Il Re Filippo intanto, per le Legazioni in questo tempo spedite dal Pontefice Pio di Vincenzo Giustiniano e del Cardinale Alessandrino in Madrid, delle quali parleremo più innanzi, e per gli uffici fatti in Roma dal suo Ambasciadore e dal Commendator maggiore, avea mitigato in parte l'animo del Pontefice, ed il Presidente Tuano[215] narra, che Pio V, si raffreddò e depose il pristino fervore per le guerre di Religione, che allora più che mai crescevano in Fiandra e nella Francia; tanto che il Re assicurò il Duca con sua lettera sin de' 17 luglio 1569, che per gli ufficj passati in Roma prevedea che Sua Santità si sarebbe quietata, e non passerà più avanti, e che in questo non avrà più che dire di quel, che in Ispagna il suo Nunzio con molto secreto avea detto circa l'ordine dato da Sua Santità, che non si pubblicasse la Bolla in Coena Domini insino ad altro suo ordine: lo richiedeva per ciò, che l'avvisasse se questo si continuava, o pure fossesi dato altro ordine in contrario[216].
In questo stato rimasero le cose in tempo del governo del Duca d'Alcalà, che poco da poi se ne morì in Napoli: non si venne mai ad una decisiva risoluzione intorno a quest'affare, ma le cose s'andaron da poi temporeggiando, usando gli Spagnuoli i soliti rimedj. Essi non cessavano dall'un canto impedire l'esecuzione a' Prelati, quando volevan servirsi della Bolla, con tutto che non molto si curassero che coloro la facessero leggere ogni anno.
All'incontro i Vescovi e gli Ecclesiastici non cessavano di pubblicarla nel Giovedì Santo ne' pulpiti, ed affiggerla nè Confessionarj e nelle porte delle Chiese; nè molto si curavano, che poi non si praticasse. Nel Viceregnato del Duca d'Alcalà trovarono, per le forti premure che glie ne dava il Re Filippo, più resistenza e vigilanza. I suoi successori, secondo le congiunture ed opportunità, ora lenti, ora forti, si opponevano.
Il Cardinal di Granvela successore del Duca mostrò non minor fortezza che il suo predecessore; poichè fortemente crucciato il Re Filippo II, che non ostante le promesse del Nunzio fatte in nome del Papa in Ispagna, tuttavia non si cessava da Roma insinuare a' Prelati del Regno la pubblicazione ed affissione della Bolla, scrisse una molto grave lettera al Granvela, dolendosi insieme, e mostrando la sua collera per questo modo di procedere di quella Corte, dicendogli fra l'altre cose: Es fuerte cosa, que por ver que yo solo soy el que respeto a la Sede Apostolica, y con suma veneracion mis Reynos, en lugar de agradecermelo, como devian, se aprovechan dello, para quererme usurpar la autoridad que es tan necessaria, y conveniente para el servicio de Dios, y por el buen govierno de la que el me ha encomendado, y assi podria ser que me forcassen a tomar nuevo camino, y io os confiesso, que me trahen muy cansado, y cerca de acaverseme la paciencia, per mucho que tengo, y si a esto se llega podria ser que a todos pesasse dello[217]. Per la qual cosa il Granvela usò ogni vigore e vigilanza in questo; tanto che avendo l'Arcivescovo di Rossano pubblicata la Bolla, e costandogli, che vi era intervenuto un servidore laico dell'Arcivescovo, lo fece porre in carcere, dove dopo esservi stato molti mesi, morì.
Il Duca d'Ossuna, per le memorie che ci restano, le quali tutte le dobbiamo al diligentissimo Bartolommeo Chioccarello, proccurò, quanto i tempi permettevano, imitarlo: poichè avendo presentito, che dal Vescovo d'Ugento in una Domenica nella solennità della Messa nel 1583 s'era pubblicata nella città di Ugento quella Bolla, scrisse a' 12 ottobre del detto anno una lettera regia a Francesco Caraffa Governadore di Terra d'Otranto, ordinandogli che s'informasse, se fosse vero, che si era pubblicata questa o altra Bolla senza l'Exequatur Regium, e che se vi erano intervenuti laici, procedesse alla carcerazione di quelli, e mandasse a lui copia dell'informazione per risolvere il di più, che gli parerà; ma non essendosi trovati laici, e costando per l'informazione presa e trasmessa all'Ossuna, che la Bolla non era stata affissa, ma solamente pubblicata a voce, e che il Vescovo non teneva beni patrimoniali nel Regno; il Duca nella consulta, che ne fece al Re a' 23 gennaio del medesimo anno, lo ragguagliava, ch'egli non avea in questo caso potuto far quelle dimostrazioni, che praticò il Duca d'Alcalà, ed il Cardinale di Granvela, perchè la Bolla non s'era affissa, e non vi erano intervenuti laici, onde stimava di chiamar il Vescovo di Napoli, e di sequestrargli l'entrate del Vescovato; ma egli prima di ricever gli oracoli da Sua Maestà non avea stimato allora far altro, che di chiamarlo e d'ordinare al Conte d'Ugento, che l'informasse dell'entrate e qualità d'esse, che teneva il Vescovo, affinchè se gli potesse far mandato in nome del Fisco ad ostendendum titulum, e per questa via castigarlo del suo errore.
Questi avvenimenti, che si sono raccolti dalle Consulte mandate dal Duca d'Alcalà al Re Filippo in Ispagna, e dalle lettere del Re, che sono registrate nella Cancellaria di Napoli, e la testimonianza d'uno Scrittore non men grave e fedele, che contemporaneo ai narrati successi, quanto fu il Presidente Tuano, convincono per troppo sfacciate le adulazioni del Cardinal Albizio[218], il quale non s'arrossì di dire, che nei Regni di Spagna e segnalatamente nel Regno di Napoli fosse stata questa Bolla ricevuta, dando una mentita non meno al Salgado[219], che scrisse non essere stata ricevuta ne' Regni di Spagna, che al nostro Reggente Tappia[220], il quale nel suo Trattato De Contrabandis Clericorum, avea con verità detto, che quella non fu mai nel nostro Regno accettata, dicendo l'Albizio: totum enim contrarium apparet ex consultationibus et literis directis ad Regem Catholicum Philippum II, o Duce de Alcalà Prorege Neapolis de anno 1567, videlicet, Bullam hanc fuisse, non solum in Civitate Neapolis, sed per totum Regnum pubblicatam; poichè da queste Consulte e Lettere, come si è veduto, tanto è lontano ricavarsi, che fosse stata ricevuta, che anzi i Vescovi ne furono castigati, quando ebbero ardimento di pubblicarla. Ebbero è vero i Vescovi questa arroganza contra il volere del Re, istigati da Roma di pubblicarla, ma furono sempre impediti i loro disegni e resi vani gli effetti: si continuò l'esazione delle gabelle, e se n'imposero delle nuove senza licenza della Sede Appostolica: l'Exequatur si ritenne: a' Magistrati non si fece dare impedimento in esercitando li loro ufficj: le tratte furon come prima vietate; nè senza Regio permesso s'introducevano vettovaglie in Roma.
Assai più favoloso è ciò che questo Autore soggiunge, che il Re Filippo II avesse ceduto a questo punto, e che nelle istruzioni date al Marchese de las Navas mandato a Roma nell'anno 1578 avesse confessato in tutti i suoi Regni essere stata la Bolla pubblicata ed accettata; poichè il Presidente Tuano rapporta il contrario, d'avere il Papa rimesso il suo fervore, ed il Re Filippo al Duca d'Alcalà scrisse, che il Pontefice avea ordinato, che sino a nuovo ordine non si pubblicasse la Bolla, e dopo la missione del Marchese de las Navas, il Cardinal Granvela e D. Pietro di Giron Duca d'Ossuna, che fu Vicerè, dall'anno 1582 insino al 1586, si opposero agli attentati de' Vescovi, siccome fecero i loro successori: ancorchè per le circostanze de' tempi, non con quel medesimo vigore e fortezza del Duca d'Alcalà.
Se gli Spagnuoli avessero usati i rimedj praticati in Francia per guarir queste ferite, non già impiastri ed unguenti, non si sarebbe data occasione agli assentatori della Corte di Roma di scrivere queste ed altre maggiori esorbitanze, in grave scorno della potestà e giurisdizione de' nostri Re; ma l'aver sovente trascurato di punire la pubblicazione che si faceva da' Vescovi e da' Parrochi, e solo accorrere a casi particolari, impedendo a' Vescovi, quando volevan con effetto eseguirla e metterla in uso, ha portato questo, che gli Autori Ecclesiastici, perchè la sentivano pubblicare da' Vescovi e da' Parrochi e la vedevano affissa nelle porte delle Chiese e ne' Confessionarj, abbiano scritto che questa Bolla fosse stata nel Regno pubblicata e ricevuta, siccome fra gli altri fece il Cardinal Albizio, il quale per ciò, come testimonio di veduta, dice: Et ego, qui per triennium exercui officium Auditoratus Nunciaturae Neapolis, sub fel. rec. Urbani VIII Pontificatu, testor acceptationem et ejus usum in praedicta Civitate et Regno. Ma egli dovea sapere ancora, che quando i Vescovi volevan quella porre in pratica, tosto il Collaterale ed il Delegato della giurisdizione vi s'opponeva e dava riparo: che a' suoi tempi si ponevano nuovi dazj senza licenza della Sede Appostolica: che si proibiva in Roma e nello Stato Ecclesiastico mandar vettovaglie ed altre cose, senza Regio permesso, tutto che per la Bolla non si potesse ciò loro impedire, anzi gli Ecclesiastici ne dimandavano le tratte ogni anno, ed in tutto il resto niente fu variato di quel che prima della Bolla si faceva.
Da ciò ne nacque ancora, che i Vescovi del Regno ne' Sinodi Diocesani, stabilendo in quelli i loro decreti, si servissero della Bolla, e spesso l'allegassero; ma non per ciò i Sinodi erano per quelli capi ricevuti, ma s'impediva loro di mandarli in esecuzione. Sono piene le nostre Province di questi Sinodi, ma non s'ardisce però niuno metterli in pratica.
Quindi nacque ancora, che gli Scrittori Ecclesiastici, e particolarmente i Casuisti (poichè con gran trascuraggine non molto vi si bada) abbiano empiti i loro volumi di massime quanto false, altrettanto pregiudizialissime alla giurisdizione del Re, con sostenere come per tacer altri, fecero Marta, Diana, del Bene e tanti altri, la Bolla in Coena Domini, come tutte le altre, aver forza ed obbligar le coscienze degli uomini anche ne' Regni, nelli quali non è stata ricevuta, per non esser necessario alle Bolle del Papa pubblicazione o accettazione alcuna, ma che basti che siano quelle pubblicate in acie Campi Florae, ad valvas Basilicae D. Petri e negli altri luoghi soliti di Roma, per obbligare tutti i Principi e tutte le Nazioni del Mondo Cristiano: che tenendo il Papa la sua autorità immediatamente da Dio, non ha bisogno la sua legge di accettazione o pubblicazione: che questo istesso lo diffinisce la Bolla medesima in Coena Domini, e tante altre esorbitanze. Come se al Papa, ancorchè eccedesse i limiti della sua potestà spirituale, mettendo ciò che vuole nelle sue Bolle, abbiano i Principi ciecamente ad ubbidire, ancorchè per quelle si trattasse di levargli la loro potestà e giurisdizione, che parimente essi la riconoscono da Dio. E come se non fosse il Principe in obbligo, per la custodia de' suoi Stati, invigilare a ciò, che s'introduce da Roma in quelli, ed opporsi a' pregiudizj de' suoi regali diritti e de' suoi vassalli: intorno a che è da vedersi Van Espen[221], dotto Prete e celebre professore de' Canoni nell'Accademia di Lovanio, il quale sopra ciò compose un particolar trattato, confutando gli errori di costoro, stampato in Brusselles l'anno 1712. Anzi questi assentatori della Corte di Roma erano trascorsi insino a dire, che chi sente altrimenti è sospetto d'eresia, e può denunciarsi al S. Ufficio, e di vantaggio (ciò che non può sentirsi senza riso insieme ed indignazione) sono scorsi sino a dire, che controvertire del fatto, cioè se in tale provincia sia ricevuta o no questa Bolla, s'incorra nel medesimo sospetto, ed il Cardinal Albizio[222] narra, che a' suoi tempi per comando d'Alessandro VII, s'era da tutti i Qualificatori del S. Ufficio, nemine excepto, qualificata per falsa, temeraria, erronea, ingiuriosa all'autorità del Santo Pontefice, e che prepara la via allo Scisma, questa proposizione: Bulla, quae promulgatur in Coena Domini, non est in Belgio usu recepta juxta probabilem multorum opinionem: e ne cita il decreto profferito sotto li 20 settembre del 1657. E qual documento maggiore dell'inosservanza potevano avere, che da quest'istessa Bolla; dove si proibisce a' Principi di metter nuovi pedagi e gabelle senza licenza della Sede Appostolica, dove si scomunicano i loro Ufficiali che impedissero a' Giudici Ecclesiastici d'esercitare la loro giurisdizione contra quoscumque, dove finalmente l'imperio si sottopone interamente al Sacerdozio ed il Papa fassi Monarca sopra tutti i Re e Principi della Terra?