(Il Varchi narra[340] che pubblicamente, e poco meno, che messi all'incanto, furono a prezzo venduti sette Cappelli di Cardinali).

Con questi modi avendo stabilito ed assicurato di pagare a' tempi promessi, dette anche per istatichi, per la sicurtà de' soldati, li Cardinali Cesis ed Orsino, che furono condotti dal Cardinal Colonna a Grottaferrata; ed il Papa temendo non la mala volontà, che sapeva avere contra lui D. Ugo nostro Vicerè, sturbasse ogni cosa, affrettò l'uscita, e la notte degli 8 di dicembre di quest'anno 1527, senza aspettar il nuovo giorno statuito alla sua uscita, segretamente ed In abito di Mercatante uscì dal Castello, e portossi frettolosamente in Orvieto, nella quale Città entrò di notte, non accompagnato da alcuno de' Cardinali. Esempio certamente, come scrive il Guicciardino[341], molto considerabile, e forse non mai, da poi che la Chiesa fu grande, accaduto. Un Pontefice caduto di tanta potenza e riverenza, essere custodito prigione, perduta Roma e tutto lo Stato, e ridotto in potestà d'altri. Il medesimo nello spazio di pochi mesi restituito alla libertà, rilasciatogli lo Stato occupato, ed in brevissimo tempo già ritornato alla pristina grandezza. Tanta era appresso a' Principi Cristiani l'autorità del Pontificato, ed il rispetto che da tutti gli era portato.

CAPITOLO IV. Spedizione di Lautrech sopra il Regno di Napoli, sue conquiste, sua morte e disfacimento del suo esercito, onde l'impresa riuscì senza successo. Rigori praticati dal Principe d'Oranges contra i Baroni incolpati d'aver aderito a' Franzesi.

L'anno 1528[342] fu pur troppo infelice al Regno di Napoli, perchè combattuto da tre Divini flagelli, di guerra, di fame e di peste, poco mancò, che non vedesse l'ultima sua desolazione. La peste, che sin dal mese di Settembre del passato anno cominciò a farsi sentire in Napoli, vie più crescendo riempiva d'orrore il Regno.

Dall'altra parte, dopo la liberazione del Pontefice, rotto ogni trattato di pace, avendo gli Ambasciadori del Re di Francia e d'Inghilterra intimata a Cesare la guerra, accelerossi la venuta di Lautrech alla conquista del Regno, ed essendosi già congiunta l'armata Franzese guidata dall'Ammiraglio Andrea Doria con quella de' Vineziani per l'impresa di Sardegna, per facilitare la guerra di Napoli, essendo sbattuta da venti, vennero a scorrere le riviere del Regno, per dar maggior calore all'impresa di Lautrech, il quale non aspettando la Primavera, il dì 9 di gennajo partì di Bologna, dove avea svernato colle sue genti, e per la via di Romagna e della Marca arrivò sul fiume Tronto (confine tra lo Stato Ecclesiastico ed il Regno) il decimo dì di febbrajo, dove trovò ogni cosa sprovveduta, onde gli fu facile d'impadronirsi di buona parte dell'Apruzzo e della Città dell'Aquila, dove fatta la rassegna delle sue truppe, le ritrovò ch'erano 30 mila persone a piedi e cinquemila a cavallo[343].

Avrebbe fatto il simigliante in brevissimo tempo in tutto il Regno, perchè, o fosse per l'affezione al nome de' Franzesi, o per l'odio a quello de' Spagnuoli, tutte le Terre dell'uno e l'altro Apruzzo anticipavano a rendersi vinticinque o trenta miglia innanzi alla venuta dell'esercito. Ma l'esercito imperiale uscito di Roma ritardò il fortunato suo corso, e gli fece abbandonare il cammino dritto, che avea preso verso Napoli, non si fidando per li monti condurre le artiglierie, il cui trasporto per ogni picciola opposizione dei nemici poteva essere impedito; e perciò Lautrech fu costretto di pigliare il cammino più lungo di Puglia a canto alla marina.

Intanto l'esercito imperiale comandato dal Principe d'Oranges, che in luogo del Duca Borbone era stato dall'Imperadore creato Capitan Generale, s'incamminò alla volta del Regno per opporsi a' nemici. Il Principe d'Oranges comandava i Tedeschi, il Marchese del Vasto, che di mala voglia ubbidiva al Principe, comandava l'infanteria spagnuola, e D. Ferrante Gonzaga la Cavalleria. In Puglia presso Troja venuti gli eserciti a fronte, non si diede battaglia, ma si trattennero alquanti dì in semplici scaramucce e scorrerie. Ma poco da poi, a' 22 marzo, Lautrech incamminatosi alla volta di Melfi, prese per assalto quella Città, facendovi prigione il Principe Sergianni Caracciolo, che valorosamente la difendeva, e gli Spagnuoli si ritirarono alla Tripalda. Presa Melfi, si rese Ascoli, Barletta, Venosa e tutte l'altre Terre convicine. Trani e Monopoli, nel medesimo tempo si resero ai Vineziani; poichè secondo l'ultime convenzioni fatte col Re di Francia, s'acquistavano ad essi tutti que' Porti del Regno, che possedevano innanzi alla rotta ricevuta dal Re Luigi nella Chiaradadda.

I Capitani imperiali giunti alla Tripalda si abboccarono col Vicerè D. Ugo, col Principe di Salerno e Fabrizio Marramaldo, che ivi erano accorsi con tremila fanti Italiani e diece pezzi d'artiglieria; e tutti di comun accordo conchiusero di ritirarsi in Napoli ed a Gaeta alla difesa di quelle Città, come fecero, abbandonando tutto il Paese circostante. Allora Lautrech s'incamminò col suo esercito verso Napoli, e nel passaggio arrenderonsi a lui Capua, Nola, Acerra, Aversa e tutte le Terre circostanti, alloggiando quattro dì nell'Acerra, donde spedì Simone Tebaldi romano con 150 Cavalli leggieri e 500 Corsi disertati dal Campo imperiale per non essere pagati, all'impresa di Calabria. E già Filippino Doria, con otto Galee d'Andrea Doria e due Navi, era venuto alla spiaggia di Napoli, e fatto con l'artiglierie disloggiare gl'Imperiali dalla Maddalena. Ma le sue Galee non bastavano a tenere totalmente assediato il Porto di Napoli; perciò Lautrech sollecitava le Galee de' Vineziani, che venissero ad unirsi con le Genovesi, e quelle dopo essersi lentamente rimesse in ordine a Corfu, erano venute nel Porto di Trani: ma esse (quantunque già si fossero arrendute loro le città di Trani e di Monopoli) preponendo i comodi proprj agli alieni (benchè dalla vittoria di Napoli dependessero tutte le cose) ritardavano per pigliare prima Poligano, Otranto e Brindisi; a' 19 di aprile il Provveditore degli Stradiotti Andrea Civrano, che militava per li Vineziani, ruppe presso la Vetrana il Vicerè della Provincia d'Otranto, il quale a gran fatica si salvò a Gallipoli col Duca di S. Pietro in Galatina; e Lecce Metropoli di quella Provincia e S. Pietro in Galatina con tutte le altre Terre circostanti si resero[344].

Intanto per sì fortunati successi delle armi della Lega, vedendosi già Lautrech avvicinato alle mura di Napoli, fu dibattuto da' Capitani Imperiali il modo della difesa; il Marchese del Vasto era di parere, unito l'esercito in Napoli, che s'alloggiasse fuori delle mura, parendogli viltà d'animo lo inserrarsi dentro; ma prevalse il parer contrario del Vicerè Moncada, del Principe d'Oranges, di D. Ferrante Gonzaga, dell'Alarcone e di tutti gli altri Capitani di ritirarsi dentro. In Napoli eran rimasi pochissimi abitatori, perchè tutti quelli che aveano o facoltà o qualità, s'erano ritirati, chi ad Ischia, chi a Capri e chi all'altre Isole vicine. I Baroni che vi eran rimasi, erano di sospetta fede, perchè sebbene all'avviso della venuta di Lautrech, s'erano molti Baroni e li più potenti e ricchi offerti al Vicerè Moncada di spendere il sangue e la roba in servizio di Cesare; nulladimeno per aver egli composta la maggior parte di quelli in denaro contante, in vece del servizio personale, e data loro licenza di potere alzare in caso di necessità le bandiere di Francia, senza che fosse loro imputato a fellonia o ribellione (oltre di molti altri che vi erano dentro della fazione Angioina) fu riputato savio consiglio, a fine di tener la Città sicura di qualche rivoluzione, che l'esercito si ritirasse dentro le mura della Città. Il popolo, alcuni per timore, altri per l'odio del nome spagnuolo, avea parimente bisogno di coraggio e di freno. Ed in fatti fu tale il suo timore, quando vide l'esercito Franzese alla vista della Città, che non si vedea altro per le strade, che processioni, e non s'udivano che pubbliche preci, e dimandar pietade; tanto che il Marchese del Vasto fu costretto ricorrere al Vicerè Moncada, perchè quelle si proibissero, come fu fatto, con incoraggir il popolo, che stasse di buon animo, e che le orazioni si facessero privatamente nelle Chiese e ne' Monasteri[345].

Ma tutte queste insinuazioni niente giovarono, quando il primo sabato di maggio, che in quell'anno fu alli 2 di quel mese, non si vide secondo il solito liquefarsi il sangue alla vista del Capo di S. Gennaro lor Protettore[345a]. Allora sì che s'ebbero per perduti e la Città nell'ultima costernazione. Ma come più innanzi diremo, fur vani gl'infausti pronostici, e seguirono effetti tutti contrari.