Margherita Infanta di Savoja sosteneva il titolo di Viceregina, il governo però risedeva in alcuni Castigliani, ed in particolare nel segretario Vasconcellos, che l'assisteva, e che confidente dell'Olivares e dal suo favore innalzato, tutto tirava alle di lui massime d'abbassar i Grandi e d'esercitare assoluto comando. Per le congiunture veramente pareva, che per sollevarsi fosse maggior pericolo in iscovrire i pensieri, che in praticargli; onde ridotti alcuni Nobili in Lisbona nel giardino d'Autan d'Almada, considerate le congiunture presenti, tutti si risolsero di tentar l'impresa dandosi reciprocamente la mano e la fede di segretezza e di non mai abbandonarsi. Stavano alquanto perplessi sopra il risolvere, qual forma si dovesse scegliere del nuovo governo. Ad alcuni, con l'esempio de' Catalani, aggradiva l'istituto delle Repubbliche; ma si considerò dalla maggior parte la confusione, che seco porta l'innovare comando in un paese avvezzo all'arbitrio di un solo. Si voltarono perciò al Braganza, nel quale, per giustificare la causa, e tirare i popoli, concorrevano i requisiti più principali, e per ragione al Regno e per distinzione di fortuna; gli spedirono dunque separatamente Pietro Mendozza, e Giovanni Pinto Ribero a rappresentargli i voti comuni ed offerirgli lo scettro; e perchè s'avvidero questi, che al Duca s'affacciavano tra varj pensieri l'immagini di molti pericoli, proccuravano di sgombrargli ogni dubbiezza: ed il Pinto particolarmente tramettendo alle ragioni ed alle preghiere minacce e proteste, gli dichiarò, che anche contra sua voglia sarebbe Re proclamato, senzachè dalla sua renitenza, ed a se ed agli altri fosse per accogliere, che rischj maggiori di più certe perdite. Il Duca ad oggetto sì grande, ed improvviso della Corona, titubava ne' suoi pensieri; ma sua moglie, sorella del Duca di Medina Sidonia, essendo d'altissimi spiriti, lo rincorò, rimproverandogli la viltà di preferire alla dignità dell'Imperio la caducità della vita. Nè mancarono i Franzesi conscj di quanto si tramava, con segretissimi messi di confortarlo ed animarlo con ampie promesse d'assistenze e soccorsi, facendogli credere tanto più ferma dover essere la Corona sopra il suo capo, quantochè gli additavano vacillanti le altre sopra quello del Re Filippo. Dunque s'indusse a prestarvi l'assenso e fu concertato il tempo ed il modo per dichiararsi.

Sebbene in questo affare il segreto fosse grande, ad ogni modo la notizia essendo sparsa tra molti, ne traspirò qualche cosa alla Viceregina, la quale non mancò d'avvertire il Conte Duca più volte de' discorsi e disegni de' congiurati; ma egli solito di prestar fede a se stesso, più tosto che ad altri, lo credè troppo tardi. Adunque il primo di dicembre di quest'istesso anno 1640 molti Nobili essendo andati a Palazzo, al battere delle nove ore della mattina, ch'era il segno accordato, ad un colpo di pistola, snudarono le armi, e caricarono le guardie della Viceregina, le quali inermi e sbandate, ogni altra cosa attendendo, cedettero facilmente. Occupato il palazzo, i Nobili gridavano Libertà, insieme acclamando il nome di Giovanni IV, per Re; ed altri nelle piazze, chi per le strade, alcuni dalle finestre e tra questi Michele Almedia di veneranda canizie, animando il Popolo e concitandolo all'armi, fu sì grande in pochi momenti il concorso, che, come se un solo spirito movesse la moltitudine, non vi fu chi dissentisse, o titubasse. Una Compagnia di Castigliani, che entrava di guardia al Palazzo, fu dal furore della plebe costretta alla fuga. Antonio Tello con altri seguaci, sforzate le stanze del Vasconcellos, che inteso il romore, s'era in certo armario rinchiuso, lo ritrovò, e trucidato, lo gittò dalle finestre, acciocchè nella piazza fosse spettacolo all'odio del vulgo, e testimonio insieme, quanto poco sangue costasse la mutazione di un Regno. L'Infanta, custodita in potere de' congiurati, fu trattata con molto rispetto, astretta però a comandare al Governadore del Castello, che s'astenesse di tirare il cannone, altrimenti i Castigliani nella città sarebbero stati tutti tagliati a pezzi. Egli non solo ubbidì all'ordine di sospender l'offese, ma subitamente, o per timore, o per necessità, trascorse alla resa, allegando d'essere così sprovveduto, che all'invasione del Popolo non avrebbe potuto resistere. Fu maraviglia vedere una città, come Lisbona, grande, popolata, commossa, restare in brevissimo tempo in potere di se medesima, ma con tanto ordine e con tal quietudine, che nessun comandando, ogni condizione di persone, al nome del nuovo Re, prontamente ubbidiva.

Giovanni, inteso l'accaduto di Lisbona, fattosi proclamare Re ne' suoi Stati, entrò in quella città il sesto giorno del medesimo mese di dicembre con indicibile pompa; e ricevuto il giuramento da' Popoli, lo prestò reciprocamente per l'osservanza de' Privilegj. Sparsasi per quel Regno la fama di tal accidente, non vi fu luogo, che tardasse a seguitare l'esempio della Capitale, con tanta unione degli animi, che non pareva mutazione di governo, ma che solamente al Re si cambiasse nome, con insolito gaudio de' Popoli. I Castigliani sparsi in alcuni presidj e quelli di S. Gian, Fortezza d'inespugnabile sito, sorpresi da fatale stupore, n'uscirono senza contrasto. L'Infanta fu accompagnata a' confini, ed alcuni de' Ministri Castigliani restarono prigioni, per sicurtà di que' Portoghesi, che fossero in Madrid trattenuti. In otto giorni si ridusse tutto il Regno ad una tranquilla ubbidienza. Fino nell'Indie dell'Oriente, nel Brasile, nelle coste d'Affrica e nell'Isole, che si numerano tra le conquiste de' Portoghesi, quando da Caravelle, in diligenza spedite, ne fu portato l'avviso, quasichè fosse stato atteso, abjurata con universal consenso l'ubbidienza a Castiglia, il nome di Giovanni IV fu riconosciuto ed acclamato.

Il Conte Duca accortosi, che in vece di ingrandire la Monarchia e la prepotenza, conveniva essa della propria salute contendere, non potendo contrastare da due parti, stava in dubbio dove s'avessero a rivolgere le maggiori cure e gli sforzi. In fine giudicò meglio contra la Catalogna applicarsi, sperando, che non riuscisse lunga l'impresa ed insieme temendo, che col dar tempo, la fortezza del paese, la ferocia del Popolo, ed il soccorso de' Franzesi, la difficultassero maggiormente. All'incontro, essendo aperti i confini, più lontani gli ajuti, i popoli meno agguerriti, ed in Lisbona sola potendosi debellare tutto il Regno, si figurava, che lasciati i Portoghesi in sicurezza ed in ozio, non applicarebbero a premunirsi, e che i Nobili, superbissimi per natura, non sofferirebbono a lungo il comando di uno a diversi emolo, ed a molti uguale. Proseguendosi pertanto in Catalogna la guerra, il Portogallo vie più si stabiliva, tanto che riusciti vani i presagj dell'Olivares, rimase, siccome tuttavia ancor dura, staccato ed indipendente dalla Corona di Spagna.

In Catalogna adunque proseguendosi eziandio nel verno la guerra, los Velez si portò ad espugnare Terracona, che dopo la Metropoli del Principato, tiene per l'ampiezza e per la nobiltà il primo luogo. I Catalani animati da' Franzesi sprezzavano gli sdegni e l'armi del Re, tanto che pronti alla difesa, sostennero lungamente la guerra, la quale non meno agli altri Stati della Monarchia, che al nostro Regno costò sangue e tesori. A questo fine si proccurava dal Medina nostro Vicerè nuovo donativo per la Corte, s'allestivano nuove soldatesche, e s'armavano nuovi legni, gravando con ciò i sudditi e le Comunità del Regno con nuove tasse ed imposizioni.

Ma non terminando qui le nostre miserie, una nuova guerra, che s'accese pure a questi tempi in Italia, dal Papa contro al Duca di Parma, per lo Stato di Castro, portò pure al Vicerè, ed al Regno nuove cure e nuove spese, e maggiori se ne sarebbero sofferte, se gli Spagnuoli non si fossero raffreddati, e ne' proprj mali, per le rivoluzioni di Catalogna e per la perdita di Portogallo, occupati, non avessero più modo d'ingerirsi negli affari altrui, se non con mediazioni, ed ufficj, onde al nostro Vicerè avendo il Pontefice richiesto i novecento cavalli, per l'investitura del Regno dovuti in caso d'invasione dello Stato Ecclesiastico, gli furono denegati, per non essere questa causa della S. Sede, ma della sua Casa e de' suoi Congiunti[29]. Fu mestieri con tutto ciò al Medina, a spese del Regno, guarnir le Piazze della Toscana, ed i Confini del Regno dalla parte degli Apruzzi, dove mandò il Maestro di Campo Generale Carlo della Gatta, e commise ad Achille Minutolo Duca di Belsano, che si trovava Governadore di quella Provincia, che invigilasse alla custodia della medesima. Molte Compagnie di Tedeschi, fatte venir d'Alemagna per la via di Trieste, furono ancor ivi alloggiate, e da poi, ricevute dal Mastro di Campo D. Michele Pignatelli, fur fatte venire in Napoli, e fu loro assegnato alloggiamento nello Spedale di S. Gennaro fuori le mura della città.

Ma non perchè doveansi riparare i proprj mali del Regno, si rallentavano le richieste di nuovi soccorsi nel Milanese; bisognò al Vicerè spedirvi tremila pedoni sopra galee; ed affinchè le Università del Regno avessero corrisposto con maggior prontezza al pagamento de' donativi fatti al Re, comandò, che in ciascheduna d'esse si fosse fatto il nuovo Catasto (così chiamano il libro, dove si notano gli averi de' sudditi) con deputarsi un Ministro del Tribunal della Camera, acciocchè l'esazione si fosse regolata con la guida di esso, e ciascuno avesse portato il peso a misura delle sue forze.

Gli sbanditi pure in questo nuovo anno 1644 vie più che mai infestavano le Province, inquietavano i Popoli e disturbavano il traffico; nè bastando le genti di Corte a far loro argine, fu duopo al Medina spedire il Principe della Torella D. Giuseppe Caracciolo con titolo di Vicerè Generale della Campagna, per reprimere le loro insolenze.

CAPITOLO VI. Caduta del Conte Duca, che portò in conseguenza quella del Duca di Medina, il quale cede il Governo all'Ammiraglio di Castiglia suo successore.

Ma mentre il Medina, per maggiormente prolungare il suo Governo, essendo già scorsi sei anni e più mesi dal dì che ne avea preso il possesso, trattava un nuovo donativo per la Corte, vennegli avviso che il Re gli avea disegnato per suo successore l'Ammiraglio di Castiglia, che governava allora la Sicilia. La caduta del Conte Duca dalla grazia del Re, portò in conseguenza la sua depressione, e 'l cangiamento di prospera in avversa fortuna. Le gravi perdite della Catalogna e di Portogallo, imputate in gran parte a' violenti consigli dell'Olivares, aveano nel Re Filippo raffreddato l'affetto, che avea verso di lui: o fosse, che per le continue disgrazie gli venisse a noja l'infelice direttor degli affari, o pure, che si fosse avveduto, d'essergli state fin allora dal Favorito rappresentate le cose con aspetto diverso dal vero. Molti vedendo tanti precipizj e ruine, si conoscevano dalla necessità obbligati, lasciata da parte l'adulazione ed il timore, a parlar chiaro; ma niuno ardiva d'esser il primo, fin tanto che la Regina, sostenuta dall'Imperadore con lettere di propria mano scritte al Re e con la voce del Marchese di Grana, suo Ambasciadore, non deliberò di rompere il velo e scoprire gli arcani. Allora tutti si scovrirono, ed anche le persone più vili, o con memoriali, o con pubbliche voci sollecitavano il Re a scacciar il Ministro e ad assumere in se stesso il governo. Egli, maravigliandosi d'aver ignorate fin allora le cagioni delle disgrazie, sopraffatto al lume di tante notizie, che gli si svelavano tutte ad un tratto, vacillò prima tra se medesimo, apprendendo la mole del governo, e dubitando, che contra il Favorito s'adoperassero le fraudi solite delle Corti; ma in fine al consenso di tutti non potendo resistere, gli ordinò un giorno improvvisamente, di ritirarsi a Loeches. L'eseguì prontamente l'Olivares con intrepidezza, uscendo sconosciuto di Corte per timore del Popolo. A tale risoluzione tutti applaudirono con eccesso di gioja. I Grandi prima allontanati ed oppressi, concorsero a servire il Re, ed a rendere più maestosa la Corte; ed i Popoli offerivano a gara gente e denari, animati dalla fama, che il Re volesse assumere la cura del governo fin allora negletta. Ma, o stancandosi al peso, o nuovo agli affari e con più nuovi Ministri nel tedio de' negozj e nelle difficoltà di varj accidenti, sarebbe ricaduto insensibilmente nel pristino affetto verso il Conte Duca, se tutta la Corte non si fosse opposta con uniforme susurro, anzi se lo stesso Olivares non avesse precipitate le sue speranze; perchè volendo con pubblicare alcune scritture, purgarsi, offese molti a tal segno, che il Re stimò meglio d'allontanarlo assai più e confinarlo nella città di Toro. Ivi, non avvezzo alla quiete, annojatosi, com'è solito de' grandi ingegni, terminò di mestizia brevemente i suoi giorni.