Se stante tanti travagli, spese ed inconvenienti, che a' sudditi e naturali de' suoi Regni di Spagna, ed al pubblico di quella sieguono in andare alla Corte di Roma per liti e negozj, si potesse dimandare, che il Papa nominasse un Legato in detti Regni, che spedisse in quelli i negozj gratis, e che si ponesse una Ruota in Ispagna per determinar le liti, senza che fosse necessario mandar in Roma, e non essendo questo concesso, che potria fare.
Essendosi veduti i tanti abusi, che si praticano in Roma nella provvisione de' beneficj, prebende e dignità, ed essendo a tutti notorio, che poteva il Re dimandare di lasciarsi la provvisione di quelli agli Ordinarj, e reprimere gli altri abusi; qual rimedio potrebbe ora praticarsi per togliere tanti disordini ed eccessi, che a questa materia della provvisione de' beneficj sono annessi e dependenti.
Se gli Spogli, e frutti che il Papa si piglia ne' suoi Regni, particolarmente delle Chiese vacanti, sia giusto, che se gli pigli: e se il Re debba permetterlo, e che debba far in questo; poichè negli altri Regni s'intende, che se n'astenga, ed in quelli di S. M. s'è ciò introdotto fra pochi anni.
Se si potria giustamente domandare e pretendere, che il Nunzio Appostolico, che è ne' suoi Regni, spedisse gratis i negozj e non in altro modo; e che si potria e dovria fare in questo.
Furono al Re Filippo sopra ciascheduno de' capi suddetti da un eccellente Teologo di Spagna date le congrue ed affirmative risposte[131]; onde reso per ciò più animoso, scrisse al Duca d'Alba, che proseguisse egli con vigore l'impresa, ed usasse tutti gli espedienti economici per ridurre il Papa a dovere, perch'egli dall'altra parte non avrebbe mancato (se non s'emendava) ne' suoi Regni di Spagna di far valere le sue pretensioni in que' capi dedotte.
Il Duca pertanto avendo ne' restanti mesi dell'anno 1556 fatti gran progressi nello Stato Ecclesiastico, e posta tanta confusione e terrore in Roma istessa, che infinite famiglie fuggivano dalla città, credeva di aver ridotto per questa via il Pontefice a quietarsi, e non maggiormente inasprir la guerra; ma egli niente mutando il suo proponimento, anzi per la felicità dell'armi del Duca vie più infiammandosi alla vendetta, diede ordine al Marchese di Montebello d'assaltare le frontiere del Regno dalla banda del Tronto, sperando di fomentar negli Apruzzi qualche rivoluzione, per portare la guerra nel Reame, e toglierla dal suo Stato. Ma fattoglisi incontro D. Ferrante Loffredo Marchese di Trivico, che governava quella Provincia, a cui il Vicerè avea mandata nuova gente per soccorso, non solamente il costrinse a rinchiudersi in Ascoli, ma gli prese e saccheggiò Maltignano.
Il Papa sollecitava il Re di Francia, che mandasse la gente promessa, e gridava contra il Duca d'Alba, maledicendo ed anatematizzando; il Duca all'incontro, mentre il Papa gridava, vie più mordeva; poichè portatosi verso Grottaferrata e Frascati, ebbe in una imboscata a man salva il Conte Baldassarre Rangone con centocinquanta de' suoi; poscia si fermò sotto Albano, donde mandò Ascanio della Cornia ad occupare Porcigliano ed Ardea[132]. Quindi passò verso il mare, e con poca fatica s'impadronì di Nettuno: di là andò ad Ostia, ed essendosi resa, si pose ad abbatter la Rocca, la quale dopo qualche contrasto ricevè presidio dal Vicerè; e già la sua cavalleria scorreva senza contrasto sino alle vicinanze di Roma.
Il Cardinal Caraffa, ch'era ritornato di Francia, vedendo le cose in questo stato, per mezzo del Cardinal di S. Giacomo, zio del Duca Vicerè, fece proporre un abboccamento, affine di conchiudere qualche trattato di pace: s'abboccarono in effetto il Duca ed il Cardinal Caraffa nell'Isola di Fiumicino; ma niente si conchiuse, se non che una triegua di quaranta giorni, più per potere l'uno ingannar l'altro, che dovesse conchiudersi pace alcuna[133]. Ciascuno in questa triegua gli parve trovare il suo conto: il Cardinale voleva guadagnar tempo, perchè avea avuta notizia, che il Re di Francia avea già spedito il Duca di Guisa con dodicimila fanti, quattrocento uomini d'arme e settecento cavalli leggieri, con un gran numero di Cavalieri in ajuto di suo zio, ed aspettava ii suo arrivo, trattenuto dalla rigidezza della stagione in Piemonte. Il Vicerè dall'altra parte accertatosi della venuta de' Franzesi, desiderava, che cessassero l'ostilità, non solo per far provvisione di viveri da mantenerne l'esercito, giacchè per i venti contrarj non potevano le Galee condurli; ma anche per potere ritornare a Napoli, e quivi fare que' preparamenti, che bisognavano per opporsi al Duca di Guisa.
Lasciate pertanto le sue genti a Tivoli sotto il comando del Conte di Popoli, che creò suo Luogotenente, tornò il Duca in Napoli per far i dovuti preparamenti ad una spedizione cotanto importante: fece in prima ragunare il general Parlamento de' Baroni e delle Terre demaniali, ove avendo esposto i bisogni che occorrevano, ottenne un donativo d'un milione di scudi a beneficio del Re, e d'altri venticinquemila per se medesimo. Con questo mezzo formò egli la pianta d'un esercito proporzionato al bisogno, dando gli ordini necessarj per l'unione delle milizie, che doveano arrivare a trentamila fanti Italiani, dodicimila Tedeschi e duemila Spagnuoli, oltre alla cavalleria del Regno, che accrebbe sino al numero di 1500[134]. Fece in oltre tutte le provvisioni che bisognavano, così per lo sostentamento d'un esercito così grande, come per la difesa delle piazze più importanti, e particolarmente degli Apruzzi, che stavano raccomandate alla fedeltà e vigilanza del Marchese di Trivico.
Ma quello in che mostrò maggiormente la sua prevedenza, fu di provvedere, che il Papa dall'istesso Regno non ricavasse profitto, ed all'incontro, che il Re, de' beni degli Ecclesiastici, potesse, se la necessità lo portasse, valersi per difesa del Regno, contra un ingiusto invasore. Per ciò egli avendo a' 15 del mese di gennaio del nuovo anno 1557 ragunato appresso di se il Consiglio Collaterale, spedì in suo nome e del Collaterale una lettera Regia diretta al Tribunale della Regia Camera, dicendogli, che conveniva al servigio di Sua Maestà, che si sequestrassero li frutti ed entrate d'alcuni Arcivescovadi, Vescovadi, Badie ed altri beneficj del Regno, e d'alcuni Prelati, e che si dovessero esigere in nome della Regia Camera; per ciò gli comandava, che spedisse ordini al Tesoriero generale, ed a tutti i Percettori delle Province del Regno, che esigessero dette entrate e le tenessero sequestrate in nome d'essa Regia Camera, e gli mandasse nota di detti Arcivescovadi, Vescovadi, Badie e Beneficj, che s'aveano da sequestrare, e delli Prelati e persone Ecclesiastiche, da cui si possedevano. E poichè il Papa con nuova disciplina Ecclesiastica, vacando l'Arcivescovado di Napoli per la sua assunzione al Pontificato, non volle dargli successore, ma diceva; che quella Chiesa voleva esso governarla ancora da Arcivescovo, ancorchè fosse Papa, ed avendovi mandato un suo Vicario, si pigliava tutte l'entrate della Chiesa suddetta, per ciò furono anche sequestrate l'entrate dell'Arcivescovado di Napoli.