Che castighi severamente ed esemplarmente quelli che avranno ardimento servirsi d'alcun Breve, Bolla, o Concessione Appostolica, senza che preceda l'Exequatur Regium, che da tanto tempo, e per tante necessarie e giuste cagioni s'usa, e sta introdotto nel Regno. E che (approvando il suo parere d'inviare a Roma persona di qualità) si risenta col Papa e gli rappresenti gli aggravj ed i pregiudizi che gli fa con queste novità: gli ordina, che in tanto gli dia subito avviso d'aver eseguito puntualmente quanto gli comandava; soggiungendo ancora (per mostrar maggiormente la sua grande premura), che avendo egli data licenza ad esso Duca per le sue gravi indisposizioni di venire in Ispagna, se si trovasse forse partito dal Regno, gli ordinava di ritornar subito che avesse ricevuta quella lettera, da dove si trovava, a riordinare il Regno, e restituirlo nelle antiche preminenze, in maniera che lo lasci dello stesso modo, e con quelle medesime giurisdizioni e prerogative, che lo trovò.

Risponde ancora a ciò, che il Duca gli avea scritto intorno allo scrupolo, che coloro della città aveano di non imporre fra di loro gabella: che proccuri di levargli da questa immaginazione ed errore; poich'avendo egli fatto consultare il caso da' migliori suoi Teologi, vien giudicato errore ed inganno: onde con effetto, che facci subito imporre la suddetta gabella, affinchè Roma si disinganni, ed intendano di non giovargli in simili cose queste strade indirette.

Scrisse parimente il Re, a' 31 luglio del medesimo anno, premurosamente al Commendator maggiore, a cui appoggiò in Roma questo affare per doverlo maneggiare col Papa, al quale inviò le sue istruzioni e tutte le scritture e consulte fatte sopra il medesimo, incaricandogli dover maneggiarlo con quel calore ed efficacia, che ricerca la qualità d'un negozio tanto grave e cotanto a lui importante. Oltre a ciò in piedi di questa lettera soggiunse il Re, di suo proprio carattere, al Commendatore, che sentiva tanto questo negozio, che non s'avea voluto confidare con altri, se non con lui, assicurato della sua forza ed amore con che l'ha da trattare. E narra il Presidente Tuano[211], che il Re Filippo sì gravemente sdegnossi, che i Vescovi e Parrochi aveano avuto quest'ardimento di pubblicare in Ispagna ed in Italia ne' suoi Stati questa Bolla, che con severità di pene pari all'ardimento loro il proibì, dicendo, secondo che scrive il Tuano: Nolte se committere, ut ignava sua patientia majestatem Imperii a majoribus acceptam, atque adeo aerarium imminuisse videatur; videre se, nec invidere: quod Regi Francorum, qui regnum sectaria peste infectum habeat, nova quotidie subsidia a sacro ordine emungere concedatur, id vero ferre non posse, sibi qui regna ab eadem peste incontaminata servet, interdici, quominus jura ab omni aevo ad hunc diem ab eodem sacro ordine in suis ditionibus pendi solita, exigere liceat. E consimili erano le doglianze de' Veneziani, i quali per ciò non vollero nella loro Repubblica a verun patto sopportare queste novità.

Il Duca d'Alcalà, ancorchè avesse ottenuta licenza dal Re di ritornar in Ispagna, nulladimeno non era per anche partito da Napoli, quando gli giunse la sua regal carta, dalla quale fu obbligato a trattenervisi, e quando s'accertò de' risoluti sentimenti del Re, cominciò con più sicurezza e vigore ad opporsi a' Prelati; onde divenuto più animoso, per sua discolpa, era tutto vigilante ed attento in riparar i pregiudizi passati, e proccurare, che non se ne attentassero de' nuovi: fece far relazione da' Signori Reggenti di non essersi portato alcun pregiudizio alla regal giurisdizione e preminenze di Sua Maestà per la pubblicazione fatta dall'Arcivescovo di Napoli, siccome dagli altri Vescovi nelle loro Diocesi della Bolla: che le cose erano nel lor primiero stato, e da potersi riparare quando il caso avvenisse. Ed in fatti, non ostante che in Roma si trattava dal Commendator maggiore quest'affare, perchè tuttavia non cessavano i Vescovi del Regno, quando lor poteva venir fatto, di tentare delle novità; così non trascurava il Vicerè immantenente di opporsi ed impedirgli.

Il Vescovo di Venafro avea ardito di proibire l'esazion delle gabelle nella sua Diocesi; ma il Vicerè tosto in settembre di quest'anno 1566, scrisse al Commessario Barbuto ordinandogli, che le facesse esigere non ostante detta proibizione, ed avendo inteso, che i Sindici e gli Eletti di S. Germano aveano mandato in Roma per ottener Bolla ed assenso della Sede Appostolica per poter seguitare l'esigenza delle gabelle imposte in detta città gli anni passati con licenza e decreto Regio: e che avendo voluto seguitare ad esigere dette gabelle, erano state dal Vicario pubblicamente nella Chiesa proibite, notificando essere quelle riprovate sotto pena di scomunica da Sua Santità in virtù della Bolla in Coena Domini: commise al suddetto Commessario Barbuto, che contra i Sindici e tutti gli altri del governo, siccome contra coloro, che gli aveano consultati di mandar in Roma, pigliasse diligente informazione, e trovatigli di ciò colpevoli, insieme coll'informazione gli menasse in Napoli, facendo intanto continuar l'esazione.

L'Arcivescovo di Chieti e li Vescovi di Bitonto, di Lavello e di Venosa parimente ebbero ardimento in virtù della suddetta Bolla di proibir le gabelle; ma il Vicerè, oltre d'aver acremente ripresi i Prelati suddetti, acciò non s'intrommettessero in quest'affare e d'aver fatta continuare l'esazione de' laici, di questi attentati ne fece a' 31 ottobre del 1568 una particolar consulta al Re.

Il Vescovo di Melfi ancora erasi avanzato a procedere contra a' laici, avendo anche proibita l'esazione delle gabelle di detta città: onde il Vicerè se gli oppose con vigore, ed a' 11 dicembre del suddetto anno scrisse un'altra Consulta al Re, pregandolo de' rimedj opportuni contra questi Prelati, che usurpavano la sua regal giurisdizione.

Il Vescovo della Cava avea parimente impedita l'esazione delle gabelle di detta città, e pubblicata scomunica contra quelli che volessero esigerle. Ma il Vicerè, a' 6 febbrajo del nuovo anno 1569, mandò una grave ortatoria al Vescovo, che rivocasse la scomunica e non impedisse l'esazione: scrisse ancora una lettera Regia al Capitano ed alla città della Cava, che dovessero continuar e far continuare l'esazion delle gabelle imposte con assenso e decreto Regio, alla riserva delle Chiese e persone Ecclesiastiche, non ostante qualsivoglia proibizione fatta o da farsi dal Vescovo, e ne fece anche di ciò relazione al Re.

Avendo per tanto il Vicerè, di quanto i Vescovi attentavano e di quanto egli operava in contrario per riparare i pregiudizj fatti, mandate, come si è detto, più relazioni al Re Filippo per intendere la sua regal mente, affinchè non mancasse d'assisterlo in cose così gravi; il Re in quest'istesso anno 1569 gli rispose con altra sua regal carta, colla quale non solo approvava la sua vigilanza, ma vie più gl'incaricava la continuazione con ogni vigore in non permettere a' Vescovi questi attentati, nè che per un pelo venga pregiudicata la sua giurisdizione e preminenza regale; per la qual cosa il Duca, assicurato di nuovo della mente del Re, scrisse una grave ortatoria a tutti i Vescovi, ed Arcivescovi del Regno, insinuando loro, che non pubblicassero, nè facessero pubblicare la Bolla in Coena Domini, nè altre Bolle senza il Regio Exequatur, altrimenti avrebbe proceduto contra di loro, come conveniva procedere contra quelli, che pregiudicano la regal giurisdizione. Scrisse ancora nel medesimo tempo a tutti i Governadori delle province, ordinando loro, che inviassero persone a posta a presentare detta ortatoria a tutti, detti Prelati, ed in loro assenza a loro Vicari; e ch'essi stassero vigilanti in non far pubblicare la Bolla in Coena Domini, e che per tal effetto ordinassero a tutti i Capitani delle Terre così demaniali, come Baronali, che subito che sentiranno doversi quella pubblicare debbano tosto levarla di mano di quel Prelato, o altro, che la pubblicasse, o se per caso la ponessero nelle porte delle Chiese maggiori, o in altro luogo, la levassero dove fosse affissa, e subito per persona a posta la debbano inviare ad esso Vicerè: di più, che debbano anche subito sequestrare li beni patrimoniali e temporali del Prelato, che presumerà far tal cosa.

Nè questi ordinamenti rimasero senza il loro effetto poichè alcuni Prelati, che ciò non ostante vollero avere questo ardimento di pubblicarla, ne furono col sequestro de' loro beni puniti. Avendo l'Arcivescovo di S. Severina fattala pubblicare in quella città, scrisse, il Vicerè al Conte di Sarno Governatore di Calabria, che gli sequestrasse i suoi beni patrimoniali e temporali. Parimente essendosi inteso che il Vicario della città di Cedogna aveala pubblicata, fu scritto dal Vicerè al Governadore di Principato ultra, che mandasse un Auditore a pigliarne informazione, e costando averla fatta pubblicare, gli sequestrasse i beni, e trovandosi la Bolla affissa nelle porte della Chiesa, o altrove, la levasse. Consimili ordini furon mandati al Governadore suddetto contra l'Arciprete d'Erboli: al Capitano della Terra delli Cameli contra il Vescovo di Bojano ed il suo Vicario: al Governadore di Principato citra contra l'Arciprete del Casale dell'acqua: al Governadore di Capitanata contra il Vescovo suddetto di Bojano ed a molti altri; ad alcuni de' quali, per essere comparsi in Napoli avanti il Vicerè, e fatto costare, che essi non aveano pubblicata la Bolla dopo la sua ortatoria, ma l'anno precedente, fu loro poi tolto il sequestro. Di tutto ciò, così dell'ortatoria generale spedita a' Vescovi ed Arcivescovi, e degli ordini dati alli Governadori delle Province, come de' sequestri fatti, e poi ad alcuni levati, ne fece il Vicerè distinte relazioni al Re in Ispagna.