(Dall'aver Cesare in tutti i Regni della Monarchia di Spagna tolta ogni autorità a' Tribunali di Roma, Tuano nel lib. primo Hist. sui temporis, savissimamente avvertì, che ciò non ostante potea ben in quelli conservarsi intiera l'Ecclesiastica disciplina, come fu già nei tempi antichi: Caesar, ei dice, ut injuriam sibi a Clemente illatam ulcisceretur, nominis Pontificii auctoritatem per omnem Hispaniam abolet; exemplo ad Hispanis ipsis Posteritati relicto, posse Ecclesiasticam disciplinam citra nominis Pontificii auctoritatem conservari. Fra le altre querimonie che si leggono nel lungo Breve scritto da Clemente a Cesare a' 2 giugno di quest'istesso anno 1526 rapportato da Lunig[331], si leggono le querele, che sopra ciò ne fece con Carlo V, ma questo savio Imperadore nella risposta che gli diede rintuzzò la querimonia, pag. 1005, con queste savissime parole: Minusque potuit V. S. de nostra voluntate dubitare ex Pragmaticis in Hispania editis, quae prout a nostris etiam Consiliariis accepimus (quibus in his quae juris sunt, merito credere debemus) conformari videntur, et antiquis Regnorum nostrorum Privilegiis, moribus et consuetudinibus. E per ciò, che riguardava il Regno di Napoli, gli soggiunse: itidem facturi de his, quae ad Regnum Neapolitanum pertinent, pro quibus nec ab Investitura; nec a Privilegiis Regni quovis modo recedere intendimus, nec illis derogare).

Deliberò pertanto Papa Clemente, stimolato anche da tutti i suoi Ministri, non solo di confederarsi col Re di Francia e con gli altri contra Cesare, ma di accelerarne anche la esecuzione. Assolvè per tanto il Re da' giuramenti prestati in Ispagna per osservazione delle cose convenute nella capitolazione di Madrid, e strinse finalmente la lega con quel Re ed i Principi italiani, a cui diedero il nome di Lega Sanctissima. Fu quella conchiusa nel 17 di maggio dell'anno 1526 in Cugnach tra gli uomini del Consiglio Proccuratori del Re di Francia da una parte, e gli Agenti del Pontefice e de' Vineziani dall'altra. Furono in questa confederazione stabiliti molti capitoli, che possono leggersi nell'Istoria del Guicciardino[332]; ma per ciò che riguarda il Regno di Napoli, fu convenuto:

Che indebolito in Lombardia l'esercito Cesareo, si assaltasse potentemente per terra e per mare il Reame di Napoli: del quale, quando s'acquistasse, avesse ad essere investito Re chi paresse al Pontefice. In un capitolo separato però s'aggiunse, che non potesse il Papa disporne senza consenso de' Collegati, riservatigli nondimeno i censi antichi, che soleva avere la Sede Appostolica, ed uno Stato per chi paresse a lui, d'entrata di 40 mila ducati.

Che, acciocchè il Re di Francia avesse certezza, che la vittoria che s'ottenesse in Italia, e l'acquisto del Reame di Napoli fosse per facilitare la liberazione de' figliuoli, che in tal caso volendo Cesare infra quattro mesi dopo la perdita di quel Reame entrare nella confederazione, gli fosse restituito; ma non accettando questa facoltà, avesse il Re di Francia in perpetuo sopra il Reame di Napoli annuo Censo.

Intanto Cesare avea mandato in Francia il nostro Vicerè Launoja, perchè con effetto ratificasse la capitolazione fatta a Madrid; ma il Re scusandosi di non esser in sua potestà di lasciargli la Borgogna, ma contentarsi, in vece di quella, che se gli pagassero due milioni di scudi, rispose, ch'era per osservargli tutte le altre promesse. Questa risposta concitò sdegno grandissimo in Cesare, il quale deliberato di non alterare il capitolo della restituzione della Borgogna, ma più tosto concordarsi col Pontefice alla reintegrazione di Francesco Sforza nello Stato di Milano, destinò D. Ugo di Moncada al Pontefice Clemente, con commessione di dargli tutte le soddisfazioni. Ed avendosi sposata nel principio di Marzo di quest'anno 1526 nella città di Siviglia D. Isabella figliuola del Re di Portogallo, li danari, ch'ebbe di dote, gli destinò per pagare l'esercito di Lombardia, di cui per la morte del Marchese di Pescara avea fatto Capitan Generale il Duca Borbone ribelle del Re di Francia, sollecitandolo, che tosto passasse in Italia[333].

Ma giunto che fu D. Ugo a Roma, avendo proposto al Papa le condizioni della confederazione, gli fu risposto non essere più in potestà sua di accettarla, mostrandogli la necessità che l'avea indotto a confederarsi col Re di Francia e co' Vineziani per la sicurezza sua e d'Italia, avendo Cesare tardato molto a risolversi.

Le cose di Lombardia perciò erano piene di sconvolgimenti e timori, e que' della lega per divertire la guerra di Lombardia, avean fatti grandi apparecchi per assaltare il Regno di Napoli per mare e per terra: onde mosso da questi timori il nostro Vicerè Launoja, se ne venne in Napoli; e poichè gli Spagnuoli temevano assai, che il Regno non si perdesse, giunto che fu, diede il Vicerè molti ordini per la fortificazione di molti Castelli per lo Regno, e particolarmente diede pensiero a Giovan Battista Pignatello, che allora si trovava Vicerè delle province d'Otranto e di Bari, che fortificasse tutti quelli ch'erano alla marina di Puglia nell'Adriatico ed invigilasse sopra i Vineziani confederati col Papa e Francia[334].

E dall'altra parte D. Ugo di Moncada istigava i Colonnesi, per levare il Papa dalla lega contra l'Imperadore, affinchè questi, avendo l'armi in mano, con gli altri Capitani imperiali destinati per la difesa del Regno di Napoli, assalissero all'improvviso il Palazzo del Vaticano, come fecero, saccheggiandolo con molta empietà: onde il Papa, vedendosi in così stretto partito, se ne fuggi dal Palazzo di S. Pietro per lo corridojo al Castello di S. Angelo, dove si salvò; e costretto in tal guisa, mandò per ostaggio due Cardinali suoi parenti a D. Ugo, perchè entrasse nel Castello a trattar seco l'accordo, che dimandava. Fu il dì seguente 21 di settembre quello conchiuso; onde i Colonnesi partirono da Roma, e D. Ugo se ne venne a Napoli[335]. Ma non così tosto si vide libero il Papa, disposto a non osservar accordo veruno, che gli era stato estorto con tanta perfidia e violenza, che privò Pompeo Colonna del Cardinalato e chiamò Monsignor di Valdimonte da Francia, perchè pretendendo egli essere erede della Casa d'Angiò, suscitasse nel Regno di Napoli la fazione Angioina contra all'Imperadore.

Il Vicerè Launoja incontanente, sentendo l'invito fatto dal Papa a Valdimonte, volle prevenirlo, e ragunato un competente esercito determinò assaltare lo Stato Ecclesiastico; onde a' 20 di decembre di quest'istesso anno 1526 si pose col campo a Frosinone, dove fu combattuto con le genti Papali, che gagliardamente si opposero. Da poi condusse il campo imperiale a Cesano ed a Cepperano, travagliando queste ed altre Terre dello Stato della Chiesa.

Il Papa all'incontro mandò Renzo da Ceri in Apruzzo con seimila fanti, il quale occupò l'Aquila ed altri luoghi di quel contorno.