Ebbe ancora a combattere non meno col fato, che colla perversità degli uomini; oltre de' Turchi, che nel suo governo più spesso che mai, invasero per ciascun lato il Regno, arrischiandosi sino a depredare nel Borgo di Chiaja e rendere schiavi i Napoletani istessi; oltre alquanti miscredenti, che imbevuti della nuova dottrina di Calvino, turbarono lo Stato, del che, come si disse nel precedente libro, ne prese egli aspra vendetta: gli fecero ancora guerra nel 1563 molti fuorusciti, li quali unitisi a truppe, avendo fatto lor Capo un Cosentino, chiamato Marco Berardi, infestavano la Calabria. Questo successo fece tanto rumore in Europa, che il Presidente Tuano lo stimò degno di riportarlo nelle sue dette Istorie[166]. Ei narra, che l'audacia di costui crebbe tanto, che fattosi chiamare Re Marcone, si usurpò tra' suoi le Regie insegne, e la regal potestà, ed avea già raccolto un competente esercito, con cui depredando i Paesi contorni, di ladrocinj, di prede alimentava le sue genti. Tentò anche di sorprendere Cotrone; ma ebbe infelice successo. Il Duca d'Alcalà vedendo, che i soliti rimedj contra tanta moltitudine niente valevano, diede il pensiero a Fabrizio Pignatelli Marchese di Cerchiara Preside di quella Provincia, che con seicento cavalli loro andasse sopra per estirparli; e bisognò valersi di milizie regolate per combatterli; nè ciò bastando ad intieramente disfarli, fu duopo con stratagemmi e pian piano andarli estinguendo, siccome felicemente gli avvenne: nel che vi conferì anche l'opera del Pontefice Pio IV, il quale ordinò, che inseguiti, se mai ponessero piede nello Stato Ecclesiastico fossero presi e dati in potere de' Ministri regj.

Ma nemici, quanto più perniziosi alla potestà del suo Re, altrettanto cauti ed accorti, ebbe egli a debellare in tempi molto difficili e scabrosi. Ebbe egli a combattere con gli Ecclesiastici e con li Ministri della Corte Romana, i quali con istravagantissime pretensioni tentavano far delle perniziose intraprese sopra la potestà temporale del Re, ed offendere in mille modi le sue più alte e supreme regalie, per l'opportunità, che in più capitoli saremo ora a narrare.

§. I. Contese insorte intorno all'accettazione del Concilio di Trento nel Regno di Napoli.

Dappoichè sotto il Pontificato di Pio IV ebbe compimento il cotanto famoso Concilio di Trento, che per tanti anni, ora differito, ora sollecitato, secondo i varj fini della Corte di Roma e de' Principi, finalmente con gran sollecitudine e prestezza di quella Corte fu terminato a decembre dell'anno 1563, i Principi, contra ogni loro aspettazione, s'avvidero, che avea quello sortito forma e compimento tutto contrario a que' disegni, onde furono mossi a proccurarlo; poichè quando credevano, che intorno alla Disciplina si dovesse dar riforma all'Ordine Ecclesiastico, e moderare la tanta potenza della Corte di Roma, e restringere l'autorità degli Ecclesiastici, allargata fuori de' confini della potestà spirituale, in diminuzione della temporale, videro, che la deformazione (secondo i disegni di Roma, ed il modo concertato intorno all'esecuzione de' decreti della riforma) dovea essere molto maggiore, siccome l'evento il dimostrò; e si cominciò a vedere sotto il Pontificato istesso di Pio IV, il quale, siccome narra il Presidente Tuano[167], appena terminato il Concilio, nel seguente anno 1564, contra i decreti di quello, per gratificare ad Annibale Altemps ed a Marco Sittico Cardinale dispensando a quelli, avea rivolti tutti i suoi pensieri a raccorre denari; e più chiaramente si conobbe poi sotto gli altri Pontefici suoi successori; videro che la loro potenza si era in pregiudizio de' Principi troppo più ben radicata e stabilita. Per la qual cosa tutti invigilando acciocchè non ne ricevessero danno; quando si trattò di ricevere ne' loro dominj i decreti del Concilio attinenti, non già alla Dottrina, ma alla Disciplina, insorsero tra' Regni Cattolici nuove difficoltà e contese.

In Germania i decreti della Riforma appresso i Cattolici non vennero in considerazione alcuna; anzi l'Imperadore, il Duca di Baviera e gli altri Principi Cattolici dimandarono l'uso del calice per li Laici, e che fosse permesso l'ammogliarsi a Sacerdoti[168].

In Francia s'impedì la pubblicazione del Concilio, ed il Re si scusava col Papa, che secondo lo stato, nel quale allora si trovava la Francia, era la pubblicazione molto pericolosa[169]. In fine la Dottrina del Concilio vi fu ricevuta per essere l'antica dottrina della Chiesa Gallicana, ma i decreti sopra la Disciplina, quelli che non erano di diritto comune, furono rigettati dall'autorità del Re e dal Clero, ancorchè fossero state grandi l'istanze di Roma per farli ricevere e pubblicare[170]; ed appena i decreti del Concilio furono dati alle stampe, che tosto il Parlamento di Parigi si vide tutto inteso ad esaminar quelli riguardanti la Disciplina, notandone moltissimi, particolarmente quelli stabiliti nelle due ultime Sessioni tenute con tanta fretta, pregiudizialissimi, non meno alla pubblica utilità, che alla potestà del Re, ed alle supreme sue regalie[171]. Notarono avere il Concilio stabilita l'immunità Ecclesiastica, secondo le Decretali di Bonifacio VIII, per interessare i Prelati di Francia ad usare tutti i loro sforzi, come gli usarono, per essere il Concilio ricevuto; ma essendosi il Parlamento sempre vigorosamente opposto, riusciron loro vani, ed inutili[172]. Notarono essere stata allargata fuori de' suoi termini l'autorità Ecclesiastica, con diminuzione della temporale, in dando a Vescovi potestà di procedere a pene pecuniarie, ed a presure di corpo contra i Laici: essersi posta mano sopra i Re ed Imperadori, ed altri Principi sovrani, sottoponendoli a pena di scomunica, se permettessero ne' loro Dominj il duello. Lo scomunicar ancora i Re e i Principi sovrani, lo stimavano intollerabile, avendo essi per massima costante in Francia, che il Re non possa essere scomunicato, nè gli Ufficiali Regj, per quel che tocca all'esecuzione del lor carico. Che il privar i Principi de' loro Stati e gli altri Signori de' Feudi, ed a Privati confiscare i beni, erano tutte usurpazioni dell'autorità temporale, non estendendosi l'autorità data da Cristo alla Chiesa a cose di questa natura. Essersi fatto gran torto non meno a' Principi, che a' privati intorno alla disciplina de jus patronati de' secolari: non approvavano in modo alcuno, che fosse concesso ai Mendicanti il posseder beni stabili: di obbligare i Parrocchiani, con imposizioni di collette, primizie o decime a sovvenire i Vescovi e Curati, de' proprj beni nell'erezione di nuove Parrocchie. In breve tutto ciò, che concerne la nuova disciplina, toltone ciò che era di diritto comune, non fu ricevuto, ed apertamente rifiutato. Con gran contenzione per ciò fu dibattuta in Francia la pubblicazione di questo Concilio, per la quale da Roma si facevano premurose istanze; e se bene, essendo stata sempre tenuta lontana, finalmente nell'anno 1614 nel Regno di Luigi XIII non pur l'Ordine Ecclesiastico, ma la Nobiltà la richiedesse; nulladimeno essendosi vigorosamente a ciò opposto il terzo Stato, e l'ordine della plebe, non ebbero l'istanze fattene verun effetto[173]. Uscirono in Francia in detto anno 1614 più scritture sopra ciò, fra l'altre una, che portava questo titolo; Sylloge complurium articulorum Concilii Tridentini, qui juri Regum Galliae libertati Ecclesiae Gallicanae, privilegiis, et immunitatibus Capitulorum, Monasteriorum, et Collegiorum repugnant.

In Ispagna il Re Filippo II intese con dispiacere essersi con tanto precipitamento terminato il Concilio, ed in quelle due ultime Sessioni essersi stabilite molte cose in diminuzione della potestà temporale de' Principi[174], ma colla solita desterità spagnuola, adattandosi a' tempi, ei mostrava in apparenza tutta la soddisfazione d'essersi il Concilio compito, e di volerlo far tosto pubblicare ed accettare in Ispagna ed in tutti i Regni della sua Monarchia; ed essendo stato informato da' suoi Ministri, che ne' decreti di Riforma vi erano molte cose pregiudizialissime alla sua potestà, al costume de' suoi Regni, ed alla pubblica utilità dei suoi popoli, deliberò, con molta riserba e cautela di congregare innanzi a se li Vescovi, ed Agenti del Clero di Spagna, per trovar modo, come quelli doveano eseguirsi, e con qual temperamento; onde non solamente tutto quel, che si fece in Ispagna nel ricevere ed eseguire li decreti del Concilio, in questo nuovo anno 1564, fu per ordine e deliberazione presa nel Regio Consiglio; ma alli Sinodi che tennero i Vescovi di Spagna in Toledo, in Saragozza, ed in Valenza (poichè terminato il Concilio in Trento, quasi tutti i Metropolitani d'Europa cominciarono, ed ebbero a gloria il tener anch'essi de' Concilj, adattando per lo più i loro regolamenti e decreti a quelli del Tridentino) il Re per dubbio non si fossero in quelle Ragunanze con tal occasione pregiudicate le sue preminenze e regalie, mandava anche suoi Presidenti ad intervenirvi; facendo proporre ciò, che compliva per le sue cose, ed impedire i pregiudizj.

In Fiandra il Re Filippo, usando di queste medesime arti, scrisse in quest'anno 1564 a Margherita di Parma allora Governatrice, alla quale solamente spiegò, che i suoi desiderj erano, che il Concilio di Trento fosse pubblicato e ricevuto in tutti i suoi Stati; ma Margherita, prevedendo, che per li tumulti, che allora eran cominciati ad eccitarsi in Fiandra, la pubblicazione e recezione di quello avrebbe potuto portare disordini e difficoltà, fece consultare questo punto, non meno a' Vescovi dello Stato, che a' Consiglj, ed a' Magistrati Regj, i quali notando ne' Decreti della Riforma molte cose pregiudiziali alle prerogative e diritti non meno del Re, che de' suoi Vassalli, e contrarie agli antichi costumi, privilegi e consuetudini di quelle province, onde avrebbero potuto, pubblicandosi, cagionare in quelle notabile perturbazione e gran pericolo di popolari tumulti: consultarono alla Governatrice, che la loro pubblicazione non dovea permettersi, se non con espressa modificazione e protesta a ciascuno degli Articoli già notati, che non si dovesse apportare per detta pubblicazione alcun pregiudizio alle suddette ragioni, privilegi e consuetudini, ma che quelle rimanessero sempre salve, illese ed intatte. Il Re Filippo informato di tutto ciò da Margherita, ordinò alla medesima, che nelle province di Fiandra si pubblicasse e ricevesse il Concilio, ma l'avvertì nel medesimo tempo, che la pubblicazione si permettesse con quelle clausole e modificazioni, che il Consiglio Regio avea notate, e così dalla Governatrice fu eseguito; la quale, a' 12 luglio del 1565, permise a' Vescovi la pubblicazione, con inserirvi espressamente la clausola, che la mente del Re era, che per detta promulgazione niente si mutasse, nè cos'alcuna s'innovasse circa le sue regalie e privilegi, così suoi, come de' suoi vassalli, e spezialmente intorno alla sua giurisdizione, ai padronati laicali, ragioni di nominazioni, d'amministrazione d'Ospedali, cognizion di cause, beneficj, decime, e di tutto ciò che negli Articoli notati si conteneva. Furono parimente date, a' 24 luglio del medesimo anno, lettere della Governatrice dirette a' Senati, e Magistrati Regj, contenenti l'istessa clausola[175]; onde gli Scrittori[176] di que' Paesi, avendo fatto un Catalogo (con osservare l'ordine istesso delle Sessioni e dei Capitoli del Concilio) di tutti quegli Articoli notati pregiudiziali, come fece Antonio Anselmo nel suo Triboniano Belgico,[177], ammonirono, che il Concilio di Trento, in quanto a' suddetti punti, non era stato in quelle Province ricevuto.

Queste erano le arti e le cautele praticate dal Re Filippo e da' suoi cauti Consiglieri spagnuoli; si proccurava in apparenza tener soddisfatto il Pontefice, con inorpellare e destreggiare, come si poteva meglio lusingarlo, mostrando tutta la riverenza e rispetto alla sua Sede, ed alla sua persona, ma nell'interno non si volevano pregiudicar le loro regalie. All'incontro i Franzesi alla scoverta rifiutarono que' Canoni, non vollero accettarli, ed a' mali nascenti accorrevano tosto col ferro e col fuoco per estirparli. Quindi è, che saviamente disse quell'insigne Arcivescovo di Parigi Pietro di Marca, che queste piaghe gli Spagnuoli proccuravano sanarle con unguenti e con impiastri, ma i Franzesi con ferro e con fuoco: medicamenti assai più efficaci, e propri per la total estirpazione del male, essendosi veduto con isperienza tanto in Ispagna quanto nel nostro Regno di Napoli, ch'essendosi secondo queste massime degli Spagnuoli voluto accorrere a medicare le continue piaghe e ferite, che riceve la regal giurisdizione, con tali impiastri ed unguenti, le controversie, se per qualche tempo rimanevan sopite, non eran però estinte; anzi essendo gli Ecclesiastici sempre accorti e vigilanti, le facevano risorgere in tempi per essi più opportuni, ne' quali sovente ci mancava, non pur il ferro ed il fuoco, ma anche l'impiastro; onde quasi sempre facevano delle scappate sopra la potestà temporale de' nostri Principi. Quindi è, che Giovanni Bodino[178] chiamava i Re di Spagna, Servi obsequentissimi de' Romani Pontefici.

Così appunto avvenne a noi intorno a questo soggetto del Concilio: poichè per avere voluto usar questi modi, venneci posto in controversia ciò, che in Francia ed in altri paesi era fuor di dubbio.