Venne il nuovo anno 1527 pieno d'atrocissimi e già per più secoli non uditi accidenti, mutazione di Stati e di Religione, prigionie di Pontefici, saccheggiamenti spaventosissimi di Città, carestia grande di vettovaglie, peste quasi per tutta Italia, ed in Napoli grandissima.
Nel principio di quest'anno giunse il Valdimonte, chiamato da Clemente, con un'armata di 24 Galee, ed avendo ottenuto dal Pontefice titolo di suo Luogotenente cominciò a travagliare le marine del Regno, facendosi chiamare Re di Napoli.
(Valdimonte si facea chiamare Re di Napoli, perchè pretendeva, come si è detto, nella sua linea essere trasfuse le ragioni di Renato d'Angiò ultimo Re Angioino, discacciato dagli Aragonesi per Violanta sua figliuola maritata con Ferry Conte di Vaudemont, dal qual matrimonio nacque Renato II Duca di Lorena; onde questa famiglia fra le sue arme inquarta anche quelle di Sicilia e di Gerusalemme, e fra titoli ritiene ancor quello di Duca di Calabria, siccome è manifesto dal Trattato istorico di Baleicourt su l'orig. et Genealog. della casa di Lorena pag. 206 secondo l'edizione di Berlino dell'anno 1711).
Valdimonte saccheggiò al primo di marzo Mola di Gaeta, ed a' 4 avendo posto la sua gente a terra sotto Pozzuoli, tentò sorprenderlo, ma gli riuscì vano il disegno. Venuto poi a vista di Napoli, prese Castel a Mare, indi la Torre del Greco, e scorrendo i suoi soldati per terra sino alla Porta del Mercato di Napoli, fu tanta la paura de' Cittadini, che con fretta la chiusero.
Prese anche Sorrento e gli altri luoghi d'intorno, ed ebbe ardire la sua armata accostarsi tanto alla città di Napoli, che dalle Castella le furono tirati alcuni colpi di artiglieria. Prese anche Salerno, rubando i vasi d'argento, che stavano al Sepolcro dell'Appostolo Matteo. E se l'avviso dell'accordo fatto col Papa non l'avesse intepidito, avrebbe fatto maggiori progressi.
Il Pontefice, ancorchè avesse rifiutato l'accordo, che por Cesare Ferramosca con umili lettere dell'Imperadore, rapportate dal Summonte[336], gli fu nuovamente proposto, mostrando sempre durezza, e tanto più, quando vide giunto Valdemonte; nulladimanco all'avviso che il Duca Borbone calava con potente esercito verso Roma, e che l'amplissime promesse dei Franzesi riuscivano ogni dì più scarse d'effetti, piegò finalmente il capo, e diede al Ferramosca certezza d'ultimarlo; di che costui avvisatone il Launoja, questi a' 25 marzo si portò immantenente in Roma, dove finalmente fu quello conchiuso, con condizioni di sospendere l'armi per otto mesi, di pagare all'esercito Imperiale 60 mila ducati, e restituire il Pontefice le Terre occupate nel Regno; ed all'incontro fu convenuto (ciò che più al Papa premeva) che dovesse in persona andar Launoja alla volta di Borbone, e ritenerlo, affinchè non passasse più avanti, siccome avea prima mandato Cesare Ferramosca ad incontrarlo per quest'istesso fine.
Partì con effetto il Vicerè ai 3 d'aprile da Roma; ed andò incontro a Borbone; ma nè l'andata del Ferramosca, nè la sua punto giovò per distogliere quel Capitano di lasciare il suo cammino: scusandosi non essere in potestà sua comandar all'esercito, che si fermasse, poichè essendo creditore di molte paghe, non avea altro modo di pagarsi che col sacco di Roma, nè potea recarsi a' suoi soldati nuova più spiacente di questa; e volendosi opporre con fortezza il Vicerè, fu fama che passasse pericolo nella vita: cotanto stavano sdegnati i soldati, la maggior parte de' quali venuti di Germania appestati per le nuove eresie, che colà Martin Lutero avea sparse, in discredito e vilipendio della Corte di Roma, correvano famelici ed allettati dal guadagno del sacco promesso di Roma, vedevano di mal animo chi voleva distoglierli da quella preda.
Intanto il Papa confidatosi nell'autorità del Launoja avea licenziato tutte le genti di guerra, che teneva assoldate; onde quando men sel pensava, Borbone seguitando il suo cammino, e devastando lo Stato Ecclesiastico, fu veduto a' 5 di maggio alle mura di Roma. Il nostro Vicerè non volendo esser partecipe di tanto male, quanto designava fare Borbone, non volle seguitare il suo esercito, che andava alla volta di Roma, ma incamminandosi insieme col Marchese del Vasto per altra strada alla volta di Napoli, quando giunse ad Aversa s'ammalò, ed in pochi giorni nel mese di maggio di quest'anno, quivi trapassò. Vi fu opinione, che fosse stata proccurata la sua morte con veleno, per vendetta della morte del Marchese di Pescara, e perchè a lui dovea succedere nella carica di Vicerè D. Ugo di Moncada[337]. Non leggiamo di lui alcuna Prammatica, perchè quasi sempre essendo lontano da Napoli, attese agli esercizj di Marte. Fu il suo cadavere portato in Napoli, ove giace sepolto nella Chiesa di Monte Oliveto; e governando intanto il Regno il Collateral Consiglio, fu in suo luogo nella fine di quest'anno 1527 rifatto per Vicerè, D. Ugo di Moncada Spagnuolo.
Non vi fu rapacità ed ingordigia maggiore di quella, che entrato il Borbone in Roma per saccheggiarla, non si praticasse: tutto era disordine e confusione; ed ancorchè Borbone nel primo assalto rimanesse morto d'un colpo d'archibugio, ciò diede al suo esercito spinta maggiore d'incrudelire contra quella Città. Entrarono dopo picciolo contrasto i soldati nel Borgo. Il Papa si ritirò in Castel S. Angelo, dove fu assediato, ed i soldati non trovando più ostacolo entrarono per Porta Sisto in Roma. Non vi fu crudeltà, irreverenza, avarizia e libidine, che non fosse esercitata. Posero il tutto a sacco, nè si può immaginare quanta rapacità, quanto fosse stato il vilipendio delle Chiese, gli obbrobrj fatti a' Cardinali, ed agli altri Prelati, e quanta la libidine usata contra l'onore delle donne. L'esercito della lega, non trovando modo di poter soccorrere al Papa per le difficoltà proposte dal Duca d'Urbino, conchiuse essere impossibile allora soccorrere il Castello; onde il Pontefice, abbandonato d'ogni speranza, si accordò come potè il meglio con gl'Imperiali, di pagare all'esercito 400 mila ducati: di restar egli prigione in Castello con tutti i Cardinali, che vi erano in numero di tredici, insino a tanto che fossero pagati i primi 150 mila ducati: poi andassero a Napoli, o a Gaeta per aspettare quello che di loro determinasse Cesare: che restasse in potestà di Cesare il Castello di S. Angelo, mentre a lui piacerà di ritenerlo con l'altre Rocche: ed altre capitolazioni, che possono leggersi presso il Guicciardino[338].
Come fu fatto quest'accordo, entrò nel Castello il Capitan Alarcone con tre compagnie di fanti spagnuoli ed altre tante tedesche, il quale deputato alla guardia del Castello e del Pontefice, lo guardava con grandissima diligenza, ridotto in abitazioni anguste, e con picciolissima libertà.