Restava ancora di levare un'altra cagione, perchè questa Bolla non si disseminasse, ed era, impedire ai Librai e Stampatori, che non la stampassero e vendessero; onde il Vicerè avendo notizia, che in Napoli i Librai tenevano e vendevano gli esemplari di quella; ed alcuni Stampatori, ancorchè a voce loro si fosse fatto intendere, che non stampassero cosa alcuna senza sua licenza, con tutto ciò l'aveano stampata; ordinò che si facesse diligenza nelle loro case e botteghe, e che quante ve ne trovassero si pigliassero, ed essi fossero posti in prigione, siccome fu eseguito. Ed avendogli il Conte di Sarno Governadore della Provincia di Calabria scritto, che in Cosenza in potere de' Librai di quella città si trovavano molte di queste Bolle, e parte anche vendute, gli ordinò che facesse far la ricerca nelle loro case e botteghe, e proccurasse averle tutte in mano, e gli carcerasse appresso di se: del passo pure ne diede parte al Re nella Consulta, che gli scrisse a' 7 maggio di questo medesimo anno 1569.
Ma con tutto che il Duca d'Alcalà fosse tutto occhi per impedire la pubblicazione di questa Bolla, affinchè gli Ecclesiastici non se ne valessero nel Regno, non per questo da Roma si tralasciava tanto più insistere ai Prelati, che si fossero opposti, e che per tutte le vie la facessero valere. Il Pontefice fulminava per questi espedienti presi dal Vicerè, qualificandoli per violenze; e se deve prestarsi fede al Cardinal Albizio[212], minacciava di volere scomunicarlo insieme col Collaterale, e sottoporre ad interdetto la città di Napoli. Ma riputandosi allora questo rimedio più ruinoso del male, si pensò in Roma una sottil malizia, e pur troppo scandalosa (niente curandosi di allacciare le coscienze degli uomini, particolarmente de' più deboli, che sono i più) la quale fu di comandare a' Confessori, anche regolari, che negassero l'assoluzione a' loro penitenti: onde vedendo, che poco frutto si faceva con mandar la Bolla a' Prelati, ed inculcar loro l'osservanza, si pensò di mandare la Bolla a' Generali delle Religioni, affinchè la disseminassero a tutti i Confessori dell'Ordine, con impor loro, che non assolvessero persona, che avea a quella controvenuto.
Saputosi in Roma, che il Vicerè avea per Confessore un Frate del Monastero della Croce, si cominciò da costui. Il Papa ordinò al P. Generale de' Francescani, che mandasse a tutti li Confessori del suo Ordine la Bolla: di più fece scrivere dal detto P. Generale una particolar lettera ai P. Fr. Michele Guardiano del Monastero della Croce, ch'era il confessor del Vicerè, che stesse ben avvertito d'assolvere il Vicerè, sempre che conoscesse aver impugnato la Bolla. Il Vicerè ebbe copia di questa lettera, e la mandò in Ispagna al Re insieme con un'altra sua Consulta de' 15 maggio del detto anno, pregandolo a prender forte risoluzione in cosa cotanto necessaria.
Si venne da poi a' Reggenti del Collaterale, ed in particolare a' Reggenti Villano e Revertera Consultori del Vicerè. Il Reggente Villano essendosi andato pochi dì prima di Pasqua Rosata a confessare al suo Confessore ordinario, che per sua disavventura si trovò essere dell'osservanza di S. Francesco e del Monastero istesso della Croce, non fu possibile, che colui avesse voluto assolverlo, per cagion d'aver contravvenuto alla Bolla: dicendogli di più che il Nunzio avea secretamente ripreso il Guardiano del Convento, perchè mandava ogni dì un Frate a dir Messa nella Cappella, che sta in casa d'esso Reggente, quando sapeva ch'era, per aver contrastato alla Bolla, scomunicato. Per la qual cosa fu duopo al Reggente andare ad un altro Religioso, dal quale fu per quella volta assoluto e comunicato nel dì di Pasqua; però il Frate gli disse, che avesse rimediato col Re a' fatti suoi, perchè un'altra volta non si sarebbe arrischiato di assolverlo.
Più lagrimevole fu il caso del Reggente Revertera, per aver egli voluto ricorrere a Gesuiti; andò il Reggente nella Vigilia dell'Ascensione per confessarsi al suo Confessore oridinario, ch'era della Compagnia di Gesù: non volle il Gesuita nè meno ascoltarlo, sgridandolo non poterlo assolvere, perch'era scomunicato, avendo impedito, che si pubblicassero provvisioni di Roma senza il Regio Exequatur: che avea consentito, che si carcerassero e punissero coloro, che aveano pubblicata la Bolla in Coena Domini, e che facesse continuare l'esazione delle gabelle, onde non pensasse di essere assoluto nè da lui, nè da altri, perchè il Reggente Villano intanto era stato assoluto da quel Religioso, perchè ancora non era venuto ordine al Generale della sua Religione, che non assolvessero i Reggenti; onde il meschino Revertera tutto confuso e pien di rossore bisognò andar via. Con tal occasione si seppe che in Roma s'era dato tal ordine alli Confessori di tutte le Religioni, e che per ordine del Cardinal Savelli Vicario del Papa, in nome di sua Santità, s'era imposto al General de' Gesuiti, che dovesse dar ordine a tutti i Confessori della Compagnia, che non assolvessero il Vicerè, nè i Reggenti, e che un consimile era stato già dato a tutte le altre Religioni.
L'esempio di Roma, per di lei insinuazione, era imitato da' Vescovi del Regno; poichè il Vescovo di Boiano pure s'era avanzato a dar ordini a' suoi Confessori della Diocesi, e particolarmente a quelli della Terra di Ferrazzano, che non dovessero confessare, nè assolvere li Cittadini e persone del governo di detta Terra, che facevano continuare ad esigere le gabelle: ed ancorchè il Vicerè mandasse ortatoria al Vescovo, che rivocasse gli ordini, altrimenti avrebbe proceduto come conveniva, il Vescovo non volle ubbidire: onde il Duca nella nuova consulta, che fece al Re sotto li 29 gennajo del seguente anno 1670 lo richiedeva, se fosse stato di suo gusto cacciarlo dal Regno e sequestrargli l'entrate. Scrisse perciò al Governadore di Capitanata, che facesse subito presentare al Vescovo l'ortatoria; e la rimandasse, e scrisse parimente al Capitano, ed all'Università di Ferrazzano, che attendessero ad esigere le gabelle, non ostanti gli ordini del Vescovo.
Il Duca, accertato di questi passi dati da Roma, e di quanto accadeva nel Regno, ne fece piena consulta al Re sotto li 10 giugno di quest'anno 1569, pregandolo instantemente a dar pronto riparo, ponendogli ancora sotto gli occhi, ch'egli era già di 62 anni, il Reggente Villano ne avea anni 70 ed il Reggente Revertera poco meno, e potrebbe facilmente ad alcuni di essi sopravvenir la morte con tali timori e scrupoli, che gli Ecclasiastici esageravano, i quali finalmente turbano la pace dell'anima, e maggiormente a' vecchi, che sono nell'estremo di lor vita[213].
Non passò guari, che il Reggente Villano cadde infermo, ed i Confessori non lo volevano assolvere: venne all'estremo di sua vita, ma non per ciò trovava da' Confessori pietà; finalmente il Nunzio, essendosi prima con usar molte diligenze accertato, che veramente era quasi in agonia, siccome in effetto poco da poi se ne morì, diede il permesso che si potesse confessare ed assolvere, ma con condizione, che se fosse vivuto non andasse più dal Vicerè, quando si trattasser cose di giurisdizione, nè s'intromettesse in quelle: così fu assoluto, e così morì il cotanto fra noi celebre Reggente Villano, Ministro non men dotto, che zelante della giurisdizione e preminenze del suo Re, il cui tumulo oggi s'addita nella Chiesa di S. Lorenzo Maggiore di questa città. Tutti li Confessori si protestavano, che a patto veruno non volevano assolvere i Reggenti, se non promettessero prima, di non intromettersi nella Bolla in Coena Domini, ma quella osservare ed eseguire. Parimente il Vescovo di Nola avea ordinato, che gli Eletti e Deputati del Reggimento di quella Città non fossero assoluti da' Confessori per cagion, ch'esigevano la gabella del pane imposta con decreto, e Regio assenso colla riserva de' Cherici, Chiese e persone Ecclesiastiche; ed essendogli stata mandata ortatoria dal Vicerè, che rivocasse gli ordini, e facesse assolverli, non curava ubbidire.
Di vantaggio, avendo il Pontefice pubblicato, in questo nuovo anno 1570, un giubileo, per escludere da questo li Reggenti e gli altri Ministri ed Ufficiali del Re, vi avea fatto ponere clausola, che non potessero di quello godere coloro, i quali aveano violato la libertà Ecclesiastica; ed i Confessori dicevano, che per queste parole si denotavano i Reggenti e gli altri Ministri; ed il Nunzio ancora così l'avea dichiarato.
Il Vicerè di tutti questi disordini ne informò pienamente il Re con due altre relazioni, una de' 29 gennaio, l'altra de' 10 maggio del medesimo anno 1570 pregandolo, che a mali sì gravi volesse darvi remedio, atteso ch'egli non poteva resistere alle continue istanze de' Reggenti' e d'altri Ministri, che erano per ciò in grandissima agitazione[214].