Ma sopra tutti costoro, non meno per dottrina legale, che per varia e profonda letteratura, rilusse Scipion Capece figliuolo d'Antonio. Fu ne' suoi primi anni dato allo studio delle lettere umane e della filosofia, e nel poetare e nell'orare riuscì eminentissimo, tanto che fu riputato per uno de' più culti Poeti de' suoi tempi. Compose egli due libri De Principiis Rerum, che dedicò al Pontefice Paolo III, cotanto lodati dal Cardinal Bembo e da Paolo Manuzio, che non ebbero difficoltà di paragonarli a' libri di Tito Lucrezio Caro. Scrisse ancora in versi eroici la vita di Cristo e le lodi del suo precursore Giovan-Battista, in tre libri, che intitolò: De Vate Maximo: li quali da Giovan-Francesco di Capua Conte di Palena furono dedicati al Pontefice Clemente VII. Ed alcune sue Elegie ed Epigrammi meritarono il comun applauso de' più insigni Letterati di que' tempi, de' quali il Nicodemo[96] tessè lungo catalogo.
Non meno in questi studi, che ne' più rigidi e severi delle nostre leggi riuscì eminente. Egli non men nel Foro che nelle Cattedre tenne a suoi tempi il vanto: ne' nostri supremi Tribunali fu riputato il primo fra gli Avvocati, e nell'Università degli Studi occupò nell'anno 1534 la Cattedra primaria vespertina del Jus civile, che la tenne insino all'anno 1537. Venuto in Napoli l'Imperador Carlo V, a Scipione fu dato il carico di fargli l'orazione pel suo ricevimento; onde Cesare in ricompensa della sua dottrina, e di sì eminente letteratura, lo creò Consigliere di S. Chiara. Compose egli molti Commentarj sopra vari Titoli delle Pandette, da lui esposti nell'Università de' nostri studi, de' quali solamente si vede impresso quello, che compilò sopra il titolo De Aquirenda Possessione, che fu dedicato a D. Lodovico di Toledo figliuolo di D. Pietro Vicerè, nel quale promette fra breve darne alla luce un altro sopra il titolo Soluto Matrimonio. Compose eziandio un breve trattato intitolato, Magistratuum Regni Neapolis qualiter cum antiquis Romanorum conveniant, Compendiolum, il qual prima fu impresso in Salerno nel 1544, e da poi in Napoli nel 1594. Morì quest'insigne Scrittore nell'anno 1545, e giace sepolto nella Chiesa di San Domenico Maggiore nella Capella sua gentilizia, dove si vede il suo tumulo[97].
Bisogna unire al Capece Marino Freccia, che oltre alla Giurisprudenza, ebbe buon gusto dell'istoria, e fu il primo fra noi, che di questo difetto riprese i nostri Scrittori, li quali, avendola trascurata, inciamparono in mille errori: fu egli vago delle nostre antiche memorie, ed a lui dobbiamo alcuni frammenti d'Erchemperto, che furono da poi impressi da Camillo Pellegrino nella sua Istoria de' Principi Longobardi. Il libro ch'egli compose De subfeudis e dedicò al Cardinal Pacecco, mentre governava il Regno, dimostra quanto gli fosse a cuore d'illustrare le cose del nostro Regno, e quanto fosse benemerito delle nostre antichità. Trasse egli sua origine da Ravello e per la sua eminente dottrina legale, e spezialmente de' feudi, da lui prima nelle Cattedre de' nostri studi esposti, fu dall'Imperador Carlo V nel 1540 creato Consigliere del nostro Sacro Consiglio, di cui parimente da poi fu Propresidente. Compose ancora un altro trattato De formulis Investiturarum, il quale, prevenuto dalla morte, non potè ridurlo a perfezione: ed essendo ancor giovanetto di venti anni distese il trattato De Praesentatione Instrumentorum, che corre ora per le mani de' nostri Professori. Morì egli nell'anno 1562 e fu sepolto nella sua Cappella gentilizia in S. Domenico Maggiore, ove s'addita il suo tumulo con iscrizione[98].
Fiorirono ancora intorno a' medesimi tempi Jacobuzio de Franchis, Antonio Baratuccio, Giovan-Tommaso Minadoi, Tommaso Grammatico, Giovan Angelo Pasinello e tanti altri, i quali, per non tesserne qui una più lunga e nojosa serie, possono vedersi presso il Toppi nella Biblioteca Napoletana, e ne' suoi libri dell'Origine de' nostri Tribunali, dove di lor fece lunghi e copiosi cataloghi.
CAPITOLO IX. Politia delle nostre Chiese durante il Regno dell'Imperador Carlo V.
In questo sedicesimo secolo ricevè il Pontificato Romano una delle più grandi e ruinose scosse, che dopo il suo innalzamento avesse avuto giammai. Per le cagioni, già riferite dell'eresia di Lutero, fece in Europa perdite lagrimevoli ed irreparabili. Molte province d'Alemagna si sottrassero; le Fiandre: l'Inghilterra, che fu un tempo la più sua ligia e fruttifera: la Scozia, ed i Regni del Nort si perderono affatto: la Francia ne fu pure in gran pericolo, e l'Italia dava di se gravi sospetti. Perdite, che mal si potevano compensare co' nuovi acquisti, che si facevano nell'Indie e nell'America: acquisti per Roma sterili ed infruttuosi. Turbava ancora l'animo de' Romani Pontefici il pensiero della convocazione d'un nuovo Concilio, riputato allora precisamente necessario per sedare le grandi rivoluzioni di Religione, onde tutta Europa era agitata e scossa. Ma non per tutto ciò si perderon di animo; nè co' Principi quantunque loro aderenti e congiunti (a' quali parimente premeva, che ne' loro Stati la Religione non s'alterasse) furono punto più indulgenti in rilasciando forse il rigore delle pretensioni, che nutrivano sopra le Chiese de' loro Dominj, e per altre loro pretensioni. L'Imperador Carlo V da poi che da Clemente VII riscosse quelle esorbitanti somme per riscatto della di lui persona, si curò poco, che nel nostro Regno gli Spogli delle nostre Chiese vacanti, e le Incamerazioni ricominciassero più severe che mai; s'imponessero spesse Decime a' Cleri ed a' Monasterj, dond'egli ne difalcava pure la sua parte; e per gli vantaggi ch'egli (siccome fecero dopoi tutti i Re suoi successori) ricavava con permissioni de' Pontefici dai Regni di Spagna, si curava poco de' suoi diritti, e molto meno de' nostri interessi, e di quelli delle nostre Chiese.
Nel trattato della pace, che come si disse, fu poi tra Cesare e Clemente conchiusa nell'anno 1532, venne largamente a disputarsi intorno alla presentazione delle Chiese Cattedrali del nostro Regno, pretese dai nostri Re di Patronato Regio. Essi fondavano il patronato, per avere i loro predecessori fondate le più insigni Cattedrali, che v'erano, e di ricche rendite e poderi dotate. I Normanni, come si è potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria, sin da' fondamenti n'ersero moltissime; e non fu picciolo beneficio d'averne molte sottratte dal Trono Costantinopolitano, e restituite al Trono Romano. Gli Angioini eziandio ne fondarono altre; onde siccome le Cattedrali di Spagna per questa ragione sono riputate tutte di Presentazione Regia, doveano parimente tali reputarsi le nostre, e per conseguenza tutti gli Arcivescovadi e Vescovadi, quando vacavano, doveano tutti provvedersi a presentazione e beneplacito del Re; ed ancorchè nel Regno degli Angioini si fosse tolto l'Assenso, che prima veniva ricercato nell'elezioni de' Prelati in tutte le nostre Chiese, siccome per ciò non si tolse l'Exequatur Regium, come altrove fu mostrato, così molto meno quella convenzione apposta nell'investiture, potè abbracciare le Chiese di Patronato Regio, dalla quale espressamente ne furono eccettuate; ond'è, che nel Regno moltissime Chiese e Beneficj, in tutte le nostre Province, siano rimasi di collazione o presentazione Regia; de' quali il Chioccarelli, il Tassone ed altri ne fecero lunghi cataloghi.
Il Reggente Muscettola, destinato allora Ambasciadore in Roma per Carlo V, per quest'affare sostenne la pretensione de' nostri Re; ma (siccom'è lo stile di quella Corte, che, sempre che il negozio si riduce in trattato, si cerca poi di tirarlo a composizione, col pretesto di togliere le discordie, ed un più lungo esame) si convenne con Clemente VII, che ventiquattro Chiese Cattedrali, cioè sette Arcivescovadi, e diciassette Vescovadi rimanessero di presentazione e nominazione Regia, e l'altre fossero riserbate alla disposizione del Papa. Furono dichiarate di Regia presentazione nella provincia di Terra di Lavoro li Vescovadi di Gaeta, di Pozzuoli e della Cerra. Nel Contado di Molise, il Vescovado della città di Trivento. In Principato citra l'Arcivescovado di Salerno, ed il Vescovado della città di Castellamare. In Principato ultra, il Vescovado della città d'Ariano. In Calabria citra, il Vescovo della città di Cassano. In Calabria ultra l'Arcivescovado di Reggio, e li Vescovadi di Cotrone, e di Tropea. In Basilicata (secondo la disposizione presente delle Province) l'Arcivescovado di Matera, al quale va ora unita la Chiesa di Cerenza, ed il Vescovado della città di Potenza. In Terra d'Otranto, l'Arcivescovado della Città d'Otranto, quello di Taranto, e l'altro di Brindisi, al quale andava allora unita la Chiesa d'Oira, il Vescovado di Gallipoli, e quelli di Mottula, e d'Ugento. In Terra di Bari, l'Arcivescovado della città di Trani, e li Vescovadi di Giovenazzo, e di Monopoli. In Apruzzo citra ed ultra, il Vescovado della città dell'Aquila, e quello di Lanciano, ora resa questa Chiesa Arcivescovile, ma non già Metropoli, per non avere suffraganeo alcuno. In Capitanata, non v'è Vescovado di Regia presentazione, ancorchè nella Chiesa di Lucera tutte le Dignità, e la metà de' Canonicati siano di collazione Regia, come altrove fu rapportato.
Questa fu la divisione, che si fece allora delle Chiese Cattedrali, che durò sino al presente, e fu inserita negli articoli di quella pace, nella quale espressamente s'esclusero gli altri Beneficj e Chiese non Cattedrali di patronato Regio, che sono moltissime, delle quali i nostri Re sono in possesso, quando vacano, di provvederle, e nelle loro vacanze destinar Regj Economi per l'esazione delle rendite, parte delle quali si assegnano per la loro reparazione e sostentamento, ed il rimanente si riserba a futuri successori.
Si curò anche poco l'Imperador Carlo, per le cagioni accennate, che s'imponessero da Roma nel nostro Regno nuovi gravamenti, fra quali il maggiore a' suoi tempi fu, che non essendosi quivi potuto introdurre il Tribunale dell'Inquisizione, se ne stabilisse un altro tutto nuovo, chiamato della Fabbrica di S. Pietro, di cui, come in suo luogo, bisogna qui rapportare l'origine e l'introduzione.