Pervenuto in Francia ed in Inghilterra la novella d'un così orribil fatto, e della prigionia del Pontefice, si mossero quei due Re più fieri che mai contra l'Imperadore, non solo per la pietà cristiana che professavano, e per la divozione alla Sede Appostolica; ma molto più per l'odio privato implacabile, che portavano a Cesare: Francesco I per cagioni assai note, ed Errico VIII Re d'Inghilterra, perchè avendogli prestate grosse somme di denari, quando glie le dimandava, era pasciuto di parole, e menata in lungo la restituzione. Si strinsero perciò fra di loro, con deliberazion ferma d'unire tutte le loro forze, e mandare potenti eserciti in Italia; non pure per liberar il Papa dall'oppressione in che stava con toglierlo di mano dagli Spagnuoli, ma invadere con potente esercito il Regno di Napoli, e toglierlo dall'ubbidienza dell'Imperadore. Facilitava l'impresa l'unione de' Vineziani, e de' Svizzeri, i quali mossi ancor essi a pietà del Papa e di Roma, sollecitavano il pigliar l'armi, acciò che tutti insieme aggiunti potessero liberare il Papa, e riacquistar il Regno di Napoli. Sperava ancora il Re di Francia, che vedutosi Cesare astretto in cotal guisa, ed esausto per le paghe de' suoi eserciti, che contra tanti dovea mantenere, facilmente si sarebbe indotto, pagandogli una buona taglia, a restituirgli i due suoi figliuoli, ch'erano rimasi per ostaggi in Ispagna.
Fu per ciò immantenente risoluto il passaggio degli Svizzeri in Italia, assoldata nuova gente in Francia, contribuendo il Re d'Inghilterra con denari, ed altri con gente; tanto che fu unito un fioritissimo esercito con prestezza mirabile, e fu dato il supremo comando di quello al famoso Odetto di Fois Monsignor Lautrech, un de' Capitani più insigni, che avesse allora la Francia, il qual si mosse da Francia per Italia per liberar prima il Papa, e poi passare alla conquista del Regno.
Dall'altra parte, giunto che fu in Ispagna l'avviso del sacco di Roma, e della prigionia del Papa fu cosa maravigliosa, quanto da Cesare e dagli Spagnuoli s'affettasse il dolore e la mestizia. Giunse il tempo, quando per la natività del Principe D. Filippo figliuol primogenito dell'Imperadore, la Spagna era al maggior colmo di gioja e d'allegrezza, e la Corte in feste e in tornei; e pure l'Imperadore fece tosto cessar le feste, vestissi di lutto in segno del dolore che mostrava averne, e tutta la sua Corte parimente si vide con abiti lugubri: si fecero processioni lunghe, e numerose, pregando N. S. per la liberazione del Papa. I Frati, i Preti nelle loro Chiese con pubbliche preci assordavano il Cielo, implorando il Divino ajuto per la libertà del loro Sommo Sacerdote, come se non in mano di Cesare in Roma, ma dell'Imperadore de' Turchi sotto duro carcere in Costantinopoli e' si stasse. E nel medesimo tempo Papa Clemente sofferiva la stretta custodia del Capitan Alarcone, il quale lo guardava, ridotto in abitazioni anguste, con severità e alterigia spagnuola; e l'Imperadore con la solita tardità degli spagnuoli stava deliberando, se dovea ratificar l'accordo fatto nel Castel di S. Angelo, ovvero imporre più dure condizioni alla sua liberazione: a tanti Principi che di ciò lo ricercavano per mezzo de' loro Oratori, dava egli benignissime parole, ma incerta e varia risoluzione. Avrebbe egli desiderato, che la persona del Pontefice fosse condotta in Ispagna, giudicando sua gran riputazione, se d'Italia in due anni fossero stati condotti in Ispagna due così gran prigioni, un Re di Francia ed un Pontefice Romano.
(Il Varchi Istor. Fior. lib. 5 A. 1521 pag. 119 rapporta ancora che questa tardanza ed irresoluzione di Cesare nasceva, perchè secondo credevano li più prudenti, (sono le sue parole) che l'intendimento suo fosse di volere il Papato a quell'antica simplicità e povertà ritornare, quando i Pontefici senza intromettersi nelle temporali cose, solo alle spirituali vacavano. La quale deliberazione era, per l'infinite abusioni e pessimi portamenti di Pontefici passati, lodata grandemente, e desiderata da molti, e già si diceva infino a plebei uomini, che non istando bene il Pastorale e la Spada, il Papa dover tornare in S. Giovanni Laterano a cantar la Messa.)
Nulladimanco avendo inteso i tanti apparati di guerra, non meno de' Svizzeri e Vineziani e Franzesi, che del Re d'Inghilterra, il quale sopra gli altri ardentissimamente desiderava la liberazione del Papa, per non irritare tanto l'animo di questo Re, e perchè tutti li Regni di Spagna, e principalmente i Prelati ed i Signori detestavano molto, che dall'Imperador Romano, protettore ed avvocato della Chiesa, fosse con tanta ignominia di tutta la Cristianità tenuto in carcere colui, che rappresentava la persona di Cristo in terra; avendo poi, dopo aver tardato più d'un mese a far deliberazione alcuna, intesa l'andata di Lautrech in Italia, e la prontezza del Re d'Inghilterra alla guerra; si risolse finalmente di mandar commessione al Vicerè di Napoli per la liberazione del Pontefice e restituzione di tutte le Terre e Fortezze occupategli. Mandò per tanto in Italia il Generale di S. Francesco, e Veri di Migliau con commessione sopra questo negozio al Vicerè Launoja, il quale trovandosi morto quando arrivò il Generale, fu necessario trattare il negozio con D. Ugo di Moncada, al quale anche si distendeva il mandato di Cesare; ed avendo il Generale comunicato con D. Ugo, andò a Roma insieme con Migliau. Conteneva questo negozio due articoli principali, l'uno, che il Pontefice soddisfacesse all'esercito creditore in somma grossissima di danari; l'altro, la sicurtà di Cesare, che il Pontefice liberato non s'unisse co' suoi nemici, ed in questo si proponevano dure condizioni di statichi, e di sicurtà di Terre.
Trattossi per queste difficoltà la cosa lungamente, ed il Pontefice per facilitarla, continuamente sollecitava Lautrech (ma occultamente) a farsi innanzi: l'assicurava, che qualunque cosa ch'ei forzato promettesse agli Imperiali, uscito di carcere, e condotto in luogo sicuro, non l'osserverebbe. Finalmente venne nuova commessione di Cesare, il quale sollecitava, che il Pontefice si liberasse con più soddisfazione sua, che fosse possibile, soggiungendo bastargli, che liberato non aderisse più a' Collegati, che a lui. Si credette che da Cesare, e da' suoi si facilitasse la liberazione del Papa per lo timore, che avevano della venuta di Lautrech, e per condurre per ciò quanto più presto si potesse il loro esercito alla difesa del Reame di Napoli: ma come che ciò era impossibile farsi, senza assicurar i soldati degli stipendj decorsi, i quali ricusavano ammettere ogni compensazione, che loro si opponeva, per le tante prede, e tanti guadagni fatti nel sacco di Roma: per ciò si badò unicamente a provvedere a questi pagamenti, e si pensò meno all'assicurarsi per lo tempo futuro del Pontefice. Fu conchiusa dunque all'ultimo d'ottobre, dopo sette mesi della prigionia del Papa, la concordia in Roma col Generale, e con Serenon in nome di Don Ugo, che poi ratificò, la quale conteneva questi Capitoli.
Che il Papa non contrariasse a Cesare nelle cose di Milano e di Napoli: gli concedesse la Crociata in Ispagna, ed una decima delle entrate ecclesiastiche in tutti li suoi Regni: rimanessero per sicurtà dell'osservanza in mano di Cesare, Ostia, e Civitavecchia: consegnassegli Civita Castellana, la Rocca di Forlì; e per Istatichi Ippolito ed Alessandro suoi nipoti, ed insino a tanto, che costoro venissero da Parma, dove allora trovavansi, i Cardinali Pifano, Trivulzio e Gaddi, che furono condotti dagl'Imperiali nel Regno di Napoli.
(Il Varchi[339] aggiunge, che furono condotti nel Castel Nuovo, dove per più tempo furono guardati).
Pagasse subilo il Papa a' Tedeschi ducati settantasettemila, con questo che lo lasciassero libero con tutti i Cardinali, con potersene uscire da Roma e dal Castello: chiamandosi libero ogni qual volta fosse condotto salvo in Orvieto, Spoleto, o Perugia, e fra quindici dì dopo l'uscita di Roma pagasse altrettanti denari a' Tedeschi; ed il resto poi (che ascendeva col primi a ducati più di trecentocinquantamila) pagasse infra tre mesi a' Tedeschi e Spagnuoli secondo le rate loro.
Fra queste condizioni le più dure furono quelle dello sborso di tanto denaro, che portò discordie grandissime ed inuditi scandali. Per soddisfare i primi 150 mila ducati, secondo l'accordo prima fatto nel principio della prigionia, bisognò al Pontefice con grandissima difficultà ricavarli parte in danari, parte con partiti fatti con Mercatanti genovesi sopra le decime del nostro Regno di Napoli, e sopra la vendita di Benevento: ma appena soddisfatti i soldati di questa somma, dimandarono per il resto de' denari promessi altre sicurtà ed altro assegnamento di quello erasi loro fatto sopra varie imposizioni per lo Stato Ecclesiastico: cose tutte impossibili ad eseguirsi da un Papa incarcerato; e pure dopo molte minacce fatte agli Statichi, e di tenerli incatenati con grandissima acerbità, li condussero ignominiosamente in Campo di Fiore, dove rizzarono le forche, come se incontanente volessero prendere di loro quel supplicio. Ora, che in esecuzione di questa nuova concordia, per uscir di prigione doveano pagar somme sì immense, bisognò a Clemente venire a que' estremi rimedj, a' quali non avea voluto prima ricorrere. Creò per danari alcuni Cardinali, con esporre all'incanto quella dignità, della quale si videro decorate persone la maggior parte indegne di tanto onore. Per il resto concedette nel nostro Reame di Napoli le Decime sopra i beni delle Chiese ed Ecclesiastici, e la facoltà d'alienare i beni Ecclesiastici; convertendosi per concessione del Vicario di Cristo (così sono profondi li giudicj Divini) in uso ed in sostentazione d'eretici quel ch'era dedicato al Culto di Dio: si pose mano agli Spogli delle Chiese vacanti ed incamerazioni, e furono inventati altri mezzi per cavar denari.