Parimente in nome suo e del Collaterale, a' 21 gennaio del medesimo anno, mandò un'altra lettera Regia a tutti i Governadori delle province del Regno, dicendo loro aver inteso, che il Papa avea imposto in questo Regno due decime, e che quelle si proccuravano esigere senza il suo beneplacito e Regio Exequatur; per ciò lor comandava, che dovessero ordinare alli Capitani ed Ufficiali delle loro province, che dovessero dar ordine a tutte le Chiese, Monasterj, Arcivescovi, Vescovi ed altre persone Ecclesiastiche beneficiate, sotto pena delle temporalità, che non dovessero pagare dette Decime agli Esattori di quelle: nè per altra via girare e far pagare in Roma quantità alcuna di denari, sotto qualsivoglia colore, nè per qualsisia causa, senza espressa licenza del Vicerè.

Scrisse ancora in detto nome, a' 22 febbraio del medesimo anno, a Cristoforo Grimaldo Commessario di Terra di Lavoro, che compliva al servizio di Sua Maestà per beneficio e conservazione di questo Regno di sapere tutto l'oro ed argento, ch'era nel Regno delle Chiese di qualsisia Dignità, Badie e Monasterj: per ciò gli ordinava, che dovesse far nota ed inventario per mano di pubblico Notaro di tutto l'oro ed argento, ch'era nelle Chiese, Monasteri e Badie, notando pezzo per pezzo, la qualità ed il prezzo; ed inventariati che saranno, gli debba lasciare in potere delli medesimi Prelati e Detentori, con cautela di non farne esito alcuno, ma di tenerli e conservarli all'ordine d'esso Vicerè, ed esibirli sempre, che comanderà per servizio del Re, e per la difensione e conservazione del Regno, usando in questo la debita diligenza a trovar tutto l'oro ed argento, affinchè non siano occupati, e che glie ne dia subito avviso dell'eseguito.

E stringendo tuttavia il bisogno della guerra, e gli apparati de' nemici vie più sentendosi maggiori, stante l'invito fatto anche al Turco, perchè colla sua armata travagliasse il Regno, fu d'uopo al Vicerè in suo nome, e del Collaterale scrivere, al primo marzo di quest'istesso anno, a tutti i Governadori delle province del Regno, dicendo loro, che per gli andamenti e grandi apparati di guerra, che ha fatti e faceva il Papa con leghe d'altri Principi, con aver anco invocata l'armata Turchesca contra Sua Maestà per assaltare questo Regno, bisognava per difesa e conservazione di quello provvedere di genti a cavallo ed a piedi, per rinforzare e mantenere l'esercito, ed andare a ritrovare i nemici fuori del Regno, ed anco provvedere le Terre di marina per difensione contra detta armata del Turco; il che tutto risultando a maggior servigio del Re, alla conservazione e beneficio universale del Regno, per le spese grandi, che sono necessarie per detto effetto, bisognava aver danari assai; e poichè li Baroni e Popoli di questo Regno si trovavano oppressi per li gran pagamenti che faceano e dell'ultimo donativo, che il Regno avea fatto a sua Maestà di due Milioni di ducati, del quale anticiparono il terzo di Pasqua, avea pensato, che gli Arcivescovi, Vescovi ed altri Prelati, Monasterj ed Abati del Regno dovessero prestare alla Regia Corte delli frutti ed entrate loro del terzo di Pasqua, delle tre parti due, conforme alle note che lor si mandavano, del quale impronto potevano soddisfarsi sopra il terzo di Natale primo venturo del detto donativo, ed in caso, che detti Prelati, Monasterj ed Abati, ricercati da essi in nome del Vicerè graziosamente, non volessero fare detto prestito, detti Governadori di province subito l'abbiano da esigere da dette loro entrate e frutti, per la rata, conforme alle dette note.

Pochi giorni da poi, premendo assai più la necessità della guerra, spedì Commessione in suo nome e del Collaterale a' 4 del detto mese di marzo, a diversi Commessarj, che andassero con ogni prestezza e diligenza ad eseguire quanto era stato per prima commesso alli Governadori delle province, a costringere li detentori dell'oro, ed argento delle Chiese e Monasterj del Regno, e pigliarseli per inventario a peso, acciò si potessero mandare in Napoli, per conservarli nell'Arcivescovado di quella città, in nome delli Padroni d'essi, ad ordine del detto Vicerè; ed anco a costringere li debitori degli Arcivescovadi, Vescovadi, Badie e Beneficiati a pagare li due terzi della terza parte delle loro entrate, per prestito alla Regia Camera.

E poichè questa commessione, essendo generale, veniva eseguita anche per li Calici e Patene; per ciò a' 9 del detto mese spedì lettera a' Governadori delle province, che debbiano eseguire il suo ordine degli ori, ed argenti, riserbandone li Calici e Patene, e quelli che avranno pigliati e fatti consignare alli Percettori, li facciano restituire. Siccome riuscendo questo trasporto d'oro ed argento in Napoli molto strepitoso, a' 18 marzo ordinò a tutte le Regie Audienze, che dall'ora innanzi non pigliassero più oro ed argento dalle Chiese, ma che solo lo tenessero sequestrato, e restituissero il preso in potere delle persone Ecclesiastiche delle medesime, con ordinar loro che quello tengano in sequestro, insino ad altro suo ordine.

Parimente ordinò, che per le occorrenze della guerra presente, si pigliasse tutto il metallo delle Campane delle Chiese e Monasterj di Benevento per fonderlo e tutti i pezzi d'artiglieria di bronzo, e falconetti, ch'erano in detta città, come dal Convento de' Frati di S. Lorenzo di Benevento, si pigliasse tutto il metallo delle Campane e si liquidasse il prezzo di tutto per poi pagarlo finita la guerra.

Dopo aver dati questi provvedimenti per una tanta espedizione, a' 11 aprile di quest'anno 1557 partì il Duca da Napoli per la volta d'Apruzzo per opporsi a' Franzesi[135], lasciando per Luogotenente Generale D. Federigo di Toledo suo figliuolo, il quale fino al ritorno, che fece nel mese di settembre del detto anno, dopo la pace conchiusa col Papa, governò Napoli ed il Regno.

Dall'altra parte il Cardinal Caraffa partì da Roma per Lombardia, per abboccarsi in Reggio co' Duchi di Ferrara e e di Guisa e consultare del modo e del luogo, dove dovea portarsi la guerra. Furono i pareri varj, chi consultava l'espugnazion di Milano, chi la liberazione di Siena, e chi l'impresa del Regno; ma protestandosi il Cardinale, che qualunque risoluzione si pigliasse differente dall'invasione del Regno di Napoli, non sarebbe approvata dal Papa suo zio; il Duca di Guisa, che avea commessione dal suo Re di far la volontà del Pontefice, provveduto dal Duca di Ferrara suo suocero d'alcuni pezzi d'artiglieria, spinse il suo esercito nella Romagna, e passando per lo Stato d'Urbino, si portò per la Marca nelle vicinanze del Tronto.

Intanto, essendo spirata la tregua tra 'l Pontefice ed il Vicerè, si cominciarono le ostilità, e si vide in breve ardere la guerra, non meno nell'Apruzzo, che nella Campagna di Roma. Il Duca di Palliano con Pietro Strozzi uscito con seimila fanti tra Italiani e Guasconi, seicento cavalli leggieri e sei pezzi d'artiglieria, e portatosi sotto Ostia, ricuperò la Rocca col bastione innalzatovi dal Vicerè. Ricuperò Marino, Frascati e l'altre circostanti Terre. Nettuno fu abbandonato da' Spagnuoli, e se gli Ecclesiastici nel calor della vittoria si fossero più avanzati, avrebbero anche ripreso Frosolone ed Anagni. Giulio Orsini era parimente tutto inteso a discacciar gli Spagnuoli dallo Stato di Palliano; ma occorsivi Marcantonio Colonna, secondato da' Terrazzani ben affezionati de' Colonnesi il costrinse a lasciar in abbandono l'impresa.

Ma dalla banda del Tronto meditava il Duca di Guisa d'assediar Civitella, e trattenevasi in Ascoli per aspettare l'artiglieria, che dovea venire da lontano; della qual tardanza si doleva molto col Marchese di Montebello; e per non parere di starsene ozioso, fece entrare nel Regno millecinquecento pedoni, ed una compagnia di cavalli, comandati dal mentovato Marchese e da Giovan-Antonio Toraldo, che saccheggiarono Campoli, occuparono Teramo, e danneggiarono la campagna sino a Giulia Nova. Giunto poscia il cannone, assediò Civitella, dove alla fama dell'avvicinamento de' nemici, era entrato prima Carlo Loffredo figliuolo del Marchese di Trivico, poscia 'l Conte di Santa Fiore speditovi dal Vicerè; fu dal Duca di Guisa incessantemente la Piazza battuta: ma con non disugual valore dagli assediati fortemente difesa: e mancando a' Franzesi il bisognevole per replicar gli assalti, il Duca lamentandosi col Marchese di Montebello del Cardinal suo fratello, ch'avea posto al ballo il suo Re, e poi mancava alle promesse; avendogli questi superbamente risposto, vennero fra di loro a tali parole, che il Marchese partì dal campo, senza nè meno licenziarsi[136]. Accorse tosto per riparar a questi disordini il Duca di Palliano con Pietro Strozzi con soldatesca, colla quale pareva, che si fosse in qualche parte adempito all'obbligazione del Papa; ma essendo il soccorso assai picciolo, e tuttavia mancando molte cose, ch'erano necessarie per ridure l'impresa ad effetto, i Franzesi impazienti cominciarono a maledire non solamente coloro, che aveano consigliato il loro Re a collegarsi con Preti, i quali non s'intendevano punto del mestier della guerra, ma anche a parlar malamente del Cardinal Caraffa, ch'era andato ad empire di vane speranze l'animo del Re, ajutando, come suol dirsi, i cani alla salita[137].