Che il Pontefice concedesse il passo per le Terre della Chiesa all'esercito Cesareo, se volesse partire dal Regno di Napoli; e che passando Cesare in Italia debbiano abboccarsi insieme per trattare la quiete universale de' Cristiani, ricevendosi l'un l'altro con le debite e consuete cerimonie ed onore.

Che Cesare curerà il più presto si potrà, o con l'arme, o in altro modo più conveniente, che il Pontefice sia reintegrato nella possessione di Cervia e di Ravenna, di Modena, di Reggio e di Rubiera, senza pregiudizio delle ragioni dell'Imperio e della Sede Appostolica.

All'incontro, concederà il Pontefice a Cesare, avute le Terre suddette, per rimunerazione del beneficio ricevuto nuova investitura del Regno di Napoli, con rimettergli tutti li censi imposti per lo passato, riducendo il censo dell'ultima investitura ad un cavallo bianco, in ricognizione del feudo, da presentarsegli nel giorno di S. Pietro e Paolo. Fu questo censo sempre vario, ora diminuendosi, ora accrescendosi a considerabili somme, le quali poi non pagandosi, i Pontefici per non pregiudicarsi, con altre Bolle solevano rimettere a' Re i censi decorsi, ma volevano, che nell'avvenire si pagassero; ma poi nè tampoco sodisfacendosi, si tornava di nuovo alla remissione.

Per questa capitolazione si tolse ogni censo pecuniario, e la cosa si ridusse ad un solo cavallo bianco da presentarsi il dì di S. Pietro in Roma, come fu da poi praticato. Tommaso Campanella perciò compose una Consultazione De Censu Regni Neapoletani, che non si trova impressa[356]. Paolo IV non ostante questa capitolazione, lo pretese da Filippo II, ed arrivò per questa cagione di non essersi pagato, sino a dichiarare divoluto il Regno; ma di ciò si parlerà più innanzi nel Regno di quel Principe.

Di più sarà conceduta a Cesare la nominazione di ventiquattro Chiese Cattedrali del Regno, delle quali era controversia: restando al Papa la disposizione delle altre Chiese, che non fossero di Padronato e degli altri Beneficj. Di che ci tornerà occasione di lungamente ragionare, quando tratteremo della politia Ecclesiastica del Regno di questo secolo.

E per ultimo, per tralasciar le altre che non appartengono alle cose di Napoli, si convenne, che non potesse alcuno di loro in pregiudicio di questa confederazione, quanto alle cose d'Italia, fare leghe nuove nè osservare le fatte contrarie a questa: possano nondimeno entrarvi i Vineziani, lasciando però quello, che posseggono nel Regno di Napoli.

Furono queste Capitolazioni fatte in Barcellona e furono solennemente ivi stipulate a' 29 giugno di quest'anno 1529, dove intervenendo per Ambasciadori di Cesare Mercurio Gattinara e Lodovico di Fiandra, e per lo Pontefice, il Vescovo Girolamo Soleto suo Maggiordomo, furono ratificate innanzi all'altar grande della Chiesa Cattedrale di Barcellona con solenne giuramento.

Volendo per tanto Cesare in esecuzione di questa concordia riporre Alessandro de' Medici nello Stato di Firenze, deliberò valersi per quella impresa del Principe d'Oranges nostro Vicerè: al quale comandò, che da Apruzzo, ov'era, si mettesse in cammino con la sua gente alla volta di Firenze; e che nel passare andasse a Roma a ricevere gli ordini del Papa.

Nel medesimo tempo con non minor caldezza procedevano le pratiche della concordia tra Cesare ed il Re di Francia, per le quali, poichè furono venuti i mandati, fu destinata la Città di Cambrai, luogo fatale a grandissime conclusioni.

I negoziati di questa pace furono appoggiati a due gran donne, a Madama Margherita d'Austria, zia dell'Imperadore, ed a Madama la Reggente, madre del Re di Francia, acconsentendo a questi maneggi il Re d'Inghilterra, il quale avea mandato per ciò a Cambrai un suo Ambasciadore. Re Francesco si studiava con ogni arte e diligenza, con gli altri Ambasciadori della Lega d'Italia, di dar loro a sentire, che non avrebbe fatta concordia con Cesare, senza consenso e loro soddisfazione. Si sforzava persuaderli di non sperare nella pace, anzi avere volti i suoi pensieri alle provvisioni della guerra: temendo, che insospettiti della sua volontà, non prevenissero ad accordarsi con Cesare; onde mostrò essere tutto inteso a provvisioni militari, e mandò a questo fine il Vescovo di Tarba in Italia con commessione di trasferirsi a Venezia, al Duca di Milano, a Ferrara ed a Firenze per praticare le cose appartenenti alla guerra: e promettere, che passando Cesare in Italia, passerebbe anch'egli nel tempo medesimo con potentissimo esercito. Queste erano l'apparenze; ma il desiderio di riavere i figliuoli, rimasi per ostaggio in Ispagna, lo faceva continuamente stringere le pratiche dell'accordo, per cui a' 7 di Luglio entrarono per diverse porte con gran pompa amendue le Madame in Cambrai; ed alloggiate in due case contigue, che aveano l'adito l'una nell'altra, parlarono il dì medesimo insieme, e si cominciarono per gli Agenti loro a trattare gli articoli; essendo il Re di Francia, a chi i Veneziani, impauriti di questa congiunzione, facevano grandissime offerte, andato a Compiegne, per essere più da presso a risolvere le difficoltà, che occorressero.