Il Nunzio, senza che gli si facesse ostacolo alcuno, procedè come Delegato nella causa, secondo l'ordine del S. Ufficio di Roma: prese nuova e più rigorosa informazione; trasferì dal carcere dell'Arcivescovado Suor Giulia e Giuseppe e li rinchiuse nel carcere del suo Palazzo, e datone avviso in Roma, gli fu dagl'Inquisitori comandato, che con buone guardie e sicure cautele mandasse i prigioni al S. Ufficio di Roma, dove ancor essi aveano in duro carcere ristretto il P. Agnello già Confessore di Suor Giulia. Eseguì il Nunzio con molta segretezza di notte tempo l'ordine di Roma, e prima giunsero in Roma, che si sapesse in Napoli il loro trasporto. Appena ciò saputosi da' partigiani di Giulia, che immantinente loro corsero dietro Girolamo di Martino, e D. Giovanni Salamanca per assistere alla lor difesa: ma giunti appena in Roma, furono anch'essi dagl'Inquisitori imprigionati; sebbene alquanti mesi da poi, a' 14 marzo del seguente anno 1615 il Salamanca fu liberato, con sicurtà di tremila scudi di Camera di presentarsi in Roma ad ogni ordine degl'Inquisitori, ed il Martino a' 11 aprile, con maggior sicurtà, e colle medesime condizioni.

Paolo V con particolar attenzione fece esaminare con molta diligenza ed assiduità dagl'Inquisitori la causa e convinti i rei de' loro falli, furono dichiarati eretici il P. Agnello, Suor Giulia, e Giuseppe de Vicariis; e, come tali, furono condannati alla pubblica abjura, ed a carcere perpetuo: onde a' 12 luglio dell'anno 1615 essendosi fatto ergere nella Chiesa della Minerva un più solenne apparato, in presenza del Collegio de' Cardinali, di molti altri principali Signori e d'un infinito Popolo, tutti e tre abjurarono i loro errori e nelle abjure confessarono tutte le loro sporcizie, ed i loro mistici delirj, ed affinchè i partigiani di Suor Giulia finissero di credere la sua falsa santità, per ordine dello stesso Pontefice furono a' 9 agosto letti nel Duomo di Napoli, non senza stupore ed ammirazion di tutti, i sommarj de' loro processi.

La somma accortezza e vigilanza della Corte di Roma, ed all'incontro la trascuraggine, o sia connivenza fra noi usata da' Ministri Regj, fece sì, che non ostanti gli editti de' nostri Re, si tollerassero in Napoli e nel Regno Inquisitori deputati da Roma e che sovente come Delegati procedessero contra gl'Imputati d'eresia o d'ebraismo, sino a permettere, che incarcerassero i Rei e li mandassero in Roma, dov'erano condannati ad abjurare nella Chiesa della Minerva: di che, se non fosse il rispetto d'alcune famiglie, che ancor durano, potrebbero recarsi molti esempj.

Ma nel Regno di Filippo IV l'indiscreto procedere di Monsignor Piazza, Ministro deputato da Roma per affari del S. Ufficio, pose di nuovo in romore la Città, tanto che i Napoletani fatti più accorti, attesero da dovero a toglier dal Regno ogni reliquia d'Inquisizione. Costui venuto in Napoli nel 1661, mentre governava il Regno il Conte di Pennaranda, pose sua residenza nel Convento de' PP. Girolamitani del B. Pietro di Pisa, dove riceveva le denunzie, e procedeva per commessione di Roma contra i sospetti d'eresia: avvenne in quell'anno, che un Religioso diede a leggere ad un Bolognese, che dimorava in Napoli, certo libro, ed avendo paruto a costui, che in quello vi fossero sentimenti poco cattolici, senz'altro riguardamento tosto andò a denunziare il Frate a Monsignor Piazza, ed a consignargli il libro. Trascorsi alquanti giorni chiese il Frate al Bolognese il libro; ma costui allegando varie scuse, differiva la restituzione; onde vedendosi il Frate burlato, trovandosi amico del barbiere del Duca delle Noci, andò da lui a chiedergli ajuto. Il barbiere con sua comitiva portossi immantenente dal Bolognese e minacciandolo agramente se non restituiva il libro, lo costrinse a prometterglielo il dì seguente. Tosto il Bolognese andò a pregare Monsignor Piazza, che gli desse il libro, narrandogli l'angustie, nelle quali si trovava, e che sarebbe capitato male, se non lo restituiva al padrone. Ma Monsignor Piazza in vece di dargli il libro, pose in aguato alcuni suoi Cursori, dando loro ordine, che arrestassero non meno il barbiere, che tutti coloro, che avevano insultato il denunciante, siccome in effetto furono imprigionati.

Una sì imprudente e scandalosa carcerazione riferita al Duca delle Noci, lo fece entrare in tanta stizza, che fattene gravi doglianze con molti Nobili, fece tosto unir le Piazze, ed egli spronato dall'ira portossi immantenente dal Vicerè, al quale, non potendo reprimer l'impeto della sua passione, parlò con sentimenti troppo audaci, e poco rispettosi: il Vicerè sorpreso di tanto ardire, prevedendo l'incendio, che ne poteva nascere, dissimulando discretamente la colui arroganza, per quietarlo, fece tosto per ambasciata avvertito Monsignor Piazza, che liberasse prigioni, come fu eseguito.

Ma ciò non bastò per acchetar la città posta in romori e sospetti, che si volesse per queste esecuzioni di fatto e di processi occulti poner Inquisizione formata, contro alle grazie, che n'avea ricevute dal Re Cattolico, dall'Imperador Carlo V, e dal Re Filippo II, e che perciò bisognava toglier ogni reliquia d'Inquisitori, appartenendosi la conoscenza delle cause di Religione a' Vescovi, i quali senza delegazione lor venuta da Roma, per la loro potestà debbiano procedere per via ordinaria, senza giudicj occulti, siccome procedono negli altri delitti Ecclesiastici. Ed essendosi perciò unite le Piazze, furono creati Deputati, affinchè rappresentassero al Vicerè li sentimenti della città ed attendessero sopra quest'importante affare con la maggior diligenza e vigilanza. I Deputati esposero al Conte di Pennaranda i sensi della città, risoluta a non soffrire più Inquisitori, rammentandogli gl'inconvenienti passati e l'abborrimento de' sudditi al nome d'Inquisizione. Il Conte veduta così costante risoluzione reputò con molta saviezza soddisfargli, ed avendone di ciò fatte lunghe rappresentazioni al Re, fece intanto intendere a Monsignor Piazza, che ratto sgombrasse la città e 'l Regno, siccome di fatto ne fu mandato via. E nell'istesso tempo crucciato col Duca delle Noci e con alcuni de' Deputati, che troppo arditamente e con soverchio ardore avean promosso quest'affare, fece porre il Duca nel Castel Nuovo, e poscia il mandò prigione in Ispagna, dove poi essendosi giustificato delle imputazioni, che gli si davano, tornò libero nel Regno nel mese di novembre dell'anno 1663. De' Deputati alcuni ne fur fatti prigioni, altri sequestrati nelle lor case e D. Tiberio Caraffa Principe di Chiusano, D. Rinaldo Miroballo e D. Andrea di Gennaro, per isfuggire i primi rigori del Vicerè si ricovrarono in Chiesa. Ma essendo alle rappresentazioni fatte al Re venute clementissime risposte, per le quali Filippo IV dichiarava, che non si dovesse sopra ciò permettere novità alcuna, e che dovessero alla città e Regno inviolabilmente osservarsi le ordinazioni de' suoi predecessori Monachi, e spezialmente del Re Filippo II suo avolo; il Vicerè con suo particolar biglietto[77] ne diede notizia agli Eletti della Città ed a' suddetti Deputati, li quali essendo stati reintegrati nel favore del Conte, coll'occasione della natività del Re Carlo II andarono a rendergliene le dovute grazie. E si credette con ciò, che per l'avvenire non si dovesse Roma più impacciare di mandar nel Regno Inquisitori, o spedir delegazioni e commessioni a' suoi Vescovi per affari di Religione.

Il discacciamento di Monsignor Piazza fece arrestare alquanto gl'Inquisitori di Roma, ma non per ciò tralasciar affatto la pretensione, e di tentare, quando gli veniva in acconcio, nuove imprese. Si vide ciò chiaramente nel Regno di Carlo II per l'occasione di una nuova Filosofia introdotta in Napoli, la quale ponendo in discredito la Scolastica professata da' Monaci, non molto poteva piacere a Roma.

L'Accademia instituita in Napoli sotto il nome di Investiganti, della quale se ne dichiarò protettore il Marchese d'Arena, tolse la servitù, infin allora comunemente sofferta di giurare in verba Magistri, e rendette più liberi coloro che vi s'arrolavano di filosafare, postergata la Scolastica, secondo il dettame della ragione. Gli Accademici ivi aggregati erano tutti uomini dottissimi, ed i più insigni letterati della città, onde s'acquistarono molto credito presso gl'intendenti, e sopra tutto presso i giovani, a' quali non bisognò penar molto, per far loro conoscere gli errori ed i sogni della filosofia de' Chiostri. Aveano in Francia le Opere di Pietro Gassendo acquistata grandissima fama, così per la sua molta erudizione ed eloquenza, come per aver fatta risorgere la Filosofia d'Epicuro la quale al paragone di quella d'Aristotele, e spezialmente di quella insegnata nelle Scuole, era riputata la più soda e la più vera. Si proccurò farle venire in Napoli, e quando furono lette, fu incredibile l'amor de' giovani verso questo Scrittore, presi non men dalla sua dottrina, che dalla grande e varia letteratura; onde in breve tempo si fecero tutti Gassendisti; e questa filosofia era da' nuovi filosofanti professata; ed ancorchè Gassendo vestisse la filosofia d'Epicuro con abiti conformi alla religion cattolica, che professava, nulladimeno, poichè il maggior sostenitore di quella era Tito Lucrezio Caro, si diede con ciò occasione a molti di studiar questo Poeta, infin a que' tempi incognito, e sol a pochi noto. Gl'Investiganti però, non men di quello, che avea fatto Gassendo, scoprivano gli errori del Poeta, e gli detestavano a' giovani ed insegnavano, che quella filosofia non fosse da seguirsi in maniera, sì che non dovesse sottoporsi alla nostra Religione.

(Con tutto che dagli Accademici Investiganti fosse usata in ciò molta precauzione e prudenza; non poterono i giovani Napoletani sfuggire i falsi rapporti, che spargevano per Europa i Monaci, accaggionandoli, che per questi studj non ben sentivano dell'immortalità dell'anime umane. Sicchè Antonio Arnaldo in quell'accurato e dotto Libro, Difficultés proposées a Mr. Steyaert, declamando contra gli abusi introdotti in Roma di proibir i Libri senza discernimento, si duole, che Roma avea proibite le Opere di Renato delle Carte, per le quali era dimostrata quest'immortalità; ed all'incontro i Libri di Gassendo giravan franchi e liberi, con tutto che per le relazioni, che venivano da Napoli, erano assicurati, che avessero cagionato nella gioventù napolitana gran danno per le opinioni contrarie surte per la lettura dell'Opere di Lucrezio e di Gassendo).

Lo facevano ancora atterriti da ciò ch'era accaduto al famoso Galileo de' Galilei, il quale mal grado della sua veneranda canizie, fu costretto abjurar in Roma la sua opinione intorno al moto della Terra