La morte di sì insigne Capitano, restando il comando dell'esercito al Marchese di Saluzzo non pari a tanto peso, multiplicò i disordini; e sopraggiunto nel medesimo tempo Andrea Doria, come soldato di Cesare con dodici Galee a Gaeta, i Franzesi rimasi quasi senza gente e senza governo, non potendo più sostenersi, si levarono dall'assedio per ritirarsi in Aversa; ma presentita dagli Imperiali la loro levata, furono rotti nel cammino, dove fu preso Pietro Navarra e molti altri Capitani di condizione; e salvatosi il Marchese di Saluzzo in Aversa con una parte dell'esercito, non potendosi difendere, mandò fuori il Conte Guido Rangone a capitolare col Principe d'Oranges, il quale ne' principj di settembre accordò al Conte queste Capitolazioni.
Che lasciasse il Marchese Aversa con la Fortezza, artiglierie e monizione, ed egli e gli altri Capitani, fuor che il Conte, in premio di questa concordia, restassero prigioni. Che facesse il Marchese ogni opera, perchè i Franzesi ed i Vineziani restituissero tutte le Piazze del Regno. Che i soldati e quelli che per l'accordo rimanevano liberi, lasciassero le bandiere, l'arme, i cavalli e le robe, concedendo però a quelli di più qualità ronzini e muli per potersene andare; e che i soldati Italiani non servissero per sei mesi contra Cesare.
Così rimase tutta la gente rotta e tutti i Capitani o morti, o presi nella fuga, o nell'accordo restati prigioni. In pochi dì si resero Capua, Nola e tutti gli altri luoghi di Terra di Lavoro. L'armata vineziana si divise dalla Franzese; quella s'avviò verso Levante e questa verso Ponente. Rimasero solo alcune reliquie di guerra in Apruzzo e nella Puglia; poichè in Calabria d'alcuni pochi luoghi, che si tenevano per li Franzesi, non se ne teneva conto. Il Principe d'Oranges gli discacciò poi interamente da quelle Province, e le Piazze ed i Porti, che i Vineziani tenevano occupati nell'Adriatico furono, nella pace universale, che si conchiuse da poi, restituite.
Ma se bene le cose di Napoli si fossero, cessata ancora la peste, vedute in qualche pace e tranquillità; nulladimanco il rigore del Principe d'Oranges, che volle usare co' Baroni, conturbò non poco la quiete del Regno, e fu cagione dell'abbassamento e della desolazione d'alcune famiglie, siccome dell'ingrandimento d'alcune altre. Il suo predecessore D. Ugo avendo, come si disse, composti molti Baroni e data loro licenza in caso di necessità, di poter alzare le bandiere Franzesi, e d'aprir le porte delle lor Terre al nemico, diede la spinta a molti di farlo; ma il Principe d'Oranges, ora che il Regno era libero e ritornato interamente sotto l'ubbidienza di Cesare, non ammettendo a' Baroni quella scusa, e dicendo che il Moncada non avea potestà di rimettere la fedeltà dovuta dal vassallo al suo Sovrano, si mise a gastigarli come ribelli, ad alcuni togliendo la vita, a moltissimi confiscando le robe, e ad altri, per semplice sospetto d'aver aderito a Franzesi, componevagli in somme considerabili, con connivenza ancora di Cesare, il quale avea sempre bisogno di denari per nutrir la guerra, che si manteneva a spese, ora del Papa, ora d'altri, ora con contribuzioni, tasse e donativi, che si proccuravano a questo fine. Si serviva il Principe del ministerio segreto di Girolamo Morone genovese, Commessario destinato a queste esecuzioni, il quale con molta efficacia ed esattezza adempiva l'uffizio suo. Fece in prima tagliar il capo ad Errigo Pandone Duca di Bojano ed al Conte di Morone[349]. Il medesimo avrebbe fatto del Principe di Melfi, del Duca di Somma, di Vicenzo Caraffa Marchese di Montesarchio, di Errigo Ursino Conte di Nola, del Conte di Castro, del Conte di Conversano, di Pietro Stendardo e di Bernardino Filinghiero, se gli avesse avuti nelle mani: de' quali il Marchese di Montesarchio, il Conte di Nola e Bernardino Filinghiero morirono di malattia, prima che i Franzesi uscissero dal Regno, e gli altri se n'andarono in Francia. Tutti questi però furono spogliati de' loro Stati.
Il Marchese di Quarata ed altri Baroni volendosi valere della licenza data loro da D. Ugo Moncada, fu ad essi di giovamento per far loro scampare la vita, ma non già per con far loro perdere la roba, la qual si credette, che l'avrebbero certamente salvata, se fosse stato vivo D. Ugo. Nel numero di questi Baroni furono il Duca d'Ariano, il Conte di Montuoro, il Barone di Solofra, l'uno e l'altro di Casa Zurlo, il Barone di Lettere e Gragnano di Casa Miroballo, ii Duca di Gravina e Roberto Bonifacio ultimamente fatto Marchese d'Oira; delli quali, gli ultimi due ricuperarono da poi a maggior parte delli loro Stati e si composero in denari, come ancora il Duca d'Atri, che ricuperò il suo. Si richiamarono questi a Cesare, che non l'ammise alla reintegrazione de' loro Stati, se non col pagamento d'una somma considerabile di denaro, non avendo potuto in conto alcuno, evitar quest'ammenda. Scrissero con tal occasione i primi Giureconsulti, che fiorirono in Italia a favor de' Baroni, e Decio ne compilò più consiglj; pruovando non potersi venire a somiglianti partiti, che apportavano pregiudicio alla loro innocenza; ma fu in darno gettata ogni lor fatica, perchè Cesare avea bisogno di denari per pagare le truppe, e con tal modo sostener la guerra. Parimente avendo l'Aquila tumultuato, ridotta dal Principe d'Oranges all'ubbidienza, la condannò in ducati 100 mila, che per pagarli bisognò vendere sino gli argenti delle Chiese, ed impegnare a due Mercatanti tedeschi, che pagarono anticipatamente il denaro, la raccolta del Zaffarano, oltre d'averla spogliata della giurisdizione che teneva sopra molti Casali, che l'Oranges donò ad alcuni Capitani del suo esercito.
Dappoichè il Principe ebbe confiscate tutte quelle Terre a' loro antichi Baroni, le divise a' Capitani dell'Imperio. Si tenne per se Ascoli, la quale da poi fu d'Antonio di Leva. Melfi con la maggior parte dello Stato del Principe di Melfi fu data ad Andrea Doria. Al Marchese del Vasto fu dato Montesarchio ed Airola, Lettere, Gragnano ed Angri. A D. Ferrante Gonzaga, Ariano. Ad Ascanio Colonna lo Stato del Duca d'Atri, confiscato per la ribellione del Conte di Conversano; ma gli Apruzzesi vassalli del Duca, non volendo dar ubbidienza ad Ascanio, fu occasione che si vedesse meglio la causa del vecchio Duca d'Atri, e ritrovandosi la persona sua fuori d'ogni sospetto di fellonia, gli fu restituito con darsi ad Ascanio l'equivalente sopra altre Terre.
Le Terre della Valle Siciliana, ch'erano possedute da Camillo Pardi Orpino, furono date a D. Ferrante d'Alarcone, e dopoi anche il Contado di Rende del Duca di Somma. All'Ammiraglio Cardona, Somma. A D. Filippo di Launoja Principe di Sulmona, figliuolo del Vicerè D. Carlo, gli fu dato Venafro già del Duca di Bojano Pandone. A Fabrizio Maramaldo, Ottajano. A Monsignor Beuri Fiamengo, Quarata, che era stata del Marchese Lanzilao d'Aquino. Al Segretario Gattinara, Castro. A Girolamo Colle, Monteaperto. A Girolamo Morone esecutore indefesso de' rigori del Vicerè, in premio della sua severità, la Città di Bojano. E ad altre persone, altre Terre, che la memoria dell'uomo non si può ricordare. Alcuni di questi pretesi felloni ottennero, che le lor cause si fossero vedute per giustizia, siccome ottenne Michele Coscia Barone di Procida, e quella trattatasi in Napoli a' 4 maggio del seguente anno 1529 riportò sentenza conforme a quella del Marchese di Quarata, cioè, che perdesse la roba, ma non la vita; onde Procida fu confiscata, e fu data al Marchese del Vasto[350].
CAPITOLO V. Pace conchiusa tra 'l Pontefice Clemente coll'Imperador Carlo in Barcellona, che fu seguita dall'altra conchiusa col Re di Francia a Cambrai, e poi (esclusi i Fiorentini) co' Vineziani; e coronazione di Cesare in Bologna.
Gl'infelici successi delle armi franzesi in Italia fecero, che pensasse il Papa, l'istesso Re Francesco, e tutti coloro della Lega alla pace; onde tutti i loro pensieri furono rivolti a trovarne il modo. Il Papa fu il primo che trattasse accordo, e per mezzo del General de' Francescani, creato da lui Cardinale del titolo di S. Croce, che sovente portandosi da Spagna in Roma, e da quivi in Ispagna, ridusse l'accordo con Cesare in buono stato, e già in Napoli nel principio di questo nuovo anno 1529 penetrò qualche avviso di speranza di pace. Finalmente dopo essersi negoziata per alquanti mesi dal suddetto Cardinale, fu ridotta a fine da Giovan-Antonio Mascettola, che si trovava in Roma Ambasciadore per l'Imperadore, e si conchiuse molto favorevole per lo Pontefice, o perchè Cesare, desiderosissimo di passare in Italia, cercasse di rimoversi gli ostacoli, parendogli per questo rispetto aver bisogno dell'amicizia del Pontefice, o volendo con capitoli molto larghi dargli maggiore cagione di dimenticare l'offese praticate da' suoi Ministri e dal suo esercito: in effetto gli accordò ciò che il Papa più ardentemente desiderava, cioè lo ristabilimento della sua Casa in Fiorenza, promettendo l'Imperadore per rispetto del matrimonio nuovo di Margherita sua figliuola naturale con Alessandro de' Medici suo nipote, figliuolo di Lorenzo, di rimettere Alessandro in Fiorenza nella medesima grandezza ch'erano i suoi innanzi fossero cacciati.
I Capitoli di questa pace si leggono nell'Istoria del Giovio[351] e del Guicciardino[352], e sono rapportati da altri Scrittori[353]. Il Summonte[354] ed il Chioccarelli[355] ne trascrivono le parole; e per ciò che riguarda il Regno di Napoli, fu convenuto: