poi ratificato dall'Imperadore con ispezial suo diploma spedito in Vormazia al primo di gennajo del seguente anno 1521[325], ma non per questo, durando l'istesse cagioni, anzi vie più che mai resi irreconciliabili gli animi di Cesare e del Re Francesco Principi potentissimi, ed accese più fiere che mai fra di loro guerre crudeli ed inestinguibili, cessò la necessità e 'l bisogno di denari per sostenerle; onde si venne di nuovo alle sovvenzioni ed a nuovi donativi e grazie.
Morì nel seguente anno 1522 a '10 di Marzo D. Raimondo di Cardona, ed il suo cadavere fu depositato nella cappella del Castel Nuovo, per trasportarsi in Catalogna nella chiesa di S. Maria di Monferrato: Capitano, se si riguarda la condizione di que' tempi, comportabile per la sua prudenza e destrezza nel governo civile, che soddisfece al Re Ferdinando, e molto più all'Imperador Carlo V, a cui la di lui morte cotanto dispiacque. Non essendo stata da lui sostituita persona, nè trovandosi tampoco nominata dal Re, che sottentrasse al governo, rimase a governare il Consiglio Collaterale, sino a' 16 luglio del medesimo anno, poichè dall'Imperadore fu in luogo del Cardona mandato al governo di Napoli D. Carlo di Launoja, non già spagnuolo, ma fiamengo. Carlo in questi principj del suo regnare, venuto da Brusselles in Ispagna, ed avendo seco condotti molti Fiamenghi, s'era posto in mano de' medesimi, e come si è veduto, si governava col consiglio di Monsignor di Ceures fiamengo, e la cagione de' tumulti avvenuti in Ispagna non altronde fu, che d'essersi il Re valuto, posponendo gli Spagnuoli nazionali, de' Fiamenghi e sopra ogni altro del Ceures, il quale dimostratosi insaziabile, avea per tutte le vie accumulata somma grandissima di danari; lo stesso facendo gli altri Fiamenghi, vendendo per prezzo a' forastieri gli ufficj soliti darsi a' Spagnuoli, e facendo venali tutte le grazie, privilegi ed espedizioni, che si dimandavano alla Corte.
Venne Launoja in Napoli famoso Capitano ed espertissimo nell'arte militare, il qual sì mostrò alla piazza del Popolo di Napoli molto favorevole, e pochi mesi dopo la sua venuta, le concesse molti Capitoli, che furono da lui spediti nel Castel Nuovo a' 12 ottobre di quest'anno 1522, rapportati dal Summonte[326].
Non potè che poco più d'un anno governar il Regno; poichè tuttavia la guerra di Lombardia incrudelendosi, nè potendo più sostener il comando dell'armata Prospero Colonna carico d'anni, e quasi già alienato di mente, l'Imperadore stimò appoggiar quell'impresa alla espertezza e valore di Launoja; onde comandò, che lasciato in Napoli un suo Luogotenente andasse a Milano a pigliar il supremo comando di quell'esercito. E con tal congiuntura, premendo il bisogno di questa guerra, fu fatto un nuovo donativo a Cesare di altri ducati cinquantamila per supplire alla spesa, che seco portava un tanto esercito[327]. Ed alcuni anni da poi, per la nascita del Principe Filippo, convocato nuovo Parlamento, se gli accordò un altro donativo di ducati ducentomila[328], siccome di tempo in tempo ne furon fatti degli altri di somme rilevantissime, delli quali il Tassoni, il Mazzella ed il Costo tesserono lunghi cataloghi.
Partì il Launoja da Napoli nel 1524, e lasciò per suo Luogotenente Andrea Caraffa Conte di S. Severino, il quale con molta lode governò il Regno poco men che tre anni. Morì costui nel mese di giugno dell'anno 1526, e la sua morte fu da tutti compianta[329]. Ed intanto, essendo il Launoja tornato di Spagna, ove come in trionfo avea portato prigione il Re Francesco, dopo aver combattuto ne' mari di Corsica con l'armata franzese, si restituì a Napoli per difendere il Regno dall'insidie del Papa, che vi avea invitato Valdimonte alla conquista.
CAPITOLO III. Invito fatto da Papa Clemente VII a Monsignor di Valdimonte per la conquista del Regno: suoi progressi, li quali ebbero inutile successo. Prigionia di Papa Clemente e sua liberazione.
Appena si vide Re Francesco libero in Francia, che posta in dimenticanza la solennità de' Capitoli stipulati in Madrid, la fede data e la religione dei giuramenti, il vincolo del nuovo parentado, e quel ch'è più, il pegno di due figliuoli, fu tutto rivolto a muover nuove e più implacabili guerre al suo emolo Carlo. Coloriva l'inosservanza con dire, ch'egli e prima quando fu condotto prigione nella Rocca di Pizzichitone, e poi in Ispagna nella Fortezza di Madrid, si era molte volte protestato contra Cesare, (perchè vedeva la iniquità delle dimande sue) che se stretto dalla necessità cedesse ad inique condizioni, o quali non fosse in potestà sua d'osservare, che non solo non le osserverebbe, anzi riputandosi ingiuriato da lui per averlo astretto a promesse inoneste ed impossibili, se ne vendicherebbe, se mai ne avesse l'occasione. Nè aveva mancato di dire molte volte quello che per loro stessi potevano sapere, e che credeva anch'essere comune agli altri Regni, cioè, che in potestà del Re di Francia non era obbligarsi senza consentimento degli Stati generali del Reame ad alienare cos'alcuna appartenente alla Corona: non permettere le leggi cristiane che un prigione di guerra stesse in carcere perpetua; per essere pena conveniente agli uomini di mal affare, e non trovata per supplicio di chi fosse battuto dalla acerbità della fortuna: sapersi per ciascuno essere di nessuno valore l'obbligazioni fatte violentemente in prigione: ed essendo invalida la capitolazione, non restare nemmeno obbligata la sua fede accessoria e confermatrice di quella; procedere i giuramenti in contrario fatti a Rems, quando con tanta cerimonia e con l'olio celeste si consacrano i Re di Francia, per li quali s'obbligano di non alienare il patrimonio della Corona; e perciò non essere meno libero che pronto a moderare la insolenza di Cesare. Questi medesimi sentimenti e desiderj mostravano d'avere la madre e la sorella del Re e tutti i principali della sua Corte.
Ma tutte queste deliberazioni non avrebbero avuto verun successo, se insieme alle medesime non avessero dato calore i Vineziani, e più il Pontefice Clemente, i quali considerando non meno la potenza di Cesare, che la sua ambizione fomentata dal Consiglio di Spagna, che lo persuadeva ad impadronirsi d'Italia, temevano non finalmente gli riuscisse di mettere in servitù la Chiesa, Italia e tutti gli altri Principi. Sopravvennero altri dispiaceri al Papa per cagione de' Ministri di Cesare. I Capitani imperiali alloggiando nel Piacentino e nel Parmegiano facevano infiniti danni; e querelandosene il Pontefice, rispondevano, che per non essere pagati, vi erano venuti di propria autorità. Commoveanlo eziandio le cose forse più leggieri, ma interpetrate, come si fa nelle sospizioni e nelle querele, nella parte peggiore; perchè non tanto in Ispagna che in Napoli, s'erano pubblicate ordinazioni in pregiudizio della Corte Romana: Cesare avea fatti pubblicare in Ispagna alcuni editti prammatici contra l'autorità della Sede Appostolica, per virtù de' quali, essendo proibito a' sudditi suoi trattare cause beneficiali di quelli Regni nella Corte Romana, ebbe ardire un Notajo Spagnuolo, entrato nella Ruota di Roma il dì destinato all'udienza, d'intimare in nome di Cesare a due Napoletani, che desistessero dal litigare in quello Auditorio[330].