Il famoso Lautrech, il penultimo di d'aprile, alloggiò il suo esercito tra Poggio Reale ed il Monte di San Martino, distendendosi le sue genti insino a mezzo miglio, ed egli si mise più innanzi di Poggio Reale in una collina nella Vigna del Duca di Montalto, la quale d'allora in poi mutò nome, e sin oggi vien quel luogo appellato Lotrecco. Il celebre Pietro Navarra, Cantabro, che prima militando sotto l'insegna di Cesare, per mala soddisfazione portossi da poi al servigio di Francia, alloggiò in quelle colline, che sono all'incontro la Porta di S. Gennaro, e si distendono per fino al Monte di S. Martino.

Il Principe d'Oranges, dall'altra parte, fece subito fortificare il Monte di S. Martino, acciò che non fosse occupato da' Franzesi, i quali s'erano accampati negli altri vicini colli; ed allora fu, che fece abbattere la Torre del Sannazaro a Mergellina, luogo destinato da lui per le Muse: onde questo Poeta pieno di sdegno andossene in Roma, dove morì senza veder più Napoli; nè mancò per l'indignazione conceputa, ne' suoi versi covertamente malmenare così il Principe, come gli Spagnuoli, a' quali e per l'amore de' Re d'Aragona di Napoli suoi benefattori, e per l'odio conceputo al nome loro, avea notabile avversione. E narrasi, che trovandosi in Roma gravemente infermo e fuor d'ogni speranza di sua salute, intesa prima di morire la morte del Principe, si rallegrasse non poco, dicendo che Marte avea voluto già far vendetta delle Muse, da costui oltraggiate.

Non mancava in oltre provveder Napoli di frumento e d'ogni altra munizione così di bocca, come di guerra, per far valida difesa: e si cominciò ancora ad arrolare molta gente del popolo napoletano adatta all'armi per servirsene ne' bisogni: ma non altrimenti, che de' servi accadde in Roma, avvenne in Napoli dei suoi Cittadini. Il Senato Romano, che per togliere la confusione che vi era nella Città ripiena di tanti servi, avea deliberato, perchè si distinguessero da liberi Cittadini Romani, di contrassegnargli negli abiti con una nota distinta, quando vidde che per l'eccessivo lor numero, con notarsi con quel marco i servi, come dice Seneca, avrebbero saputa quanto era grande la lor forza, s'astenne di farlo. Così gli Spagnuoli fecero in Napoli in questa occasione; poichè avvedendosi, che con arrolarne tanti, il popolo Napoletano avrebbe ben conosciuta la forza che teneva nella sua moltitudine, i Capitani spagnuoli dissuasero al Principe d'Oranges, ed al Vicerè Moncada, che non si seguitasse il rollo cominciato, e così levaron mano, e s'astennero di proseguirlo[346].

Intanto, mentre si consumava il tempo in varie e spesse scaramucce dalle genti dell'uno e l'altro esercito, Lautrech non volle tentar l'espugnazione di Napoli, così per la moltitudine e valore de' defensori, come perchè sperava, che a' nemici dovessero mancar denari e vettovaglie, e prolungando l'assedio, siccome avea ridotto a sua divozione la maggior parte del Regno e molti Baroni, che si diedero al partito del Re di Francia; così credeva fermamente, e n'avea data certezza al suo Re, che Napoli fra breve avrebbe dovuto rendersi. Confermollo in questa speranza la sconfitta, che alquanti dì da poi diede Filippino Doria all'armata imperiale nel Golfo di Salerno.

Erano entrati in speranza il Principe d'Oranges, ed il Vicerè Moncada di rompere l'armata di Filippino, e sollecitavano l'impresa prima che sopraggiungessero nuovi ajuti; perchè Andrea Doria con le Galee, ch'erano a Genova non si movea; dell'armata preparata a Marsiglia non s'intendeva cos'alcuna, e l'armata vineziana, li quale intenta più all'interesse proprio, che al beneficio comune, anzi più tosto agli interessi minori ed accessorj, che agli interessi principali, attendeva alla spedizione di Brindisi e di Otranto, delle quali città, Otranto avea convenuto di arrendersi, se fra sedici dì non era soccorso, ed in Brindisi, benchè per accordo avesse ammesso i Vineziani, si tenevano ancora le Fortezze in nome di Cesare.

Ma prima d'avviarsi all'impresa, bisognò comporre una grave contesa insorta tra il Vicerè di Moncada, ed il Principe d'Oranges intorno al comando dell'armata. Furono questi due Capitani in continue gare: il Principe d'Oranges come Capitan Generale, sustituito da Cesare in luogo del Duca Borbone, pretendeva l'assoluto comando sopra tutti: il Vicerè come Capitan Generale del Regno, ove la guerra si faceva, pretendeva all'incontro non ubbidirlo; e questa divisione separò gli eserciti, con grave danno di Cesare, in due fazioni, chi seguitava la parte del Vicerè, chi quella del Generale Oranges. Nel comandare l'armata navale sursero vie più fiere le competenze; il Principe, come Generale dell'esercito, voleva a se arrogarsi il comando; D. Ugo ostinatamente repugnava, poichè, oltre il carico di Vicerè, si trovava egli allora anche G. Ammiraglio del Regno, a cui s'apparteneva il pensiero, e comando delle cose del mare. Non volendo l'un cedere all'altro, per non ritardare l'espedizione, fu risoluto che si desse il comando di quella impresa al Marchese del Vasto, ed al Gobbo Giustiniano nelle cose marittime veterano e famoso Capitano. D. Ugo per mostrar il suo valore e zelo, vi volle andare da semplice soldato, ed il suo esempio mosse Ascanio e Camillo Colonna, Cesare Ferramosca, il Principe di Salerno ed altri ad andarvi. Non vi erano nel Porto di Napoli che sei Galee e due Vascelli, ed il maggior fondamento non si faceva in sul numero, ma nella virtù de' combattenti, perchè empirono i loro legni di mille archibugieri spagnuoli de' più valorosi; e per ispaventare i nemici di lontano col prospetto di maggiore numero di legni, v'aggiunsero molte barche di Pescatori. Partirono il primo dì di giugno da Posilippo, e s'incamminarono alla volta di Capri: dove arrivati allo spuntar del 'giorno, videro i naviganti uscir da una spelonca un Romito spagnuolo assai noto, chiamato Consalvo Barretto, il quale essendo prima soldato, lasciata la milizia, erasi in quel luogo ritirato a menar vita solitaria. Costui vedendo le Galee imperiali, gridando ad alta voce, fece sì che D. Ugo con grandissimo pregiudizio di quell'impresa perdesse tempo ad udirlo. Egli assicurava l'armata, dandogli più benedizioni, che andasse pur felice a valorosamente combattere, perchè secondo l'apparizioni, che egli avea avute la notte, dovea ella rovinare i vascelli nemici, ammazzar molta gente, e per questa battaglia liberare il Regno di Napoli dall'oppressione in che si trovava[347]. I creduli soldati ricevendo come oracolo di felice augurio le parole del Romito, con festa e giubilo e suoni di trombe, promettendosi certa vittoria, andarono ad affrontar i nemici nel Golfo di Salerno vicino al Capo d'Orso. Ma azzuffatisi insieme le due armate, ben tosto s'avvidero quanto fossero sciagurati e vani gl'infelici pronostichi di quel fanatico. Tutti al contrario seguirono gli effetti. Fu l'armata imperiale interamente disfatta dal Doria: i soldati, ch'erano su le Navi, quasi tutti morti, ed i feriti fatti prigioni. D. Ugo valorosamente combattendo fu prima ferito nel braccio, e mentre confortava i suoi, da' sassi e da' fuochi gittati dalle Galee nemiche, restò miseramente morto, e poi crudelmente fu gittato in mare; e questo medesimo avvenne al Ferramosca. Il Marchese del Vasto, Ascanio Colonna, amendue feriti, il Principe di Salerno, il Santa Croce, Camillo Colonna, il Gobbo, Serenon, Annibale di Gennaro e molti altri Capitani e Gentiluomini restarono tutti prigioni: i quali tosto furon mandati da Filippino con tre Galee ad Andrea Doria prigionieri a Genova.

Ecco l'infelice successo di questa spedizione: ecco ancora l'infelicissimo fine del nostro Vicerè Moncada, il quale in tempi così turbolenti non potè godere del governo del Regno, che per soli sei mesi; perciò di lui non ci restano leggi, nè ebbe spazio fra noi lasciarci altra memoria. I Napoletani a' 8 giugno gli fecero solenni esequie; ed il Guicciardino, che parimente narra il suo cadavere essere stato buttato a mare, rende ancora non verisimile quel che alcuni scrissero, che fosse stato portato ad Amalfi, e poi condotto in Valenza, dove gli fu eretto un superbo tumulo, con iscrizione ed elogio. Che che ne sia, prese in suo luogo il carico di nuovo Vicerè Filiberto di Chalon Principe d'Oranges.

A tanta prosperità delle armi Franzesi s'aggiunse l'arrivo dell'armata vineziana di ventidue Galee, la quale, dopo essersi impadronita di quelle Piazze nell'Adriaco, passando il Faro di Messina, giunse al Golfo di Napoli a' 10 di questo mese, era costeggiando di continuo il nostro mare, e tutta intesa ad impedire i viveri alla Città assediata; ma era tanta l'avidità ed avarizia degli arditi marinari, che non perciò mancavano di venire ogni giorno nuovi rinfreschi da Sorrento, Capri, Procida, Ischia ed altri luoghi, mettendosi i marinari a mille rischi per la speranza di grossi guadagni.

Questi fortunati successi diedero speranza grande ai Franzesi di terminar fra poco tempo tutta l'impresa. Cominciò Lautrech con l'artiglieria a battere la Città da quelle colline, dove stava accampato Pietro Navarra. Fece ancor levar l'acqua del formale, ch'entrava dentro la Città dalla banda di Poggio Reale; ma siccome per l'abbondanza de' pozzi sorgenti, che vi sono dentro, non le recò molto danno, così per altra via riuscì ciò dannosissimo non meno a Napoli, che al suo esercito; poichè l'acqua allagando e stagnando in que' contorni, cagionando mal aria, fece augumentar la peste e le infermità che correvano sino al suo Campo. Si vide perciò la Città miseramente afflitta da crudel peste, dall'artiglieria, che tirava alle sue mura e da grande carestia di farina, carni e vino, essendo obbligati gli assediati di nutrirsi di grano cotto. A tutti questi mali s'aggiungevano i disagi, che l'apportavano gl'istessi soldati spagnuoli e tedeschi, li quali usando insolenze grandissime, rubavano, sforzavano donne, ammazzavano e maltrattavano, alle quali cose i Napoletani non usi, per non avere avuto da molto tempo guerra in casa propria, mal volentieri comportavano simili strazi.

Ma, mentre le cose erano in tale estremità, la fortuna, che sino a questo punto erasi mostrata cotanto propizia a' Franzesi, si vide tosto mutata ai lor danni, ed a favorire le parti di Cesare. Andrea Doria mal soddisfatto del Re di Francia, a persuasione del Marchese del Vasto suo prigioniere, lasciati gli stipendi di quel Re, andò a servir Cesare; per la qual cosa Filippino Doria con tutte le Galee partì da Napoli il quarto dì di luglio. Quello, che poi accelerò più la ruina de' Franzesi, furono le infermità cagionate in gran parte nel loro esercito, dall'aver tagliati gli acquidotti di Poggio Reale per torre a Napoli la facoltà del macinare, perchè l'acqua sparsa per lo piano, non avendo esito corrompè l'aria; onde i Franzesi intemperanti, ed impazienti del caldo s'ammalarono. Si aggiunse ancora la peste penetrata nel Campo per alcuni infetti mandati studiosamente da Napoli nell'esercito. Così cominciarono le cose de' Franzesi a declinar tanto, ch'eran divenuti da assedianti, assediati; ed al contrario in Napoli cresceva ogni dì la comodità e la speranza. Ma si videro nell'ultima declinazione, quando infermatosi ancora Lautrech, per l'infezion dell'aria e per dispiacere di veder quasi tutta la sua gente perduta, a' 15 agosto trapassò di questa vita, in su l'autorità e virtù del quale si riposavano tutte le cose. Fu sepolto nell'istessa Vigna del Duca di Montalto, dove stava accampato, e rimasero esposte le sue gloriose ossa all'ignominia ed avarizia degli Spagnuoli; di che avertito da poi Consalvo Duca di Sessa nipote del G. Capitano con alto magnanimo e pietoso, fecele trasferire in Napoli, e seppellire nella sua Cappella nella Chiesa di S. Maria la Nuova, dove fece loro ergere un superbo tumulo di marmo, ed ancor oggi vi si legge pietoso elogio. Il simile fece questo Signore alle ossa del famoso Pietro Navarro, il quale poco da poi della disfatta dei Franzesi, fatto prigione, essendo morto nelle carceri di Castel Nuovo, gli fece parimente nell'istessa Cappella ergere pari tumulo con iscrizione che ancor ivi si vede[348].