E per ultimo, che Palliano si consegnasse a Giamberardino Carbone nobile Napoletano confidente delle due Parti, il quale dovesse guardarlo con 800 fanti da pagarsi a spese comuni, e dovesse giurare di tenerlo in deposito insino a tanto, che dal Papa e dal Re Cattolico unitamente ne fosse stato disposto[143].
Furono ricevute in Roma queste capitolazioni con universale allegrezza; onde partiti i Franzesi, si portarono in quella città il Duca d'Alba con suo figliuolo, li quali furono dal Papa ricevuti con tenerezza, ed assoluti dalle censure, nelle quali credeva per i preceduti successi essere incorsi, siccome ad intercessione del Duca liberò tutti gli amici e dependenti del Re, ed alla Duchessa d'Alba mandò sino a Napoli la Rosa d'oro, regalo solito in que' tempi di presentarsi a' Principi grandi, la quale con gran pompa e stima fu da quella religiosissima Dama ricevuta nel Duomo di Napoli.
Il Duca accompagnato dal Cardinal Caraffa, e dal Duca di Palliano partì di Roma, il quale di tutto datane contezza al Re Filippo, questi con soddisfazione accettò la pace, rimunerò largamente tutti coloro, che s'erano in questa guerra distinti. Al Conte di Popoli fu dato il titolo di Duca con provvisione di tremila ducati, e facoltà di poter disporre dello Stato, che sarebbe decaduto al Fisco per mancanza di successori[144]. Ad Ascanio della Cornia una provvisione d'annui ducati seimila, sin tanto che ricuperasse i suoi beni, statigli occupati dal Papa, oltre mille altri scudi dati alla madre, e molte entrate ecclesiastiche concedute al Cardinal di Perugia suo fratello. Gli abitanti di Civitella ottennero molte prerogative in ricompensa della costanza mostrata. E fu offerta al Duca di Palliano la Signoria di Rossano in Calabria, acciò rinunziasse lo Stato a Marcantonio Colonna, al che non avendo voluto acconsentire il Papa, il Duca restò privo dell'uno e dell'altro; perchè nella Sede vacante Marcantonio ricuperò lo Stato.
Il Duca d'Alba ritirato in Napoli fu ricevuto dai Napoletani con tanto applauso e gioja, che era meritamente riputato il loro liberatore. Ma mentre s'apparecchiava a discacciare i Franzesi dal Piemonte, per più gravi e premurosi bisogni della Monarchia gli fu dal Re Filippo comandato, che si portasse nella sua Corte, per dove partì nella Primavera del nuovo anno 1558, lasciando di se un grandissimo desiderio; poichè era stata poco tempo goduta la sua presenza, chiamata altrove dalle cure di Marte: pure in que' pochi anni ci lasciò quattro Prammatiche, ed al governo del Regno lasciò suo Luogotenente l'istesso D. Federico suo figliuolo; ma la sua reggenza fu molto breve, poichè il Re Filippo, quando chiamò in Ispagna il Duca, avea comandato a D. Giovanni Manriquez di Lara, che si trovava suo Ambasciadore in Roma, che passasse al governo di Napoli, per insino che si fosse previsto di nuovo Vicerè, il quale non vi durò che cinque mesi; poichè vi fu mandato da poi il Cardinal della Cueva per Luogotenente, che parimente poco più che D. Giovanni vi stette, poichè richiamato in Roma per l'elezione del nuovo Pontefice, stante la morte seguita di Paolo IV, fu finalmente dal Re Filippo, savio discernitore dell'abilità e merito de' soggetti, mandato per Vicerè D. Parafan di Ribera Duca d'Alcalà, quel gran savio Ministro fra quanti ve ne furono, del di cui lungo e prudente governo più innanzi ragioneremo.
Ecco il fine della guerra cotanto ingiustamente[145] mossa da Papa Paolo IV e come mal finisse con tanto danno del Regno, ed immenso sborso di denari per sostenerla; ecco il vantaggio, che hanno i Papi, quando guerreggiano, che oltre la restituzion dell'occupato loro, non si parla dell'ammenda di tanti danni e mali irreparabili, che si cagionano a' Popoli, alla quale dovrebbero almeno esser obbligati. Allora il Regno di Napoli non solo per mantener questa guerra sborsò due milioni, ma per supplire a' bisogni di quella, e pagare i debiti contratti, in tempo che governò D. Federico di Toledo, lasciato dal padre per suo Luogotenente, furon fatti dalla città due altri donativi, l'uno di ducati quattrocentomila, l'altro di ducati centomila. In oltre dovendosi restituire il prezzo del metallo della campana presa di Benevento, bisognò che la Regia Camera facesse far la liquidazione di quello, e pagasse il prezzo, siccome furono restituiti i pezzi dell'artiglierie, e falconetti presi[146].
Ma tutto ciò è nulla a' danni gravissimi, che si sentirono da poi per l'occasion di questa guerra, la quale sebbene fosse terminata per questa pace, rimase l'impressione perciò fatta col Turco, il quale invitato, come si disse, dal Re di Francia collegato col Papa, ad assalire per mare il Regno, sebbene tardasse la sua armata a venire al tempo opportuno, ch'essi desideravano, tanto che bisognò conchiuder la pace, non per ciò il Turco avendo preparato il tutto, ancorchè alquanto s'astenesse d'inquietarlo; poichè appena partito il Duca d'Alba per la Corte, pervenuto a governar il Regno D. Giovan Manriquez questo infelice Ministro, non erano passati ancora otto giorni dopo la sua venuta, seguita a' 5 giugno di quest'istesso anno 1558, che vide ne' nostri mari comparir l'armata Ottomana numerosa di centoventi Galee sotto il comando del Bassà Mustafà, la quale dopo aver saccheggiata la città di Reggio in Calabria, entrata fin dentro il Golfo di Napoli, posta di notte la gente a terra diede un sacco lagrimevole alle città di Massa e di Sorrento; facendo di quest'ultima un miserabilissimo scempio per esser stati posti in ischiavitù quasi tutti i lor Cittadini, che portati in Levante, bisognò poi riscattarli a grave prezzo; onde quel misero avanzo de' loro congiunti, che rimasero venduti i loro campi e le loro tenute a vilissimo prezzo, fu costretto andare insino a Casa il Turco per riaverli[147]: disavventura, della quale insino al dì d'oggi mostra Sorrento le cicatrici, mirandosi per ciò tuttavia povera e di facoltà e d'abitatori.
Ma non passò guari, che la mano vendicatrice del Signore non si facesse sentire sopra la persona del Pontefice, e de' suoi nipoti e congiunti, autori di tanti mali: poichè il Pontefice, prima di morire, ebbe a soffrire molte angoscie per le tante scelleraggini scoverte de' suoi nipoti, e fu quasi per morir di doglia, quando costretto a sbandirli di Roma, intese le tante laidezze in casa del Duca suo nipote, che furono cagione di morti crudeli e violente, e di lagrimevoli tragedie. Ed appena morto a' 18 agosto del 1559, anzi spirante ancora, per l'odio concepito dal popolo e plebe Romana contra lui e tutta la Casa sua, nacquero così gran tumulti in Roma, che i Cardinali ebbero molto più a pensare a quelli, come prossimi ed urgenti, che a' comuni a tutta la Cristianità. Andò la città in sedizione: fu troncata la testa alla Statua del Papa e strascinata per la città: furono rotte le prigioni pubbliche: fu posto fuoco nel luogo dell'Inquisizione, e abbruciati tutti i processi e scritture, che ivi si guardavano; e poco mancò, che il Convento della Minerva, dove i Frati soprastanti a quell'Ufficio abitavano, non fosse dal popolo abbruciato. Assunto poi al Pontificato Pio IV, furono imprigionati i Caraffeschi, e fabbricatosi contro ad essi più processi, per le loro scelleratezze furon sentenziati a morte. Il Cardinal Carlo fu fatto strangolare, il Duca di Palliano fu decapitato, e degli altri loro congiunti ed aderenti, furon praticati castighi sì severi, che gli ridussero in istato cotanto lagrimevole, quanto la lor Istoria racconta.
CAPITOLO II. Trattato con Cosmo Duca di Firenze, col quale furono ritenuti dal Re i Presidj di Toscana, ed investito il Duca dello Stato di Siena cedutogli dal Re Filippo. Ducato di Bari, e Principato di Rossano acquistati pienamente al Re, per la morte della Regina Bona di Polonia. Morte della Regina Maria d'Inghilterra, e terze nozze del Re Filippo, che ferma la sua Sede stabilmente in Ispagna.
In questi medesimi tempi il nostro Re Filippo in quell'Isole adjacenti allo Stato di Siena, per cui era in continue guerre co' Franzesi, stabilì maggiormente il suo dominio, munendole di forti e fissi presidj, onde Presidj di Toscana furon detti, siccome ora ancora ne ritengono il nome; onde fu poi da' Politici[148] ponderato, che gli Spagnuoli collo Stato di Milano, con questi Presidj e col Regno di Napoli, come di tanti anelli, aveano fatta una catena per cingere Italia, e tenerla a lor divozione. Carlo V, come si è veduto, aveasi a se attribuito, come devoluto all'imperio[149] lo Stato di Siena, e vi mandava in quella città suoi Governadori spagnuoli a reggerlo; e mentre il Vicerè Toledo presiedeva al Regno, i Sanesi, mal soddisfatti dell'aspro governo del Mendozza, tumultuarono; tanto che accesasi guerra, bisognò, che il Toledo andasse di persona ad estinguer quell'incendio: spedizione per lui pur troppo infelice, poichè, come si è narrato nel precedente libro, vi perdè la vita. L'Imperador Carlo cedè poi Siena al suo figliuolo Filippo, che per suoi Governadori la reggeva. Quindi avvenne, che molti istituti e costumi, i nostri Napoletani gli apprendessero da Siena, città allora assai culta. A similitudine delle Accademie di Siena s'introdusser in Napoli l'Accademie per esercitar gl'ingegni nelle belle lettere. Da Siena ci vennero i Teatri e le Comedie, allora nuove e strane in queste nostre parti, e fin da Siena si proccuravano non pur le rappresentazioni, e le favole, ma i recitanti istessi, per far cosa plausibile e degna di ammirazione.
Ma lo Stato di Siena posseduto dagli Spagnuoli fu sempre occasione a' Franzesi, ingelositi di tanta lor potenza in Italia, di fiere ed ostinate guerre. Cosmo Duca di Fiorenza, il quale ora aderiva alle parti di Cesare, ora, per far contrappeso alla sua potenza, teneva intelligenza co' Franzesi, non tralasciava intanto le occasioni per ingrandir il suo Stato: seppe in questi tempi colla sua industria, e grande astuzia ingelosire il Re Filippo, in maniera, mostrando darsi alla parte di Francia e del Pontefice, che l'indusse finalmente con quelli patti, che diremo, a cedergli Siena. Era egli creditore del Re in grossissime somme, parte improntate a Carlo V, suo padre, parte spese per la guerra in tempo, che fu ausiliario de' Spagnuoli: per le quali, ancorchè ne avesse avuto in pegno Piombino, n'era però, secondo le congiunture portavano, spesso dagli Spagnuoli spogliato: gridava egli perciò che almeno gli fosse restituito il denaro e rifatte le spese; ma dandosegli sempre parole dal Re Filippo, finalmente Cosimo vedendosi deluso, finse volersi unire col Pontefice e col Re di Francia, per indurre il Re appunto alla cessione di Siena[150]. Il Presidente Tuano descrive gli stratagemmi usati da Cosmo per ingannar non men Filippo, che il Papa e 'l Re di Francia in quest'affare, e come il tutto felicemente gli riuscisse; poichè Filippo, premendogli, che il Duca Cosmo non si collegasse coi suoi nemici in questi tempi, ne' quali avea di lui maggior bisogno, e poteva recargli maggior danno: ancorchè quasi tutti i suoi fossero di contrario parere, quasi forzato, s'indusse a cedergli Siena.