Il Duca d'Alcalà pertanto, ancorchè facesse correre il volume de' Decreti del Concilio dato alle stampe per tutto il Regno, nè si fosse apertamente opposto alla divolgazione del medesimo; nulladimeno essendogli stato richiesto sopra il medesimo l'Exequatur Regium, così egli come il Collaterale non vollero concederlo; ed affinchè i Vescovi del Regno, avendo accettato il Concilio, eseguendo insieme con gli altri que' decreti notati, non portassero pregiudizio alla giurisdizione del Re, il Vicerè diede ordine a' Presidi, ed agli altri Ufficiali del Regno, che non facessero far novità alcuna, ma di quanto i Vescovi attentavano, ne facessero a lui relazione.
In effetto, avendo voluto il Vescovo di Tricarico, col pretesto del Concilio, per quel che dispone nel cap. 4 de Reform. sess. 21 e nel cap. 13 de Reform. sess. 24 di sopra notati, imporre alcuni pagamenti nella sua Diocesi, da esigersi dalle persone laiche contra il consueto, e contra il debito della ragione e del solito, con imporre altre decime, ed i Cittadini della Terra della Salandra repugnando di pagare, gli scomunicò, e pose Interdetti in detta Terra; per la qual cosa il Vicerè scrisse a' 30 novembre del 1564, una risentita lettera oratoria al detto Vescovo, imponendogli, che non esigesse in conto veruno da' laici, per qualsivoglia causa, più pagamenti di quelli, che quei Cittadini erano stati soliti, e che per lo passato si era esatto; e pretendendo alcuna cosa in contrario, debba ricorrere da esso Vicerè, che se gli sarebbe ministrato compimento di giustizia, non essendo giusto, che faccia a suo modo; che intanto rivochi li mandati fatti, e levi l'Interdetto, ed abolisca le Scomuniche, altrimente provederà, come conviene.
Così ancora, avendo preteso l'Arcivescovo di Capaccio esigere da' Cittadini laici della Polla alcune decime più del solito, scrisse il Vicerè una ben grave lettera al medesimo sotto li 10 agosto del 1565, colla quale l'esortava a non esigere, nè farl'esigere in modo alcuno, non essendo giusto, che si faccia la giustizia a suo modo, e colle sue mani; e pretendendo cos'alcuna in contrario, abbia ricorso dal Vicerè, che gli sarà ministrato compimento di giustizia. Quest'istesso poi imitarono il Conte di Miranda e gli altri Vicerè suoi successori[192].
Parimente pretendendo i Vescovi del Regno, non pur come caso misto, ma in vigor del riferito cap. 8 de Reform. Matrim. sess 24 procedere contra i Concubinarj a pene temporali, di sfratti e di carcerazioni, vigorosamente si oppose loro il Vicerè; ed avendo voluto il Vescovo di Gravina carcerare un Concubinario, scrisse a' 21 giugno del 1567, una lettera Regia al Dottor Troilo de Trojanis Commessario in Gravina, che proccurasse tosto farlo rimettere al Giudice laico suo competente. Ed all'Arcivescovo di Cosenza, che pretendeva parimente carcerare i laici per cagion di concubinato, e che per ciò dal Magistrato secolare se gli fosse prestato ogni ajuto ed assistenza, fu resistito con vigore; scrivendo il Vicerè prima all'Uditore Staivano, a' 13 novembre del 1568, e poi a' 17 aprile del seguente anno 1569, al Conte di Sarno Governador di Calabria, che non volendo l'Arcivescovo restituire un carcerato per questa causa, facesse rompere ed aprire le carceri, e portasse il carcerato nelle carceri della Regia Audienza, insinuandogli che gli Ordinarj non potevano procedere ad altro contra i medesimi, che solo a scomunicarli. Così ancora il Vicario di Bojano (avanzandosi sempre più la audacia degli Ecclesiastici) avendo avuto ardimento di condannare a cinque anni di galea un laico, per causa di concubinato, scrisse il Vicerè, a' 10 luglio del 1569, una risentita lettera al Governadore di Capitanata, incaricandogli, che subito mandasse a pigliare detto condannato, e lo facesse condurre nelle carceri dell'Udienza.
Ma scorgendo questo savio Ministro, che gli abusi intorno a ciò multiplicavano in tutte le province del Regno, dove i Vescovi senza freno carceravano e punivano con pene temporali i Concubinarj, onde bisognava contra tanti un rimedio forte, ne diede a' 15 luglio del detto anno avviso al Re Filippo in Ispagna, cui informando di questi eccessi de' Prelati, chiese, che dovesse far per estirpargli. Il Re gli rispose che dovesse procedere con vigore e fortezza, siccome si praticava ne' Regni di Spagna, che s'ammonissero prima i Vescovi una, due, o tre volte, ch'essi a' Concubinarj non potevan far altro, che scomunicarli, che quando questo non giovasse, procedesse contra di loro a cacciarli via dal Regno, ed occupar loro le temporalità, con sequestrar anche i frutti delle loro Chiese. Il Duca d'Alcalà avuto ch'ebbe dal Re questa norma, scrisse subito una lettera Regia a tutti i Governatori delle Province, a tutti i Capitani delle città demaniali e de' Baroni del Regno, a' quali facendo noto l'ordine del Re, comandava, che sempre, che i Prelati del Regno contra i laici, per levargli dal peccato, volessero procedere per via di censure ecclesiastiche non gl'impedissero, anzi gli dessero ogni ajuto e favore; ma resistesser loro, quando oltracciò volessero procedere contra a' medesimi con pene temporali[193]. Ciò che fu poi da' suoi successori mantenuto, onde nel Regno fu loro sopra ciò, quando volessero trapassare i confini delle censure, fatta sempre resistenza.
Il medesimo riparo fu fatto sempre a' Vescovi, quando in vigor de' riferiti capi del Concilio volevano visitar l'Estaurite, le Confraterie de' laici, ed altri luoghi pii governati da' laici, con esiger da essi i conti. Il Duca d'Alcalà, durante il suo governo, non permise mai, che questi luoghi fossero dagli Ordinarj visitati; ond'è che fra gli altri capi dati in nota dal Papa al Cardinal Giustiniano Legato di Sua Santità al Re Filippo, era questo, che il Vicerè impediva a Prelati di visitare le Chiese governate da' Laici e vedere i conti della loro amministrazione[194].
Non meno per questi che per tutti gli altri capi riferiti di sopra, non fece il Duca d'Alcalà valere nel Regno il Concilio. I Vescovi stupivano come, non ostante essersi il Concilio divolgato per tutto il Regno, ed essersi impressi più esemplari, che andavano intorno per le mani d'ogni uno, s'impediva poi loro l'esecuzione; n'empivano per ciò di querele il Mondo e Roma, e sollecitavano il Pontefice Pio V, ch'era tutto inteso a far osservare esattamente i Decreti del Concilio, a darvi rimedio; onde da ciò e dagli altri impedimenti, che si davano a' Vescovi per altre occorrenze, che noteremo appresso, furono dal Papa spediti al Re due Legati, il Cardinal Giustiniano, ed il Cardinale Alessandrino, della cui Legazione parleremo più innanzi.
CAPITOLO IV. Contese insorte intorno all'accettazione della Bolla in Coena Domini di Pio V.
Il Pontefice Pio IV non visse gran tempo dopo la fine del Concilio, essendo morto il dì 9 di decembre dell'anno 1565. Fu in suo luogo fatto Papa a' 7 gennajo del nuovo anno 1566 il Cardinal Michele Ghisilieri soprannominato Alessandrino, perch'era nato l'anno 1504, nel villaggio di Bosco vicino ad Alessandria[195]. Fu egli Monaco dell'Ordine di S. Domenico, e fu creato Commessario del S. Ufficio, col favore del Cardinal Caraffa, di cui era amicissimo e molto famigliare, il quale essendo fatto Papa, per aver il Ghisilieri con gran severità ed audacia esercitata quella carica, lo nominò Cardinale nel 1557. Costui essendo giunto al Pontificato, prese il nome di Pio V, e, nutrito colle massime di Paolo IV, fu terribile contra i Settari, ed in Roma, ne' primi anni del suo Pontificato, fece ardere Giulio Zoanneto e Pietro Carnesecco, sol perchè s'era scoverto, che questi tenevan amicizia e corrispondenza co' Settarj in Germania; ed in Italia con Vittoria Colonna e Giulia Gonzaga sospette d'eresia. Questo medesimo infelicissimo fine ebbe per lui l'eruditissimo Aonio Paleario, il quale intesa la sua condanna disse: Inquisitionem esse sicam districtam in Literatos[196]. Avea Pio V del Pontificato concetti troppo alti, ed all'incontro dell'Imperio troppo bassi, e sopra i Principi, non meno di quello che ne pretese Paolo IV, era persuaso poter far valere l'autorità della S. Sede, più di quello, che comportava una Potenza spirituale. Credeva sopra coloro poter tutto, e di dovere caricar la sua coscienza, se trascurava di farlo; perciò quel che operava, non era per lui indirizzato ad altro fine, che ad un puro zelo di religione e di disciplina; onde per questa severità di costumi, e per aver somministrate grosse somme nella guerra contra i Turchi, s'acquistò riputazione di santità, e l'abbiam veduto a' dì nostri essere stato canonizzato per Santo dal Pontefice Clemente XI[197].
Non bastandogli d'essersi fortemente impegnato a far osservare esattamente i Decreti del Concilio, per maggiormente stabilire nel Pontificato la Monarchia, opera che incominciossi dalle Decretati d'Innoncenzio III e IV, di Gregorio IX, di Bonifacio VIII e degli altri Pontefici suoi predecessori, diede fuori (appena passato il primo anno del suo Pontificato) quella cotanto famosa e rinomata Bolla, che ogni anno vien pubblicata in Roma nel Giovedì Santo in Coena Domini, donde prese il nome. La pubblicò egli nell'anno 1567. Poi nell'anno seguente ne pubblicò un'altra, dove s'aggiunsero più cose, e rendettela vie più fulminante[198]. Comandò, che tutto il Mondo Cristiano senz'altra pubblicazione, che quella fatta in Roma, a quella ubbidisse: i Parrochi ogni anno il Giovedì Santo la leggessero al popolo in su de' pulpiti: e gli esemplari s'affiggessero nelle porte delle Chiese, ed in tutti i Confessionarj, e che quella fosse la norma della disciplina e delle coscienze, non meno a' Vescovi, che a Penitenzieri e Confessori. Contiene ella molti capi, poichè quella, che va attorno e si vede ne' Confessionarj affissa, è raccorciata e molto dimezzata. Alcuni Scrittori tutta intiera la rapportano nelle loro opere, come, per tralasciar altri, Francesco Toledo[199] nella di lui Somma, e Lionardo Duardo Cherico Regolare vi compilò sopra un ben ampio Commentario, e lo stampò in Milano nel 1619 nella di cui Chiesa Metropolitana era stato lungo tempo Penitenziere[200].