Il Conte di Miranda calcò le medesime pedate, e pur che si ricercasse licenza, o Exequatur Regium, che con facilità era conceduto, prestavasi all'Inquisizione di Roma ogni ajuto e favore, in pregiudizio gravissimo del Regno, e de' suoi naturali. Di che poi ne nacquero maggiori disordini, perchè pretendendo la Corte di Roma non istar sottopposte le sue commessioni ed ordini a verun Placito Regio, facea quelli valere, senza ricercarne permesso; onde sovente i Commessarj del S. Ufficio destinati da Roma, la quale soleva per lo più mandar le commessioni a' Vescovi, incarceravano i laici senza licenza del Vicerè, e gli mandavan subito in Roma.

§. III. Inquisizione occultamente tentata da Roma introdursi in Napoli ne' Regni di Filippo III e IV e di Carlo II, ma sempre rifiutata, ed ultimamente con Editto dell'Imperador Carlo VI, affatto sterminata.

L'Inquisizione di Roma era a questi tempi arrivata a tanta alterigia, che pretendeva, che gli Re stessi ed i maggiori Monarchi della Terra stessero a quella soggetti. Introdussero perciò un doppio modo di procedere, uno aperto ed a tutti noto, del qual si servivano contro al popolo ed alle vili persone, che condannava a morte; l'altro segreto ed occulto, per lo quale i Re e le persone Regali erano di nascosto condannati; e si trovò anche modo di poter eseguire contra i medesimi le loro condanne, dichiarandoli decaduti dal Regno, con dar permesso a' sediziosi e malcontenti, concedendo loro, per maggiormente invitarli, indulgenze e sicurezza di coscienza, di cacciargli dal Regno, ovvero occultamente d'insidiar loro la vita. Il cui misterioso ed occulto modo di procedere lo appalesò a noi Francesco Suarez[73] Gesuita Spagnuolo nel suo libro, che intitolò Defensio Fidei. E Richerio[74] rapporta, che per mezzo de' Gesuiti sovente ponessero in pratica questo occulto procedimento, e forse tale fu quello tenuto in Francia contro alla persona di Errico III. Diedesi parimente alla luce nell'anno 1585 un libro stampato in Roma, intitolato Directorium Inquisitorum, dove s'unirono insieme tante sconcezze, che portarono orrore a tutto il Mondo: che l'Ufficio Santo dell'Inquisizione avesse potestà di sentenziare capitaliter in Haereticos, et Fautores Haereticorum: che il Papa ha l'una e l'altra spada spirituale e temporale, per giudicare tutti, anche i Re: che questo S. Ufficio debba procedere per delationem, aut denunciationem et inquisitionem, lasciando da parte stare il procedere per accusationem, perchè questo è un modo multum periculosus, et multum litigiosus: che s'ammettano tutti a render testimonianza, anche i nemici e le persone infami, anche spergiuri, ruffiani, meretrici ed ogni altro: che non debbiasi dar nota dei testimonj e de' loro detti: non si ricevano appellazioni. In breve, rotte tutte le leggi della difesa e tutti gli ordini giudiziarj, senza ordine e senza dependenza d'alcuno, gl'Inquisitori procedessero. Quindi si videro in Roma nella fine di questo secolo strepitose esecuzioni contra i sospetti d'eresia, fra' quali fu Giordano Bruno da Nola Domenicano, il quale nell'anno 1600 fu bruciato in Roma, essendogli stato imputato, che insegnasse la pluralità de' Mondi, e tenesse che i soli Giudei erano discesi da Adamo, e che Mosè fosse stato un gran Mago[75].

Quindi nel nostro Regno non si proccurava più Regio Placito alle loro commissioni, e si procedeva con tal'independenza, siccome in tempo del governo del Duca d'Alba nel 1628 faceva il Vescovo di Molfetta, come Commessario del S. Ufficio di Roma, ed il Nunzio Appostolico di Napoli. E pretendendo ostinatamente poterlo fare, bisognò che s'impegnassero prima i migliori Giureconsulti di que' tempi a farne veder gli abusi, e poi il Re istesso a levarli. Diede alle stampe con tal'occasione Fabio Capece Galeota, allora Regio Consigliere ed Avvocato del Regal Patrimonio, un suo Discorso indrizzato al Duca d'Alba, ed alcune allegazioni: parimente il Presidente di Camera Vincenzo Corcione diede fuori altre sue allegazioni, mostrando essere contra non meno al dritto, che all'inveterato costume del Regno, poner mano ad incarcerarsi nessuna persona di quello per causa d'eresia, senza prima darne notizia al Vicerè che governa, e con sua licenza.

Dal che ne nacque una carta del Re Filippo III, per la quale fu ordinato, che gli ordini del S. Ufficio di Roma non potessero in verun modo eseguirsi nel Regno senza saputa del Vicerè: dichiarandosi, che ciò non s'intendeva per gli Tribunali del S. Ufficio della Corte de' Vescovi ed Arcivescovi del Regno, li quali facendo il loro ufficio ordinario per le cause di religione non han bisogno d'Exequatur Regium. Ma che non possano eseguire quel che loro vien commesso dalla Congregazione, o da Sua Santità da Roma senza darne parte a Sua Eccellenza[76].

Non fu per questa carta del Re Filippo III bastantemente rimediato a' pregiudizj del Regno: poichè non per ciò all'Inquisizione di Roma si proibivano le Commessioni a' Vescovi, che procedessero come loro Delegati, ma contenti solo dell'Exequatur, si dava loro tutto il favore, i processi li fabbricavano essi, s'imprigionava, ed i carcerati si mandavano a Roma: quando per le lettere del Re Filippo II a' soli Vescovi del Regno, come Ordinarj, non come Delegati del S. Ufficio di Roma, dovea permettersi il procedere nelle cause di Religione.

Videsi ciò nell'anno 1614 nella famosa causa di Suor Giulia di Marco da Sepino, nel Terz'Ordine di S. Francesco, del P. Agnello Arciero Crocifero, e del Dottor Giuseppe de Vicariis, li quali in Napoli, facendo mal uso della Mistica, diedero in mille spropositi e laidezze; ed avean dato principio ad una abbominevol Compagnia, alla quale aveano arrolati più loro discepoli, e maschi e femmine. Procedeva in quella Fr. Diodato Gentile Vescovo di Caserta, il quale dimorava in Napoli con carica de' negozj del S. Ufficio, conferitagli dall'Inquisizione di Roma, dalla quale prima gli venne imposto, che Suor Giulia si chiudesse in Monastero; e da poi per ordine della medesima Inquisizione fu fatta trasferire a Cerreto in altro Monastero. Il P. Agnello fu chiamato dal S. Ufficio di Roma, ove si presentò, da cui gli fu tolta la facoltà di udir più confessioni, e gli fu imposto, che non tornasse più in Napoli. Creato da Paolo V il Vescovo di Caserta Nunzio di Napoli, fu data la carica d'Inquisitore al Vescovo di Nocera Fr. Stefano de Vicariis, il quale proccurò da Roma licenza, che Suor Giulia si fosse trasportata in Nocera, come fu eseguito. Ebbe Giulia partigiani molto potenti, fra' quali fu Fabio di Costanzo Marchese di Corleto, e Reggente Decano del Consiglio Collaterale, il quale ottenne alla Congregazione del S. Ufficio di Roma, di cui allora era Capo Inquisitore il Cardinal d'Aragona, che Giulia potesse ritornare in Napoli, siccome tornò, e D. Alfonso Suarez allora Reggente e Luogotenente della Regia Camera le diede un comodo appartamento nel suo Palazzo, dove, per l'opinione della sua finta santità, tirò a se gran concorso non meno di Signori grandi e di Nobili, e particolarmente di Spagnuoli, ch'erano il più inclinati a simili Fanatismi, ma anche di Dame, e gentili donne. Ma i PP. Teatini per mezzo delle confessioni, che alcuni incauti discepoli di Suor Giulia fecero ad essi, scovrirono le laidezze, che si commettevano in quella Compagnia, ed indussero coloro a denunciarli a Monsignor Vescovo di Nocera Inquisitore, e presero l'assunto di fargli vedere co' proprj occhi nelle stanze di Suor Giulia l'empie nozze, e gl'infami congiungimenti d'uomini e donne. E fatto questo, sospettando i Teatini del Vescovo di Nocera, da essi creduto troppo parziale del partito di Suor Giulia, scrissero in Roma a' Cardinali del S. Ufficio ragguagliando loro di quanto occorreva, li quali commisero quest'affare a Monsignor Maranta Vescovo di Calvi, il quale come Delegato dell'Inquisizione di Roma cominci a procedere.

Ebbero i Teatini in questa causa per oppositori i PP. Gesuiti, li quali, essendo loro emuli antichi, favorivano Suor Giulia, ed avevano aggregato al loro Oratorio Giuseppe de Vicariis: e tanto più vigorosamente n'intrapresero la difesa, quanto che vedevano, che il Vicerè istesso, il Conte di Lemos, indotto da' partigiani di Giulia n'avea presa la protezione; poichè avendo il Vescovo Maranta voluto procedere all'esame de' testimonj, fu tosto chiamato dal Vicerè, che gli domandò, se egli procedeva con commessione del S. Ufficio di Roma. Ma il Maranta oltre avergli mostrato le commessioni di Roma, scoprì al Vicerè le scelleraggini, che si commettevano in quella Compagnia, avanzandosi insino a dirgli, che non facesse praticare i discepoli di Suor Giulia con la Viceregina sua moglie. Il Vicerè sorpreso per tal avviso, dando fede alle parole del Vescovo gli permise, ch'incarcerasse tosto Suor Giulia e Giuseppe de Vicariis, li quali furono portati nella prigione dell'Arcivescovado.

Questa sì improvisa carcerazione pose in romore la città; poichè i partigiani di Giulia, ch'erano per lo più Signori, Ufficiali e Religiosi di Ordini cospicui, commossero tutta la città, ed altamente strepitando d'un cotal modo di procedere di fatto, ricorsero dal Vicerè, dicendogli, che ciò che s'imputava a coloro, era tutta calunnia e malignità de' PP. Teatini, li quali s'eran mossi per livore ed invidia, ch'essi hanno contra i Gesuiti, e per levar loro il concorso, che avevano per cagione de' discepoli di Suor Giulia, che frequentavano le coloro Chiese. Furono così efficaci e calorosi questi ufficj presso il Vicerè, che cominciò a dubitare, non fosse ciò tutta impostura dei Teatini, per iscreditare i Gesuiti; onde tornò a chiamarsi il Vescovo Maranta, e parlatogli con molta severità e rigidezza, colui per sua discolpa, e per maggiormente renderlo certo, che non eran calunnie, gli diede il processo da lui fabbricato contra de' rei, acciocchè si rimanesse di favorirli. Il Vicerè lo diede ad osservare a' suoi Ministri, onde facilmente vennero i protettori di Giulia a sapere le denuncie, ed i testimoni, e per ciò s'accinsero ad una valida difesa, ed elessero per Avvocato de' Rei il famoso Scipione Rovito.

Dall'altra parte i Teatini, sopra i quali veniva a cader la tempesta, diedero immantenente avviso agl'Inquisitori di Roma de' disordini accaduti per avere il Maranta pubblicato il processo: ciocchè dispiacque a Roma; onde ordinarono al Vescovo di Calvi, che più non s'intromettesse in questa causa, anzi lo chiamarono in Roma a renderne conto; e nell'istesso tempo delegarono la causa a Monsignor Nunzio, con ordinargli, che in quella severamente procedesse, secondo le leggi di quel Tribunale.