Il Duca d'Alba, seriamente a tutto ciò pensando, si risolvè alla fine, da ben esperto Capitano, di prevenirlo, e per più sicuramente difendere il Regno attaccar lo Stato Ecclesiastico, con trasferir ivi la sede della guerra. Non tralasciava intanto con messi e con lettere scritte al Duca di Palliano, lamentarsi del Papa suo zio di queste novità, offerendogli pace; ma in vece di risposta, si videro assai più continuare i preparamenti di guerra, e s'intese ancora la partenza del Cardinal Caraffa per Francia, per sollecitare quel Re all'impresa.
Allora questo valoroso e savio Capitano, non volendo aspettare, che il turbine cadesse in casa propria, dando minuto ragguaglio al Re Filippo in Ispagna dell'imminente guerra, che il Papa per occupargli il Regno preparava, unì, come potè meglio, dodicimila fanti, trecento uomini d'armi e millecinquecento cavalli leggieri, con dodici pezzi d'artiglieria, e si mosse nel primo del mese di settembre di quest'anno 1556 verso lo Stato della Chiesa, e giunto a S. Germano, occupò Pontecorvo[128]. Prima di passar avanti volle tentar di nuovo l'animo del Pontefice, e mandò in Roma Pirro Loffredo con lettere[129] drizzate a lui, ed al Collegio de' Cardinali, dove offerendogli pace, altamente si protestava, che tutto il danno, che ne riceverebbe la Cristianità, s'imputerebbe alla sua coscienza.
Ma il Papa tutto alieno dalla concordia, fidato ai trattati con Francia, più altiero che mai disprezzò le lettere; onde il Duca proseguendo le sue conquiste occupò Frosolone, Veruli, Bauco, ed altre Terre di que' contorni. Il Papa maggiormente sdegnato fece imprigionare nel Castello S. Angelo Pirro Loffredo, e se il Collegio de' Cardinali non l'avesse impedito, l'avrebbe fatto crudelmente morire; ed il Duca intanto seguitando il suo cammino, s'impadronì dell'importante città d'Anagni, di Tivoli, di Vicovaro, di Ponte Lucano, e di quasi tutte le Terre de' Colonnesi sino a Marino, e minacciava d'assediare Velletri, facendo far scorrerie dalle sue truppe insino alle Porte di Roma.
Questo Capitano ci lasciò un gran documento ed illustre esempio, come debba guerreggiarsi col Pontefice romano, qualora le congiunture portassero, per difendere il Regno di dovere assalirlo in casa propria. Egli, oltre i tanti rispettevoli ufficj passati prima col Pontefice, occupando le città e Terre dello Stato della Chiesa, acciocchè non gli si potesse imputare, che si facessero quelli acquisti per spogliare la Chiesa, faceva dipignere nelle Porte de' luoghi, che andava di mano in mano occupando, le armi del Sacro Collegio, con protestazione di tenergli in suo nome, e del Papa futuro, come s'era fatto a Pontecorvo, a Terracina, a Piperno ed a gli altri luoghi, che s'erano resi: se bene, come dice Alessandro d'Andrea[130], non mancò chi dubitasse non questa fosse una arte, con la quale proccurasse il Duca d'indurre a sospetto ed a discordia il Collegio col Papa.
Dall'altro canto il Re Filippo, al suo modo, e secondo la sagacità degli Spagnuoli, fece porre questo affare in consulta; e siccome nell'impresa di Portogallo ricercò il parere de' più insigni Giureconsulti di quelli tempi, e delle più insigni Università di Spagna e d'Europa per render la conquista più plausibile, così in questo fatto con Paolo IV, ricercò consulta da Teologi come dovea postarsi, e che conveniva fare contra un Pontefice che in molte occasioni, ed essendo Cardinale, ed ora essendo Papa, erasi mostrato suo nemico e dell'Imperador Carlo suo padre, e che si era scoverto aver fatta lega col Re di Francia per assaltare il Regno di Napoli. Mostrava dispiacergli sommamente questa nuova briga, e con grande rincrescimento veniva tirato a questa guerra; considerava che la tregua fatta col Re di Francia, veniva ora per opera d'un Papa, a cui dovrebbe essere più a cuore la pace tra' Principi Cristiani, a rompersi: parevagli cosa molto scandalosa, che per mezzo del Cardinal Caraffa avendo promesso al Re franzese, che nella nuova promozione sarebbe tal numero di Cardinali parziali della Francia e nemici degli Spagnuoli, che avrebbe sempre un Pontefice dalla sua parte, avea data l'assoluzione del giuramento per romper la tregua, onde si fosse quel Re risoluto a movergli guerra, con tutto che i Principi del suo sangue, e tutti i Grandi della Corte abborrissero l'infamia di rompere la tregua, e ricevere l'assoluzione del giuramento. Considerava, che appena avendo cominciato a regnare nel primo anno del suo Regno, la sua disavventura portava di avere da mover le armi contra il Vicario di Cristo. Fece adunque porre in consulta i seguenti Capi.
Se poteva il Re ordinare, che nessuno naturale dei suoi Regni andasse o stasse in Roma, ancorchè fossero Cardinali; che tutti i Prelati venissero a far residenza nelle loro Chiese; e li Cherici, che tenevano beneficj, venissero a servire nelle proprie Chiese, e non volendo venire, si procedesse a privarli delle temporalità.
Se si poteva impedire, che durante la guerra che si faceva col Papa, nè per cambio, nè per altro modo, o direttamente, o indirettamente andasse denaro in Roma per ispedizioni o altro.
Se era bene e conveniva fare in Ispagna, o in altro Stato di S. M. un Concilio Nazionale per la riforma e rimedio delle cose Ecclesiastiche, e qual forma e modo si dovesse tenere per convocarlo.
Se presupposto lo stato, nel qual restò il Concilio di Trento, e quel che nell'ultima sessione di quello si dispone, si potria dimandare la continuazione del detto Concilio, e l'emendazione nel capo e nelle membra, e proseguire il di più, a che fu convocato; e se essendo impedito dal Papa, si potria resistere a quello, ed inviare, non ostante il suo dissenso, li Prelati de' suoi Stati a tenerlo; e quali diligenze s'avrebbero da fare per detta continuazione, ancorchè li Prelati d'altri Regni mancassero.
Non essendo stato Paolo IV canonicamente eletto Papa, ma intruso di fatto in quella Sede, se della sua elezione poteva dirsi di nullità, e qual modo e diligenza potria usare S. M. in tal caso.