Il Conte Duca, che con assoluto arbitrio reggeva in Spagna non meno il Re che i suoi Stati, con superbissimo genio e con massime severe e violenti consigli trattava gli affari. Egli s'avea proposto d'esaltare la potenza e la gloria del Re al pari del titolo, che gli avea fatto assumere di Grande; ma la fortuna con eventi infelici secondò così male il pensiere, che pareva offuscato in gran parte lo splendore della Corona; tantochè gli emoli del Conte Duca con argutezza spagnuola solevan motteggiarlo, dicendo, che il Re era Grande, come il Fosso, il quale s'ingrandiva tanto più, quanto più si scemava il terreno della sua circonferenza. Si era perciò appresso gli esteri rilasciato quel timore, che conciliato dalla potenza, soleva contenerli in rispetto; e nell'animo de' sudditi avvezzi sotto un velo di riputazione e di prosperità a venerare gli arcani infallibili del Governo, sottentrava già il disprezzo e l'odio verso il Re ed il privato.

Non era oscuro il pensiere dell'Olivares di allargare non solo la Monarchia oltre a' primi confini, ma ne' Regni medesimi stabilire assoluta l'autorità del Monarca, la quale in alcuna delle Province era circoscritta dalle leggi, dagl'indulti e da' patti. A ciò lo spingeva principalmente il bisogno del danaro e di gente, per supplire a tante guerre straniere, perchè dal censo de' Popoli convenendo dipendere, non riuscivano le provvisioni uguali alla necessità, nè pronte all'urgenza. Pensava dunque d'abolire, o almeno di restringere tanta libertà, che s'attribuivano alcuni, e principalmente i Catalani, i quali decorati da grandissimi privilegi, ed immuni da molti pesi, custodivano la loro libertà con zelo non minore che la Religione. Già alcuni anni, tenendo il Re in Barcellona le Corti, resisterono più volte alle soddisfazioni dell'Olivares, dal che irritato egli, nudrì poi sempre nel cuore di reprimerli e d'abbassarli. I Re solevano veramente rispettare quella Nazione per natura feroce, e per lo sito importante, perchè la Provincia, se dalla parte del mare per l'impetuosità è impenetrabile, da quella di terra, pare inaccessibile per le montagne; anzi queste internandosi, ed in molti rami divise, le formano altrettante trinciere e ripari, ne' quali si comprendono piazze forti, città popolate, terre, e gran numero di villaggi. La vicinanza poi alla Francia, i passi dei Pirenei, l'ampiezza del giro, la popolazione e l'inclinazione marziale degli abitanti, la rendevano considerabile e poco men che temuta.

Ad ogni modo il Conte Duca aspettava col pensiero l'opportunità di frenarla; ma quando stimò, che la fortuna gli aprisse la strada, non s'avvide, che insieme portava il precipizio alla grandezza ed alla salute di tutta la Spagna. I Franzesi allargando sempre da quella parte i confini, speravano di promuovere gravi accidenti, e particolarmente d'irritare gli animi dei Popoli tra gl'incomodi della guerra, ed i danni dell'armi, e così loro riuscì puntualmente; poichè avendo gli Spagnuoli perduta Salses, convenne loro per ricuperarla, piantare la piazza d'armi nella Catalogna, con lasciarvi a quartiere l'esercito; onde, se durante l'assedio fu la Provincia gravemente afflitta dal passaggio delle milizie, da poi ne sentì la licenza, tanto più dura, quanto n'erano que' Popoli meno avvezzi; si udirono estorsioni ed aggravj, profanati i Tempj, violate le donne e rapiti gli averi; a' quali eccessi i Capi non riparando, si formava concetto, che l'Olivares per imporre, sotto titolo di necessaria difesa, il giogo a quel Principato, volentieri lo tollerasse; ed è certo, che da frequenti lettere di lui, stimolato il Conte di S. Coloma Vicerè, a cavar genti e denari dalla Provincia, si valse in Barcellona di certo denaro, che s'apparteneva alla disposizione della città, senza badare a' privilegi, ed attendere l'assenso degli Stati; ed avendo uno de' Giurati, Magistrato il più ragguardevole, voluto opporsi a tanta licenza, con fare eziandio premurose istanze, che fossero corretti i trascorsi delle milizie, il Vicerè lo carcerò. Tanto bastò per commuovere un Popolo, che tollerava l'ubbidienza, ma non conosceva ancora la servitù; furono prese l'armi, aperte le carceri, e corse le strade, con sì grave ed universal tumulto, che il Vicerè impaurito stimò riporre nella fuga solamente il suo scampo. Si ridusse per ciò all'Arsenale, dove nemmeno essendo sicuro, perchè il Popolo, dato fuoco al Palazzo, lo cercava per tutto, fece accostare una Galea; ma mentre s'incamminava al lite per imbarcarsi, sopraggiunto da' sollevati, restò miseramente trucidato. Allora il Popolo, parte inorridito dal suo medesimo eccesso, parte tra le apprensioni della servitù, e le apparenze della libertà, invaghito e confuso, riputò, che non vi fosse più luogo al suo pentimento, nè alla regale clemenza.

Scosso per tanto il giogo, trascorso nell'ultime estremità, e la confusione non potendo da se stessa sussistere, fu data per ciò forma ad un independente governo col Consiglio de' Cento, e degli altri antichi Magistrati della città. A tale esempio s'alterò quasi tutto il Principato, e nelle Terre e Villaggi si presero universalmente le armi, e le genti spagnuole furono trucidate e scacciate.

A così improvviso accidente l'animo del Conte Duca commosso, non ardiva palesarlo al Re, nè poteva tacerlo; proccurò di fargli credere, che non vi fosse, che un popolare tumulto, che svanirebbe da se, e con la forza prestamente sopito, varrebbe a rendere più illustre l'autorità del comando; poichè sotto l'armi si potrebbe, non solo domare la ribellione, ma il fasto ancora de' Catalani, ed abolirsi que' Privilegi, che gli rendevano contumaci. Ma nell'animo suo con più tacite cure riflettendo all'importanza della Provincia, alla qualità del sito, ed a' danni maggiori se vi s'introducessero i Franzesi, bilanciava, se la destrezza, o la forza dovesse più utilmente impiegarvisi. Nè mancavano dubbi, che altri Regni, e l'Aragona particolarmente, fosse per seguitare un tal esempio. Tentò prima con le persuasioni della vecchia Duchessa di Cardona, che appresso il Popolo di Barcellona godeva molta venerazione, ed autorità, e col mezzo di un Ministro del Pontefice che vi risedeva, sedare gli animi, e placare il romore; ma riuscendo ciò inutilmente, deliberò di usare la forza, con tale potenza e con tanta celerità, che nè il Popolo potesse resistere, nè i Franzesi giunger opportunamente al soccorso.

Proccurò dunque d'ammassare l'esercito, comandando a' Feudatarj, ed invitando la Nobiltà, e tra questa molti de' più sospetti, particolarmente i Portoghesi, acciò servissero insieme di soldati e d'ostaggi. Le provvisioni tuttavia non poterono essere così prontamente allestite, che i Catalani non avessero tempo, e di munirsi con molta costanza, e di spedire Deputati in Francia a chiedere ajuti. Non si può dire quanto il Cardinal di Richelieu, direttore allora di quella Monarchia, e che avea già con le solite arti coltivate le prime loro disposizioni, gli accogliesse avidamente. Li cumulò d'onori, e li caricò di promesse; ma nel tempo medesimo volendo godere dell'occasione, che il caso gli presentava, non solo applicò a nutrire nelle viscere della Spagna la guerra, ma di ridurre la Catalogna alla necessità di arrendersi alla soggezione franzese. Inviò il Signor di S. Polo con alquanti Ufficiali, e per mare alcune milizie e cannoni, acciocchè que' popoli prendessero cuore d'insanguinarsi coi Castigliani; e spedì il Signor di Plessis Besanzon, Ministro eloquente, e d'acutissimo ingegno, a riconoscere la disposizione degli affari e degli animi.

Dall'altra parte il Conte Duca, avendo raccolto un esercito di trentamila combattenti, lo consegnò sotto il comando del Marchese de los Velez, di nascita Catalano, e destinato per Vicerè dell'istessa Provincia, verso la quale tanto è lontano che tenesse costui disposizione di affetto, che anzi aveva cagioni d'odio e d'abborrimento, essendoglisi dal Popolo in Barcellona spianata la casa, e confiscati gli averi. Si mosse adunque il nuovo Vicerè nel mese di dicembre di quest'anno 1640 da Tortosa, città partecipe della sollevazione; ma che, o per l'inclinazione degli abitanti, o per le minacce dell'armi, fu la prima a rimettersi in obbedienza; s'avanzò a Balaguer, per tutto rendendosi molte Terre inabili alla difesa. Ivi sebbene l'angustie de' passi possono essere impedite da pochi, ad ogni modo le guardie de' Catalani non ardirono d'aspettarlo; onde il Marchese spirando terrore e severità s'avanzò fino a Combriel, Piazza d'armi de' sollevati. Il luogo debole ardì per cinque giorni resistere, dopo i quali volendo rendersi, non fu ricevuto che a discrezione; restando desolata la Terra, impiccati gl'Ufficiali, e tagliate a pezzi le soldatesche. Da questo sangue pullulò la disperazione per tutto; in Barcellona particolarmente s'animavano i Cittadini, l'uno con l'altro a sofferire ogni estremo più tosto, che cadere in mano, e sotto il governo di vincitor così fiero, e di un Vicerè incrudelito. Trattandosi della libertà, e della stessa salute, fu la difesa disposta, fortificato il Mongiovino, ed unendosi gli animi pel comune pericolo, si procedè nel governo e nelle risoluzioni con vigore e concordia.

Tuttavia temevano di non potere a scossa così poderosa senza forte appoggio resistere. Dall'altro canto i Ministri franzesi fomentavano l'apprensione, e loro additavano dall'una parte imminente l'eccidio, dall'altra vicino il soccorso; ma dimostrando non convenire che la Corona di Francia, per procacciare l'altrui, abbandonasse li proprj vantaggi, insinuavano fra' timori e i discorsi, quanto complisse obbligare un Re così grande a sostenere per decoro e per interesse quel Principato. Colpì l'artificio, perchè il timore del pericolo e la speranza degl'ajuti indusse i Catalani a consegnarsi alla protezione ed al dominio franzese con molti patti, che preservavano i Privilegi, quei principalmente dell'assenso de' Popoli per l'imposte, e della collazione de' Beneficj di Chiesa, e delle cariche a' nazionali, eccettuata la suprema del Vicerè, che poteva essere straniero. A ciò diedero tutti l'assenso; la maggior parte per desiderio di cose nuove, li semplici per concetto di cambiare in meglio la sorte, e i più savj per essersi accorti, che dopo i primi passi della ribellione, qualunque si fosse la libertà, o la servitù, non poteva provarsi, che fiere stragi e calamità non disuguali. Ciò accadde negl'ultimi giorni di quest'anno, nel procinto, che il Portogallo pur anche scosso il giogo, ravvivò con nuovo Re l'antico nome del Regno.

§. I. Il Regno di Portogallo scuote il giogo, e si sottrae dalla Corona di Spagna.

L'emulazione, che passava tra' Castigliani ed i Portoghesi, cotanto antica, che tramandata, come per eredità, da' loro antenati a' successori, era a questi tempi per i boriosi modi e feroci consigli del Conte Duca, assai più cresciuta, che quando convenne a questi piegare il collo sotto la dominazione della Castiglia, divenne ora abborrimento ed impazienza: tantochè avevano i Portoghesi applicata più volte l'attenzione e la speranza a vari accidenti, che potessero far cambiare la fortuna presente. Ma la potenza e la felicità de' Castigliani, avevano fino ad ora, o tenuti gli stranieri lontani, o dissipati l'interni disegni; ad ogni modo cresceva maggiormente il desiderio, e serviva ad incitarlo l'oggetto de' Duchi di Braganza, che discendenti da Odoardo, fratello di Errico Re, erano appresso molti altrettanto preferiti nelle ragioni, quanto alla forza del Re Filippo avevano convenuto soccombere. Il presente Duca Giovanni, osservando sopra di lui l'occhio de' Castigliani aperto, si dimostrava altrettanto alieno da ogni applicazione e negozio; ed essendo pochi anni addietro accaduto tumulto in qualche città, uditosi acclamare il suo nome, egli si era contenuto con tale modestia, che fu creduto ugualmente alieno dall'ambizione e dall'inganno. Il Conte Duca però considerando, e le ragioni della Casa, ed il favore del Popolo, oltre alle ricchezze e gli Stati, che eccedevano la condizione di vassallo, per assicurarsi di lui, l'invitava alla Corte con premj ed impieghi, e con simulata confidenza gli conferiva cariche e titoli: il che si credè mirasse non per adornarlo di dignità, ma per esporlo a pericoli, acciocchè esercitando particolarmente il suo impiego di Contestabile, salisse sopra l'armata o entrasse nelle Fortezze, dove fossero ordini occulti d'arrestarlo prigione. Giovanni con varie scuse schivando di condursi a Madrid, con tali riserve in tutto si governava, che se non poteva sfuggire gli altrui sospetti, almeno divertiva i suoi rischj. L'Olivares si valse della rivolta di Catalogna, e della fama, che il Re volesse uscire a debellarla, per invitare la Nobiltà Portoghese, e tra questa con maggior premura il Braganza a concorrere con la persona e con le forze in così segnalata occasione: ma la stessa congiuntura servì a' Portoghesi per isvegliare in loro gli antichi pensieri; onde molti nelle private conversazioni soliti a frequentemente lagnarsi, che un Regno famoso ed esteso nelle quattro parti del Mondo, fosse ridotto in provincia, e divenuto appendice al Dominio de' loro naturali nemici, ora consideravano la Nobiltà oppressa, il Popolo conculcato; e per le gelosie del Conte Duca snervato il Paese, i Grandi perseguitati, infranti i Privilegi e sfigurata quell'immagine, che al Portogallo restava di libertà e d'apparente decoro. Passando poi dalle querele de' tempi al rimprovero di loro stessi, quasichè ne' Portoghesi mancasse quell'ardire e quel cuore, che così altamente nobilitava il Popolo catalano, divisavano la facilità di eseguire ogni grande attentato, retti da una donna e da un odiato Ministro con pochi presidj e provvisioni minori, in tempo, che era tutta la Spagna commossa, le forze distratte, il Re impotente a resistere in tante parti, e pronta la Francia al soccorso.