In Ispagna il Re Filippo II parimente alla sua pubblicazione si oppose. E nella Fiandra testificano Zipeo[208] e Van-Espen[209], che non fu mai ricevuta; e con tutto che il Nunzio Bentivoglio avesse fatto ogni sforzo per farla ricevere e pubblicare, con averne mandato gli esemplari a' Vescovi, non fu però quella ivi mai pubblicata, nè i Vescovi vollero in ciò ubbidire al Nunzio.
Il Duca d'Alcalà nostro Vicerè, pubblicata che fu in Roma questa Bolla, col consiglio e parere di quei savj Reggenti ch'erano allora in Collaterale, fra' quali erano i famosi Reggenti Villano e Revertera, essendo stato informato de' pregiudizj gravissimi, che quella seco portava, e che tutti gli altri Principi Cattolici ne' loro Reami l'aveano affatto rifiutata, anzi che s'usava somma diligenza e rigore di non farla a patto veruno divolgare, castigando chi la disseminava, con usar egli l'istesso rigore nel nostro Regno, proccurò, che non si ricevesse.
I Vescovi tosto ebbero ricorso in Roma, dolendosi col Pontefice Pio del Vicerè, avvertendolo come si proccurava non farla ricevere: il Pontefice scorgendo, che sarebbe stata opera perduta il tentare di rimuovere il Vicerè, usando le solite arti di Roma, col favore dei Principi non bene informati estorquere l'intento, diede incombenza al Vescovo d'Ascoli suo Nunzio in Ispagna, affinchè passasse col Re Filippo premurosi ufficj per indurlo a scrivere al Duca di far ricevere nel Regno la Bolla; ed il Nunzio colorì così bene la sua causa, lagnandosi essere in Napoli la giurisdizione Ecclesiastica malmenata, che nel medesimo anno 1567 indusse il Re, non ben informato, di scrivere una lettera al Duca, nella quale generalmente ordinava, che si dovesse tener particolar pensiero di favorire la Giurisdizione Ecclesiastica, e di non contrariarla; ma con la solita avvedutezza gli soggiunse, che la favorisse in quanto non sarà contraria la sua preminenza regale; e che per ciò per poter soddisfare al Papa con più fondamento, desiderava di aver particolar informazione di tutto ciò, che in questo Regno s'osservava: onde gl'incaricava, che informatosi da persone dotte e pratiche e di sperimentata bontà, l'avvisasse di tutto giuntamente col suo parere.
Il Vicerè rispose a questa lettera con due particolari consulte, una de' 31 luglio del medesimo anno, e l'altra de' 22 decembre, nelle quali riferendogli tutti i capi della Bolla, che sommamente pregiudicavano alla Regal Giurisdizione, l'avvertiva, ch'essendo questo negozio di grandissima importanza, bisognava star attentissimo, e che egli stimava di mandar in Roma a Sua Santità un Dottore del Consiglio di Sua Maestà persona dotta, e ben istrutta delle Prammatiche, Capitoli, Stili ed Osservanze di questo Regno, il quale insieme col suo Ambasciadore in Roma trattasse col Papa per rimediare, in un negozio sì grave, a tanti pregiudicj.
Ma mentre in Ispagna si stavano esaminando queste relazioni del Duca per deliberare ciò che dovea farsi, l'Arcivescovo di Napoli ed i Vescovi del Regno, animati dal Papa, non mancavano, quando lor veniva fatto, di pubblicar la Bolla, e per tutte le loro Diocesi disseminarla, da che, particolarmente intorno all'esazione delle gabelle e del Exequatur Regium, ne nascevano gravissimi inconvenienti. L'Ambasciadore del Re Filippo, risedente in Roma, portava le doglianze col Papa, di essersi pubblicata ne' Regni del suo Re, e spezialmente in quel di Napoli, la Bolla in Coena Domini senza il Regio Exequatur; ma il Pontefice Pio rispondeva, secondo rapporta il Catena[210], che la Bolla in Coena Domini tanto antica, quantunque solamente in Roma ciascun Pontefice la pubblicasse, avea forza per tutto il Mondo, siccome le altre Costituzioni generali; ed aver per l'addietro i Principi e i loro popoli, che si trovavano aver contravvenuto ad alcuna proibizione di questa Bolla, dimandata l'assoluzione da' Pontefici: di essa essersi fatta menzione sempre in tutti i Giubilei ed indulgenze, e nella Bolla della Crociata, conceduta alle volte a richiesta de' Re di Spagna. Per ciò aver comandato agli Arcivescovi e Vescovi che la pubblicassero; molto più perchè avea inteso, che in diverse Province ciò non si faceva, acciocchè non istassero i popoli inviluppati nelle scomuniche, non iscusandoli l'ignoranza, etc. L'ammonire i Confessori del debito loro, convenire al vero Pastore, acciocchè essi sappiano fra lepra e lepra discernere e de' peccati massimamente ne' casi riservati al Papa giudicare.
Il Vicerè informato dall'Ambasciador di Roma dell'ostinazione del Papa, e vedendo co' proprj occhi i disordini, che per ciò accadevano nella città e nel Regno, a' 15 maggio del nuovo anno 1568, mandò al Re una terza consulta, nella quale l'informava degli inconvenienti, che ogni dì nascevano per cagion di questa Bolla, delle novità e dubbj circa l'esazioni delle gabelle, d'alcune Bolle pubblicate ed eseguite in Regno senza l'Exequatur Regium, ragguagliandolo che tanto il Nunzio Appostolico, quanto il Vescovo di Strongoli nuovamente eletto, e mandato in Regno da Sua Santità per Visitatore, aveano mandato generalmente a tutti li Confessori di Napoli, e segnalatamente al Confessore di esso Vicerè nel Convento della Croce, ed a tutti i Confessori delli Reggenti, a ratificargli la Bolla in Coena Domini, ordinando loro che non assolvessero quelli che in qualsivoglia modo contravenivano alla Bolla suddetta. E di vantaggio, che avendo la città di Napoli preso un espediente di dare alli Panettieri il grano della città a minor prezzo di quello, che a lei costava, per non alzare il prezzo che correa allora del pane, conchè li Panettieri pagassero un carlino per tomolo di pane che lavoravano, col qual avanzo la città ne ricaverebbe d'utilità più di ducati sessantamila l'anno; atteso essendosi bandito il pagamento predetto d'un carlino per tomolo, vi erano offerte per due anni di centottomila ducati, ed altri davano intenzione d'avanzare insino a ducati centoventimila, dal che la città veniva a ristorarsi di quel che avea perduto, e perdea nelli prezzi de' grani; ed essendosi deputata giornata per l'accension della candela, la Piazza di Nido erasi ritrattata, per aver osservata la Bolla in Coena Domini, per la quale si scomunicano quelli, che ne' loro Dominj impongono pedagi, o gabelle, dicendo che incorrerebbero nelle scomuniche contenute in detta Bolla; e che similmente quelli, che trattavano questo negozio stavano nel medesimo dubbio, ancorchè da questa imposizione s'eccettuassero le Chiese, Cherici e persone Ecclesiastiche; per lo che aveano differito ed appuntato di doverne cercar parere da' Letterati Teologi sopra questo punto.
Scrissegli ancora sotto l'istesso dì altra consulta, colla quale ragguagliava il Re, che gli aggravj fatti e che tuttavia si facevano da' Vescovi del Regno per cagione della suddetta Bolla (se egli colla sua potente mano non vi riparava) si sarebbero resi irremediabili; e quel, che più importava al suo regal servigio, era il remedio al capo dell'Exequatur Regium da darsi alle provvisioni, Brevi e lettere Appostoliche, poichè per detta Bolla si toglieva affatto questo costume, ed antichissima consuetudine; ed in effetto alcuni Prelati aveano già pubblicati ed eseguiti alcuni Brevi e lettere Appostoliche senza Exequatur, e ch'egli era stato costretto di simularlo, finchè avesse risposta e risoluzione da Sua Maestà, per non incorrere nella censura contenuta in detta Bolla. Gli avvisò ancora, che il Papa avea mandata la Bolla all'Arcivescovo di Napoli con un Breve particolare, che la facesse pubblicare sotto pena di santa ubbidienza; sopra di che, da parte di Sua Santità, gli avea ancora scritto il Cardinal di S. Pietro Alessandrino suo nipote, comandandogli, che la facesse subitamente pubblicare, siccome già era stata subito pubblicata dal detto Arcivescovo e dal Nunzio per le Chiese di Napoli, senza licenza del Vicerè, e senza Exequatur. Di vantaggio, che nella nuova ed ultima Bolla in Coena Domini pubblicata, in quest'anno 1568, vi si leggevano aggiunti molti altri capi pregiudizialissimi alla Regal Giurisdizione; onde pregava istantemente il Re, che ad un affare cotanto grave e ruinoso, vi desse presto rimedio; tanto più, che egli con i Reggenti erano in iscrupolo d'essere scomunicati, perchè aveano denegato l'Exequatur ad alcuni Brevi di Sua Santità.
Il Re Filippo reputando, per queste insinuazioni del Duca, l'affare di somma importanza, ed avendo fatto esaminare in Ispagna da' suoi Consiglj e da' più famosi Teologi di quelle Università la Bolla, finalmente a' 22 luglio del medesimo anno 1568 scrisse al Vicerè una ben lunga lettera molto grave e forte, per la quale l'incoraggiava a star fermo in rifiutar la Bolla, e tutto ciò che s'attentava contra le sue regali preminenze. Mostra in prima per quella, aver inteso non senza suo rammarico, essere giunte le cose in quello stato, ch'egli rappresentava, non potendo lasciar di dirgli aver sentito molto, che abbia tanto dissimulato, e quelle leggiermente passate, ed essendo così perniziose, come sono e come egli medesimo lo dicea: che poteva ben egli aver col Papa molto giusta ed onesta scusa di non ammettere, nè dar luogo ad alcuna novità, che si pretendeva a tempo suo introdurre, con dirgli, ch'era suo Luogotenente in questo Regno, e che stando ad esso raccomandato per governarlo con que' privilegi e preminenze, nelle quali da tanti anni si trovava in possessione, in uso e costume, non poteva lasciare di non conservarli, così, come gli avea trovati: che per questa causa non dovea Sua Santità tenere a male, nè a disubbidienza, che cercasse prima consultare con sua Maestà e complire il suo carico ed ufficio: che dovea dire al Nunzio, che trattanto, che in questo Regno fosse stato esso Duca, non avesse da permetter cosa, che fosse in pregiudizio e diminuzione delle sue prerogative e preminenze, colle quali l'avea ritrovato, e che se Sua Santità pretendeva introdurre alcuna cosa in quello, poteva accudire a Sua Maestà, come a Padrone, e conveniva, che l'avesse fatto, poichè toccava a Sua Maestà ordinare quel che avesse voluto, e ad esso Duca solamente eseguirlo.
Per la qual cosa espressamente gli comandava, che per lo cammino e termini che meglio gli parrebbono, esso Duca restituisca interamente nella possessione, nella quale stava il Regno quando egli ci venne, senza permettere, che la giurisdizione e preminenza reale sia pregiudicata in un solo punto, come in lui interamente confidava, perchè altrimenti non sarebbe ammessa niuna replica e scusa.
Che faccia intendere al Nunzio Odescalchi, che frattanto, che esso Duca tenerà il Regno a suo carico, non s'avran da permettere in quello simili novità, cotanto pregiudiziali a Sua Maestà.